lunedì 31 gennaio 2011

(anteprima) J. MASCIS – Not Enough



Qualche parola in più per J. Mascis. Soprattutto per ricordare una delle canzoni che ancora ascolto con infinito e sottolineo infinito piacere, perchè davvero la sentirei per ore, ovvero Get Me dell'album Where You Been, quando ancora si chiamavano Dinosaur Jr. (ma si sono sciolti?). Lessi la recensione di Claudio Sorge su Rumore (uno dei 3-4 numeri che ho acquistato in vita mia) che si sperticava in lodi e che io trovai (per mia fortuna) su una compilation che proponeva la musica alternativa di quegli anni (parlo dei '90 con canzoni dei Jane's Addiction, Pearl Jam, Alice in Chains ecc.). Feci la pazzia di comprare l'intero album e anche se le altre composizioni non mi fecero tremare i polsi, me lo tenni ugualmente (disco che ancora oggi custodisco gelosamente) grazie proprio a Get Me. Ve la (ri)propongo non prima di avervi dato in pasto il singolo del nuovo album solista dell'ex Dinosauro. Il disco si chiamerà Several Shades Of Why ed uscirà il 15 marzo.

J. Mascis – Not Enough


Dinosaur Jr. - Get Me

CASS McCOMBS - County Line (new song)

Il nuovo album,  Wit's End, esce il 12 aprile.
 

venerdì 28 gennaio 2011

THE CURE, 30 anni fa usciva Seventeen Seconds

[un bel ricordo dei The Cure a cura di Giamp, a trent'anni dall'uscita di Seventeen Seconds. Il live postato è quello del 1986 registrato a Parigi. Buona lettura e buon ascolto.]
Proprio ad essere sinceri io ai The Cure mi sono avvicinato ascoltando l’album Faith che insieme ad altri 2 dischi quali Pornography e Seventeen Seconds, a giudizio della critica non è risultato essere certamente il migliore. Album che, come spesso accade, ho recuperato in seguito e dei quali me ne sono innamorato. Fortissima è stata poi l’ influenza di una cara amica, la quale aveva, e penso abbia ancora, una passione enorme, esagerata, per certi versi, riguardo The Cure e un po’ verso il fenomeno dark-goth del periodo. Immaginate quindi come venivo considerato da certe amicizie decisamente filo-metallare. Io che me ne stavo in disparte ad ascoltare The Cure, Bauhaus, Joy Division e compagnia bella e che pure fino a non molto tempo prima mi sparavo vagonate di Buzzcocks, Sex Pistols, Clash. Walkman a portata di orecchie, passeggiate sul bagnasciuga in giornate cupe e fredde. Brrrrr, roba da rabbrividire! Passeggiate a parte, in the meantime leggevo dell’uscita imminente del nuovo disco dei The Get up Kids dal titolo There are Rules mi è venuto alla mente, di aver letto tempo fa, che per il loro nome si sono ispirati al testo di una canzone dei The Cure. Per l’esattezza, se la memoria non mi inganna, il brano in questione è The Suburban Get Up Kid che loro modificarono in The Get Up Kids. E proprio mentre spulciavo nel web notizie su questa band, mi parte un altro ricordo. Mi son detto: ma sai che quest’anno, proprio dei The Cure, ricorre il trentennale dell’uscita di un album storico e di impatto come Seventeen Seconds ? Quale occasione migliore per dire 4 cosucce “brevi”, ma brevi, su ciò che è stato per il sottoscritto l’ascolto e le sensazioni di quel disco! Certo, l'album con cui esordirono si presentava di matrice ben diversa: Three Imaginary Boys, praticamente palpava il culo ad un punk oramai riconsegnato agli annali della musica. Basterebbe ascoltare It’s Not You oppure So What per averne conferma; senza contare il fatto che non di certo attingeva in quella indubbia emotività funerea ed a tratti luttuosa. Graffianti chitarre ed un modo di cantare che poco aveva a che fare con quanto sarebbe successo in Seventeen Seconds dove la luce si affievolisce e comincia a vedersi l’ombra di quella foresta buia e silenziosa, dove anche respirare era difficile. Poi d’un tratto le chitarre vengono coperte da una coltre grigia e spessa di cenere e farcite di flanger e chorus al’infinito. Un cantato che corre sulla linea del monocorde. Il basso imbottito di compressor. La cenere del nichilismo e della disperazione più profonda. Ansia, solitudine, smarrimento presero il sopravvento e divennero i tratti somatici del genere Dark. Uso di droghe, perdita di fede verso una vita che R. Smith non sentiva più di poter condurre fino al punto di rifiutarla, hanno fatto il resto. Inquietudine che porta all’autodistruzione del gruppo, quasi. Li ad un passo dal baratro. Anche economicamente le cose non andavano bene, costretti per affittare lo studio di registrazione a ridurre al limite le spese per gli strumenti (non che vi fosse bisogno di chissà cosa per quel disco scarno).
** Un paio di curiosità: la band non potendosi permettere altre spese dormì sul pavimento della sala di registrazione; The Final Sound era stata concepita come un lungo pezzo strumentale ma la cassetta si era esaurita durante l’esecuzione e non potendosi permettere di usarne un’altra rimase registrata in parte. Il suono che si sente alla fine e il nastro che finisce. **
Ad ogni modo non proseguirono su quella strada e i tratti cupi lasciarono il passo ad album come Disintegration, che nel loro genere hanno fatto la storia e (soprattutto) la fortuna dei The Cure. Ora mi sembra assai curioso vedere il sig. Smith (che alle origini somigliava inconsapevolmente e maledettamente a Ben Affleck) alle prese con "line up" rinnovate e con qualche chilo in più. Non vorrei trovarmelo di fronte e notare che sotto il cerone ci fosse pure qualche ruga. Da ultimo mi sia concessa una “breve” serie  di dediche.
- Alla mia cara amica Gabriella per la passione con cui ha saputo farmi conoscere meglio questa band.
- Al compianto Michelino per avermi concesso nelle sue serate una personale e quanto mai splendida versione di A Forest;
- A Scirocc’ Umberto, che da anni vive in Francia, all’ audacia che aveva nel cotonarsi i capelli e contornarsi le labbra con abbondante rossetto color rosso sangue.
- A Fabio “Fabiett” Cavallaro e alla disinvoltura con cui indossava i suoi cappottoni neri e ai suoi dischi dei Bauhaus.
- A Raimondo Rosiello grafico e designer che abbelliva le nostre feste con origami, lumini e quant’altro donasse un tocco di darkeggiante serenità alle feste.
Al proprietario dell’ ormai cessato Pub Il Sombrero per averci omaggiato ogni sera del Concerto Orange live in Paris. Alla generosità di quanti a quei tempi hanno creduto in noi.
“Hear a voice calling my name, sound is deep in the dark…into the trees.”
Buon ascolto.
Giamp

Live at the Théâtre Antique d'Orange, France on the 9th and 10th of August 1986


1. Intro - 2. Shake Dog Shake - 3. Piggy In The Mirror - 4. Play For Today - 5. A Strange Day - 6. Primary - 7. Kyoto Song - 6. Charlotte Sometimes - 9. In Between Days - 10. The Walk
11. A Night Like This - 12. Push - 13. One Hundred Years - 14. A Forest - 15. Sinking - 16. Close To Me - 17. Let's Go To Bed - 18. Six Different Ways - 19. Three Imaginary Boys - 20. Boys Don't Cry - 21. Faith - 21.Give Me It - 22. 10.15 Saturday Night - 23. Killing An Arab

Anteprima THE TWILIGHT SINGERS



Altra nuova uscita prevista anch'essa per il 15 febbraio è quella dei Twilight Singers, uno dei progetti dell'ex Afghan Whigs, Greg Dulli. E' cambiato il nome del gruppo, ma nella sostanza mi sembra che il baricentro della musica proposta non si sposti molto, rispetto a quella fatta coi "parrucchini afgani". Gentlmen del 1994, però, resta un bellissimo album che merita di essere ricordato. E quindi vi posto due nuove canzoni dei Twilight (l'abum si chiamerà Dynamite Steps) e il video di Debonair (giro di basso iniziale, favoloso) come ricorso storico. Buon ascolto.

On The Corner


Blackbird and the Fox


BRIGHT EYES - Haile Selassie



Non so se la cosa è dovuta alla sovrabbondanza di uscite a nome Bright Eyes, ma la loro musica non mi si è mai appiccicata troppo addosso. Conor Oberst e soci intanto fanno uscire un nuovo album il 15 febbraio che si chiamerà The People's Key. Questa Haile Selassie è l'anteprima che la band rende disponibile gratuitamente.

giovedì 27 gennaio 2011

ARBOURETUM - Destroying to Save



Da Baltimora, altra band interessante questi ARBOURETUM, sulla scena ormai dal 2004, che escono il 15 febbraio con un nuovo album dal titolo The Gathering. L'album precedente, Songs of the Pearl, ha avuto consenso unanime dalle maggiori testate indie. Io li ho conosciuti grazie a una meravigliosa e infestata radio blog che tutte le settimane programmava False Spring (video sotto), canzone di punta del cd scorso, radio che in generale è stata per me fonte di scoperte continue. Dedico a loro questa nuova canzone con la speranza di risentirli on air quanto prima.



martedì 25 gennaio 2011

VANITA' DI VANITA' (Resto in Ascolto v/Angelo Branduardi)



[Premessa: quello che vi racconto, magari è una cosa che sapevate tutti, noi in casa ci siamo comunque divertiti a giocare agli 007.]

La cosa è cominciata (e finita) qualche settimana fa con il moccioso grande di casa che ci faceva rilevare la somiglianza della sigla di Futurama (a proposito, le nuove puntate sono state davvero uno spasso) con l’intro chitarristico di Smell Like Teen Spirit dei Nirvana. Nei giorni seguenti, invece, metre ero intento a smanettare sul portatile col sottofondo dell’ultimo dei Decemberists, The King is Dead, arrivo, come di consueto alla traccia n. 4, Rox in the Box (primo video): bella melodia dal sapore celtico e quell’assolo di violino al minuto secondo esatto che mi riporta a qualcosa di già sentito e che ancora il cervello non riesce a collegare. Alle mie spalle interviene la mia Metà che, perplessa e dubbiosa, esclama “ma questa canzone non è quella che stava nel film con Johnny Dorelli su San Filippo Neri !?!?!? ... mi sembra che lo sceneggiato fosse dei primi anni ‘80”. Stupito e confuso mi giro e la guardo non troppo convinto. Allora Lei la canticchia (AAAARGGHHHH!! nda). Ok, adesso sono convinto, si parte con le ricerche: acceso il motore di ricerca, e inserita la parola chiave, google ci rimanda (ovviamente) alle notizie (sembrerebbero affidabili) riportate su Wikipedia, dalla quale apprendiamo che tutta la colonna sonora è stata scritta e interpretata da Angelo Branduardi (che recita anche nel film). Incursione Giù per il Tubo e recuperiamo il video (il secondo che vedete) che ci conferma il tutto e che fa(rebbe) di Branduardi un nuovo caso di plagio internazionale (ve li ricordate quelli di Al Bano/Michael Jackson e Ivan Graziani/Phil Collins?). Ma la music box mnemonica, non del tutto soddisfatta, riesce finalmente a farmi tornare alla mente la provenienza del ritornello: “ma sì, ora ricordo, è prorpio quello di The Raggle Taggle Gipsy dei Waterboys che fa parte di Room to Roam, l’ultimo disco che ho comprato dei ‘ragazzi d’acqua’!(terzo video)”. Per maggior conferma andiamo a leggere le note di copertina del vinile: anno dell’album, 1990. “Porca miseria! Branduardi copiato anche dai Waterboys, incredibile! Questa scoperta merita di essere postata”. Poi però, un click di troppo fu fatale all'originalità artistica di Branduardi: dalla pagina wiki dei Waterboys, infatti, finisco in quella dedicata alla canzone The Raggle Taggle Gipsy che ne rivela l’origine, alquanto antica della musica: un vecchio motivo al quale hanno attribuito diversi titoli e interpretato da altrettanti musicisti e cantanti (White Stripes, Dave Alvin, Bob Dylan, ecc ) che ne hanno dato, ognuno a loro modo, un’interpretazione diversa. Non vi nascondo che per amor di Patria e di verità ho cercato di approfondire, ma tutte le ricerche hanno portato allo stesso risultato: Vanità di Vanità, è stata scritta dal sig. Branduardi Angelo. Salvo smentite.

[ps. altra scopiazzatura dei "dicembrini": la prima canzone del disco nuovo, Don’t Carry It All somiglia molto a quella di Tom Petty You Don’t Know How It Feels.]

Rox in the Box



Vanità di vanità



The Raggle Taggle Gipsie

THE SKULL DEFEKTS (featuring Daniel Higgs) - Fragrant Nimbus



Secondo album per The Skull Defekts dal titolo Peer Amid (il primo del 2009 si chiamava The Temple, avranno una fissa per l'Egitto!?!?) in uscita il 15 febbraio. Un bel mix in acido di sperimentale e musica tribale. Questa lunga Fragrant Nimbus è davvero un ottimo aperitivo del nuovo disco. Serpente in copertina, canzone lunga e ipnotica .... sir biss ...

lunedì 24 gennaio 2011

KURT VILE (new songs)



Terminati i festeggiamenti per il compleanno di Giamp, (non prima però di aver verificato che sul fondo del boccale di birra vi sia rimasta traccia) ecco una buona maniera di chiudere la serata: un bel tuffo sul divano, gambe accavallate e un paio di nuove canzoni  dall'album Smoke Ring For My Halo, in uscita l'8/3 a nome di Kurt Vile. Ballate intriganti e la giornata che chiude i battenti. Buon ascolto.

Jesus Fever


In My Time

domenica 23 gennaio 2011

Blogger GIAMP makes 46.


Eh sì. Sarebbe bello se i 46 fossero riferiti ai punti realizzati dal mio amico Giamp (maglia n.5) in una partita di basket. Purtroppo per lui, invece, sono "solamente" gli anni che compie oggi. Quando lo sport era poesia. Schierati come una squadra di calcio, completini sponsorizzati dalla locale squadra di calcio, le panchine erano le sedie del bar dell'albergo vicino e si giocava sull'unico campetto che avevamo, all'aperto con vento, acqua, sole e smog. Giamp, sulla canotta ti mancavano solo le tue spillette dei Sex Pistols e dei Siouxsie and the Banshees, e saresti stato il primo giocatore dark-punk della storia. Auguri amico mio.

venerdì 21 gennaio 2011



Cioè, poi non è che è proprio così. Però se fate bene attenzione a quanto cerco  di dirvi e, successivamente, mi illustrate le vostre ragioni, io sarò ben lieto di contraddirvi. E allora, signore e signori, ammucchiamoci, scompariamo, ritorniamo su noi stessi e aguzziamo la vista. Trovati i difetti sarà più facile digerire i confetti ... e questa playlist di gennaio. Listen and download. A bien tot.


giovedì 20 gennaio 2011

VILLAGERS - Becoming a Jackal (2010)



Mi è rimasto dell’inchiostro datato 2010 nella penna e si sa è buona consuetudine liberarsi delle cose del vecchio anno prima di attingere a cose da dedicare al nuovo, e si spera, promettente anno. Mi ero impegnato di parlarvene e inevitabilmente lasciarvi l’ascolto più approfondito di questo disco a nome Villagers, aka Conor J. O’ Brien giovane dublinese, patrono del progetto di cui sopra, che da un paio di anni si aggira nei sotterranei indie senza aver suscitato fino ad ora grandi entusiasmi. Poi la svolta, un disco marchiato Domino (che si sa non è certamente avversa ad operazioni del genere) quasi sempre griffa di qualità. Lui, il Villagers, si fa pregio di una matrice compositiva, (non più tanto rara oggigiorno e fatta di cantori e menestrelli come Sufjian Steven, Eugene Mc. Guinness, Andrew Bird, Divine Comedy,Owen Pallet), di provenienza classica- e pensiamo a Dylan,Young, Van Morrison, Drake, Paul Simon, senza dimenticare l’intensità di Elliot Smith, con improvvisi inserimenti pop sinfonici ed evoluzioni spesso tormentate ed inquiete intrise di spleen e profonde al punto giusto. A volerla dire tutta il suo stile, la sua tendenza a giocare con il mood e la sensiblità individuale ci porterebbe a pensare che una qualche traccia in lui la abbiano lasciata anche personaggi come Scott Walker o Robert Wyatt. Il disco in questione, una sorta di viaggio onirico tra monologhi di fantasmi in non luoghi sommersi al margine di paure inconsolabili dove solo i protagonisti sanno vedere ciò che è impenetrabile, è dotato di melodie nitide provviste di indicazioni folk, che spesso si distendono su impalpabili e flessuosi arpeggi di chitarre per poi lasciare il passo ad orchestrazioni educate e garbatamente invadenti. Senza ombra di dubbio un ascolto valido ed appagante. Almeno per il firmatario. Parafrasando un vecchio adagio oserei affiancare il lavoro di O’Brien al lavoro di quei contadini dalle scarpe grosse ed il cervello fino. Le scarpe non saprei, ma il cervello di certo è di gran lunga aguzzo. Buon ascolto.
Giamp



PARTS & LABOR - Constant Future



Album omonimo in uscita l'8 marzo. Altra bella copertina e canzone.

RAINBOW ARABIA – Without You



L' album Boys and Diamonds esce il primo marzo. Bella la copertina.

martedì 18 gennaio 2011

Intervista a MAX STEFANI

Il Mucchio Numero 6515Inizio a prenderci gusto. Dopo la lunga e bellissima chiacchierata con Luca Castelli, sono riuscito ad ottenere udienza col grande capo del Mucchio Selvaggio, Max Stefani. Poche le domande, brevi le risposte, che hanno comunque soddisfatto le mie curiosità di ventennale lettore della rivista. Buona lettura.


 Allora Max, cominciamo, e mi tolgo subito un sassolino parlando delle appendici(ti) del Mucchio. Di Extra di gennaio, ad esempio ne avrei fatto a meno (più in generale l’inserto mensile mi sembra più che sufficiente) in cambio di un altro magnifico Annuario, che insieme a molti articoli di attualità, conservo. In particolare non riesco a seguire questa linea editoriale “vintage” che state seguendo (libri extra compresi), tenuto conto dell’informatizzazione culturale a cui stiamo assistendo. Mi sembrano un passo indietro rispetto, chessò, alla bella sfida che fu, del settimanale. Cosa mi dici a questo proposito e se, al di la delle considerazioni, questa linea sta comunque ripagando in termini di vendite.


 Su Extra e l’Annuario sono d’accordo con te. Datato il primo, attuale il secondo. Comunque sono andati male ambedue. Sulla storia del “vintage” non sono d’accordo. Tornare sui classici fa sempre bene. Il settimanale sarà anche stata una bella sfida, ma ci ho rimesso una marea di quattrini.

 Alcune costole (anch’esse storiche seppur brevi del Mucchio): Subway, Duel, la rivista letteraria di cui ora non ricordo il nome e mettiamoci pure ‘rock on line’. Il sollievo di aver evitato ulteriori svenamenti di tipo finanziario è stato superiore alla delusione di non aver potuto portare avanti almeno uno di quei progetti? E ce ne sono altri lasciati chiusi nel cassetto?

 Fanno comunque parte della mia storia editoriale. Subway era un gioco. Duel è stato un bagno colossale. Rock on line una parentesi veloce. L’unica rivista con la quale ci ho guadagnato qualcosa è stata Chitarre. Un dammuso a Pantelleria. Ovvio che uno spera sempre che i propri figli abbiano successo, ma è difficile coniugare qualità a quantità.

 Da anni il Mucchio è per me un ottima guida musicale (ormai da più di vent’anni). Le recensioni, però, quanto più possibile oneste, se prima erano fondamentali per acquistare il vinile (il che avveniva spesso a scatola chiusa) adesso non le considero più così basilari (leggo, segno il titolo, vado su myspace, ascolto e mi faccio un’idea. D’accordo con Castelli sullo streaming quale ultima frontiera). Ti dico questo perché ho avvertito una sorta di tua preoccupazione, lasciando intendere qualche numero fa, che tra le firme del giornale stia prendendo forma una sottile linea del “volemose bene” a scapito di una critica musicale che talune volte necessiterebbe di più sincerità. Ho recepito male il messaggio?

 Facciamo una critica musicale vecchia. Non più al passo con i tempi. La gente se ne accorge e non compra più il giornale. Ma Guglielmi ha la testa dura. Pensa ancora di vivere nel 1980.

 Quanto detto prima si può collegare in qualche maniera al fatto che l’Edit e “La Tua Vita Privata” siano gli unici scritti che concedi ormai all’uscita mensile della rivista? Stai mollando un po’ le redini?

 Non è vero. Short Talks, seppia, molte rec di libri, la posta, spesso belle e lunghe interviste non strettamente musicali. Il mio marchio è su tutto il giornale alla fine. O attraverso quello che scrivo o in articoli fatti confezionare a colleghi.

 Parlando di cultura e del monito lanciato nell’Edit di gennaio affermi che per il governo sia diventata ormai una rottura di palle (e fin qui ci siamo) e che “il livello culturale è ciò che contraddistingue un popolo di cittadini da un popolo di consumatori”. Ma come la mettiamo con i diecimilioni di italiani che guardano il ‘grandefratello’ o ‘lisoladeifamosi’ (e/o che dicono di guardarlo solo per curiosità)? Esiste una categoria a parte (meglio un girone dantesco infernale) nel quale includerli?

 In Italia c’è il Five Millions Club. Sono quelli che leggono, s’informano, girano, si fanno domande. Il resto è ignorante.

 Senti Max, ho notato la tua assenza anche negli Oscar 2010. Ha fatto così schifo l’anno passato? Affermativa o negativa che sia la risposta, dammi il titolo di un paio d’album, film libri che ti hanno lasciato una qualche traccia.

 Non volevo buttare giù titoli scopiazzando gli altri. E a voler mettermi ad ascoltare tutto ci voleva troppo tempo. Insomma non ho fatto in tempo. Però li ho messi nella posta di febbraio. Di libri leggo solo saggistica e vecchi romanzi. Quelli nuovi mi sembrano aria fritta. Film pochi… Scorsese?

 Un po’ di prurito: parliamo di religione. Mia moglie, cresciuta come la maggior parte di noi, con “solide” basi clericali ha vissuto questa forzatura nella sua vita (inconsciamente) molto ma molto male. Paradossalmente (fortunatamente) anche traendo spunto dal Mucchio (appena sposati mi prendeva in giro tacciando il giornale di blasfemia) ha cominciato a leggere Quei libri (Augias, Frattini, Yallop, Simonnot) che le hanno aperto gli occhi e le hanno dato la serenità che cercava. Quale è stato il tuo percorso “spirituale”?

 Ho fatto medie e liceo dai preti. Li ho imparato a odiarli. Poi leggendo filosofi, storia delle religioni etc sono giunto alla conclusione che senza si vive molto mglio.

 Vediamo allora come te la cavi. (grattatio pallorum, certo). Cadi in coma. Tua moglie non vuole staccare la spina, così ne “approfitti” e inizi un viaggio. Arrivi ad una porta. Bussi. Ti apre S. Pietro: ”Mi spiace per lei e per le sue estenuanti convinzioni, sig. Stèfani ma è tutto vero. Qui c’è il paradiso, al 2° piano il purgatorio e al terzo (Lei ci entra con la lode) le fiamme dell’inferno. Visto, però, che non è ancora del tutto morto, le faccio una proposta per darle un’ultima possibilità di redenzione: io la sveglio dal coma e torna dai suoi cari; Lei, in cambio, va in missione per il mondo a raccontare a tutti che Dio esiste e che bisogna credere nella Chiesa e bla bla bla discorrendo;” … Accetta la proposta sig. Stèfani ??? Sig. Stèfani??? SIG. STEFANI !?!?!? SI SVEGLI, SIG. STEFANI !!!!

 L’inferno.

lunedì 17 gennaio 2011

The Poison Tree incontrano Orson Welles



Atmosfere rarefatte e immagini in bianco e nero. Quel che serviva per chiudere un anonimo lunedì di gennaio. Dalla sempre sempre prolifica scena di Brooklyn, i The Poison Tree, che escono a marzo con il loro album omonimo di debutto. Due le canzoni che lo anticipano: quella in libero d/l Never Know Me e My Only Friend. Per quest'ultima, la band, è andata sul velluto per il video, avendo musicato la scena iniziale del film di Orson Welles, Touch of Evil del 1958, in un operazione molto ben riuscita. La scena è rimasta famosa, essendo stata realizzata interamente con una sola macchina da presa. E la canzone,che a metà video sfuma (per lasciare la voce ai protagonisti del film) e che poi riprende per il finale, è davvero azzeccata. Buona serata

The Poison Tree - Never Know Me


DEATH – Can You Give Me A Thrill???



Album in uscita il 25 gennaio dal titolo Spiritual • Mental • Physical.

Ghost of a Saber Tooth Tiger - Shroedinger's Cat

Sean Lennon e Charlotte Kemp Muhl, alias Ghost of a Saber Tooth Tiger, in un video con Albert Einstein, Nikola Tesla e Marilyn Monroe.

venerdì 14 gennaio 2011

Playlist di metà mese + Social Distortion

Operazioni conclusive post natalizie: addobbi e albero inscatolati per essere riportati giù in garage e sistemazione dei doni alimentari ricevuti quest'anno e da riporre nella dispensa [ufficiosamente si tende ad ingrassare durante le vacanze, ufficialmente noi cominciamo in quel periodo ma in realtà il termine ultimo dello smaltimento panettoni, pandoro, torroni ecc(gnam)ecc(gnam)ecc(gnam) rimane Pasqua ... giorno in cui entrano le colombe (di nuovo gnam x 3) pasquali ... giusto per dare una certa continuità, insomma]. Nel rimettere in ordine tutto quanto, dunque, è saltata fuori, aggrovigliata tra le luminarie dell'albero, la playlist di dicembre che ho dimenticato di postare a suo tempo. Corro ai ripari, proponendovela (come sempre tutti gli mp3 sono gratuiti e da scaricare liberamente) e proponendovi l'ascolto del nuovo album dei Social Distortion - Hard Times And Nursery Rhymes - molto ma molto meno punk per l'occasione. Curiosità: la band ha deciso che ogni centomila ascolti in streaming del nuovo disco, provvederà a ridurre il prezzo d'acquisto dell'album di un dollaro. Cari Social non contate su di me, il disco non mi ha entusiasmato. Buon week end  e buone cose a tutti.



giovedì 13 gennaio 2011

CRYSTAL STILTS – Shake The Shackles



Altro gruppo osannato dalla critica al loro debutto di un paio di anni fa: i Crystal Stilts, alla seconda prova con l'album In Love With Oblivion in uscita il 12/4. Shake The Shackles, la canzone-lancio del disco. Buon ascolto.

Obits – You Gotta Lose

New Release: Obits: <i>Moody, Standard and Poor</i>


Questi 4 baldi giovani, invece, vengono da Brooklyn, e ci danno in pasto l'anteprima del loro album Moody, Standard and Poor, out il 29 marzo.


MOGWAI – San Pedro



Mogwai in arrivo con un nuovo album in uscita il 15 febbraio dal "simpaticissimo e beneaugurante" titolo Hardcore Will Never Die, But You Will. Il brano in anteprima è San Pedro. Buon ascolto.

THE GRANNY SMITHS - Boom Boom

kitty_n_kurt.jpg

Queste signorine vengono dal Canada e sono ancora senza contratto. Fatevi sotto. Il loro motto è "love songs are for suckers" ...

mercoledì 12 gennaio 2011

Anteprima OKKERVIL RIVER

Will Sheff, cantante e leader degli Okkervil RiverAnche gli Okkervil River tra le novità del 2011. L'album si chiamerà I Am Very Far e uscirà il 10 maggio, ma nei giorni scorsi, la band texana ha cominciato a scaldare i motori, presentando, durante lo show di Jimmy Fallon per la NBC, un brano nuovo, Wake and Be Fine, in una perfomance impreziosita dalla presenza di A.C. Newman and Questlove, Damon “Tuba Gooding Jr.” e Bryson dei The Roots. Voce sempre meravigliosa, quella di Will Sheff. Speriamo che il disco sia altrettanto meraviglioso. Down the River of Golden Dreams del 2003 resta per me ancora il migliore degli Okkervil, mentre gli album successivi, nel complesso, hanno dato una buona resa, ma niente più. Nell'attesa godetevi l'anteprima.

martedì 11 gennaio 2011

LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA

E’ proprio quando ascolti brani come quelli contenuti nel disco de Le Luci della Centrale Elettrica che ti accorgi che il tuo non è stato un brutto sogno ma la realtà in cui vivi; tangibile, concreta e realistica ora più che mai. Governi che non rispondono al loro vincolo di tutela verso i loro elettori o meno (quella gremita ciurmaglia chiamata “ coglioni”). Decine di Marchionne pagati come 10.000 delle tue vite che non potrai vivere e che quindi mai ti daranno l’affastellamento di ricchezza che loro e solo loro potranno mettere da parte. Redditi crocifissi e poi derisi, i nostri. Redditi inviolabili e benamati, i loro. Sindacati che vergognosamente siedono alla “destra” del padre quasi a volerti rassicurare e che proclamano silenzi eloquenti, ossimori la cui sola funzione è di fatto straniarti, scompaginando le fila. Convergenze parallele…. ma cosa cazzo vorrà dire? Me lo sono sempre chiesto. Linguaggi oramai uniformati, straripanti, che si rincorrono da destra a sinistra. Elenchi di valori buoni a rinfoltire palinsesti oramai sorpassati, medievali. Politicaly correct. ‘Sto paio di……' E tu nel mezzo che continui a non capire un cazzo!!! Corse al ribasso di una falsa morale politica e sociale che mai avremmo voluto conoscere. Ecosistema sociale che implode ridondante come è di sfrenato e bieco cinismo. Petroliere come fossero fiocchi di neve. Superfici aride desertificate, coste abbarbicate al cemento, anidride carbonica buona forse per semplici bevande gassate. Ed è meglio che smetta di delirare per non turbarvi ulteriormente.
Nina (ovvero la pazza per amore):
“Son io desto, o pur deliro?”
Lindoro raccolto delirante dalla folla accorsa in strada a soccorrerlo; (un moderno nda)
Lindoro agonizzante per l’Amore disatteso, prega che la sua amata Patria riprenda la ragione e si ripresenti alla gente guarita così da ricondurla tra le braccia del Padre
.

Ma il delirio è fonte spesso di verità, fantasiosa semmai, ma pur sempre verità. Una corsa quella descritta in questo disco che ripercorre un passato - presente della Patriadenojartri che non lascia dubbi sul livello di incazzatura e di indignazione raggiunto dalle moderne masse.Buon ascolto.
Giamp

Le Petroliere


Per respingerti in mare

sabato 8 gennaio 2011

COWBOY JUNKIES play VIC CHESNUTT

Periodo di ottima forma per i Cowboy Junkies. E' appena trascorso il 2010, anno di uscita del loro Renmin Park, recuperato grazie alla segnalazione di Giamp e che trovate più in basso per l'ascolto in streaming, che la band canadese sta per dare alle stampe un nuovo disco dal titolo Demons. Non di inediti si tratta, però. Bensì il loro omaggio alla musica di Vic Chesnutt con 11 canzoni coverizzate, ovvero Wrong Piano - Flirted With You All My Life - See You Around - Betty Lonely - Square Room - Ladle Supernatural - West Of Rome - Strange Language - We Hovered With Short Wings - When The Bottom Fell Out. Wrong Piano in libero ascolto e d/l.
Wrong Piano


Flirted With You All My Life


venerdì 7 gennaio 2011

JAMES VINCENT McMORROW



Spero non vi siate stancati troppo presto del nuovo filone folk, perchè quì ne continuano ad uscire di continuo. Però, selezionati ad hoc e una tantum possono risultare alquanto gradevoli, come questo McMorrow, il cui album di debutto, Early In the Morning,vedrà la luce il 25 gennaio. Buon ascolto.

If I Had a Boat


This Old Dark Machine

SHILPA RAY AND HER HAPPY HOOKERS - Venus Shaver

Teenage and Torture

L'album Teenage and Torture in uscita il 18 gennaio.

mercoledì 5 gennaio 2011

CASTELLI LUCA ??: interrogato !!!
(ricordi e riflessioni)

 Partiamo parlando di musica e dei nostri inizi: personalmente, sono stato iniziato alle elementari da mio fratello maggiore con i King Crimson, Talking Heads e Bowie. Poi ho ascoltato Nikka Costa, i Duran Duran di Wild Boys (che mi sembravano heavy metal). Lo spartiacque per me fu la sony c90 con War sul lato A e The Unforgettable Fire sul lato B. Poi la svolta definitiva negli anni ’90 fino a continuare a tutt’oggi: la tua linea musicale, invece, come si è sviluppata?
 Gli inizi sono discretamente imbarazzanti. Anche nel mio caso, le influenze iniziali sono arrivate da un parente - mia sorella - che qui accuso ufficialmente di una doppia macchia indelebile. A causa dei suoi consigli, le prime due musicassette acquistate in vita mia sono state Fearless degli Eight Wonder (all’adorabile Patsy Kensit era appena caduta la spallina a Sanremo) e Whenever You Need Somebody di Rick Astley (sì, proprio quello di Never Gonna Give You Up…). Terribile, eh? Avevo undici o dodici anni, frequentavo le medie. Poi, ta-dah, Vasco! Era l’epoca di Liberi Liberi – che mi piaceva un sacco e onestamente ancora oggi mi piace – e il passaggio del Fronte dal palco Tour al Delle Alpi di Torino è stato anche il mio primo concerto da stadio (e questa volta mia sorella non c’entra, è tutta farina del mio sacco). Quindi una spruzzata di Queen, con il Greatest Hits II metabolizzato per osmosi dopo la morte di Freddy Mercury. Insomma, niente educazione musicale di alto livello, con Sgt.Pepper’s o David Bowie. Poi è arrivata la svolta. Achtung Baby degli U2. Una sberla. Una sveglia. La folgorazione sulla via di Berlino/Dublino. L’inizio di una decennale idolatria per Bono e soci. All’alba dei miei sedici anni, tutto è cambiato. Nel tardo liceo sono passato attraverso Ligabue, i Litfiba, i Nirvana, tutto il grunge, il britpop, fino a sviluppare una gigantesca perversione personale per gli Heroes del Silencio. All’università, un po’ tardi rispetto alla media, ho scoperto le riviste specializzate. E’ esplosa la scena rock italiana. Si sono accesi i Radiohead, si è accesa Internet. Mi sono messo a studiare e recuperare un po’ di glorioso passato, in modo da non avere proprio il totale disprezzo dai miei colleghi del Mucchio. Farlo con i nuovi strumenti a disposizione è una goduria. Ci sono miliardi di mondi, musiche e storie da scoprire. Comunque, c’è poco da fare: anche se adoro tutto ciò che hanno fatto i Beatles, il mio decennio di riferimento – quello che riesce a procurarmi i brividi più profondi, escluso quello attuale - rimangono gli anni ’90. Achtung Baby su tutti. E’ inarrivabile. Se non avrò un cavallo a disposizione, quando muoio voglio essere seppellito con quel disco.

 In termini di supporti fonografici, quella stessa linea musicale del tempo, per me si è tradotta in cassette, vinili, cd ed mp3. Io credo che le generazioni di attuali 40-50enni abbiano vissuto una vera e propria rivoluzione del modo di fruire la musica (discorso che ovviamente si potrebbe ampliare a migliaia di altre cose), che gli attuali “adolescenti” forse non vivranno, dimmi la tua.
 Ogni generazione vive la sua rivoluzione. Noi per esempio non abbiamo vissuto gli anni ’60, che devono essere stati una gran bella botta. Certo, gli “adolescenti” di oggi non potranno mai provare quell’incredibile transizione da analogico a digitale, da vinile a MP3 (attraverso il cd), da limitazione ad abbondanza, da isolamento a conversazione globale, attraverso cui siamo passati noi. Ma non credo che ne sentiranno la mancanza. Perché dovrebbero? E’ qualcosa fuori dalla loro epoca, dalle loro abitudini, dal loro tempo. Noi siamo nati con l’energia elettrica e non ci siamo mai preoccupati più di tanto dell’incredibile passaggio dalle candele alle lampadine. Magari tra vent’anni saranno i teenager di oggi a guardare gli adolescenti del 2030 e a pensare: “voi pischelli non saprete mai cosa si provava ad ascoltare un iPod”. E l’iPod, per gli adolescenti del 2030, sarà quello che per molti ragazzi di oggi è il vinile: un oggetto da museo. Detto ciò, io sono contento di aver vissuto il passaggio. L’ho trovato entusiasmante. Un’esplosione di suoni e colori. Improvvisa. Impetuosa. Condivisa e rigenerante. Ho goduto nell’era dei cd, ho goduto lo tsunami di Napster, godo oggi nel caos della musica liquida. E ogni tanto ho iniziato persino a comprare qualche vinile.

 Tra gli amici bloggers spesso si accende la diatriba sul vinile: “meglio di lui nessuno, al massimo ti concedo il cd” … “ma che dici, ormai sei superato: la musica è musica anche se l’ascolti alle casse del computer (ahimè!)”. Pensi che il dilemma non potrà sciogliersi fino a quando, come scrivi tu nel n. di ottobre del Mucchio, ci saranno “quelli che negli mp3 vedranno lo strumento del demonio”?
 Credo che ci siano degli appassionati di lirica che ancora oggi vedono il rock come la musica del demonio. Opinione legittima, ma che non ha certo fermato il mondo… Si torna un po’ alla risposta precedente. Ognuno elogia in modo sperticato l’epoca che ha vissuto, quella in cui ha provato le emozioni più forti, nascondendo o dimenticandone magari i lati negativi. Con Mussolini in fondo si stava meglio perché con lui i treni arrivavano in orario, no? E’ vero, la qualità audio tra vinile, cd e MP3 è diversissima. E le casse del pc restituiscono suoni molto meno raffinati che quelle di un impianto hi-fi. Ma ti confesso che oggi queste polemiche mi annoiano a morte. Un po’ come tutto ciò che è costruito come un paragone con il passato, con la nostalgia, con gli anni migliori della nostra vita, ecc. ecc. ecc. Sono fedele al dio (Peter) Pan. Mi sento ancora troppo giovane per essere vecchio. Ho voglia di guardare avanti. Di vedere dove stiamo andando. Di seguire la traccia della passione e della creatività più che lasciarmi narcotizzare dai borbottii della nostalgia e del rimpianto e del “le cose migliori sono già state fatte”. Non è facile, perché tutto cambia in modo maledettamente veloce, il richiamo dei ’90 si fa sempre più forte, il cuore sembra non riuscir più a vibrare in un certo modo, alcuni nuovi linguaggi non riesco più ad afferrarli o comprenderli con facilità. E mica solo i linguaggi musicali. Qualche giorno fa ero in tram, ovviamente con l’iPod, e ogni tanto sentivo intrufolarsi nella musica qualche parola proveniente da due ragazzine dietro di me. Non capivo cosa dicevano e ho pensato: boh, saranno rumene, o russe, comunque straniere. Poi, quando la canzone è finita, ho capito che erano italiane. E parlavano italiano. Eppure c’era qualcosa che non riuscivo afferrare. Era un italiano diverso. Sullo stesso tram, ma qualche giorno prima, sono saliti dei ragazzi in tenuta rap da combattimento (io la chiamo “rap”, di sicuro avrà qualche definizione gergale più precisa). Avranno avuto dodici o tredici anni e hanno iniziato ad ascoltare a tutto volume della musica su un telefonino. Ti giuro che non ho capito cosa fosse. Un incrocio tra hip hop tamarro, elettronica, reggae e qualcos’altro. Qualcosa che secondo me non passa nemmeno Radio Deejay. Qualcosa di diverso. Meglio Nick Drake? Senza dubbio. Però mi affascina di più ciò che potrebbe arrivare da questo mondo in ebollizione che non conosco, di quello che è stato scolpito nella pietra dai Giganti del Canone Rock. Oddio, preferirei non fosse proprio hip hop tamarro. Però, cos’avrebbero pensato quei ragazzi se avessi decantato loro la superiorità del vinile sull’MP3? Mi avrebbero guardato come uno che parla russo o rumeno? Il bello di questa società ai tempi del network è che non devi più relazionarti solo con chi – anagraficamente e culturalmente – ha le tue preferenze. Puoi passare con disinvoltura da una nicchia all’altra, confonderti, confrontarti. Sapendo che alla fine, quando vuoi un po’ di relax, potrai sempre tornare ai tuoi U2.

 Nello stesso numero scrivi anche che “Zuckerberg oggi ipnotizza le masse con Facebook come il coetaneo Springsteen le ipnotizzava con Born to Run”. Sai che una cosa del genere, decontestualizzata o se letta distrattamente dai fans estremisti del Boss, potrebbe decimare le vendite del mensile? O peggio portarti all’esecuzione capitale?
 Deve essere per quello che hanno messo la mia rubrica nelle pagine finali del giornale, dove fa meno danni! Ovviamente ci vuole un bel po’ di contestualizzazione. L’ipnosi di massa nel 2010 è diversa da quella del 1975. E gli Zuckerberg, i Parker, i Brin/Page sono “rockstar” che rispondono a dinamiche e creano messaggi distanti anni luce da quelli di Born To Run. Ma gli elementi in comune sono numerosi. L’età, innanzitutto. La straordinaria energia del ventenne che vuole costruire il suo presente. Non solo adattarsi a quello dei propri genitori. Poi, il desiderio di cambiare il mondo. Di travolgerlo. Di conquistarlo. Noi possiamo anche prenderli in giro, dire che sono dei nerd sfigati, ma quanti milioni di persone – anche quarantenni, cinquantenni, sessantenni – sono oggi più o meno dipendenti dai programmini scritti da studenti brufolosi nei dormitori di Harvard? Shawn Fanning e Sean Parker, con Napster, hanno abbattuto un’intera concezione industriale di controllo del contenuto. Zuckerberg con Facebook sta ridefinendo la socialità contemporanea (pensaci bene: non è un’esagerazione). I ragazzini di Google sono diventati talmente ricchi, potenti e influenti da venire attaccati dal governo cinese. Per questo, oggi sono loro le rockstar. E’ nei loro computer che brucia la fiamma dell’entusiasmo e della passione. Non certo nei dischi di chi imita per la milionesima volta i Beatles, i Led Zeppelin o i Joy Division. Se il rock era rivoluzione, oggi a esserlo è questa tecnologia. Nuove realtà che modificano pesantemente le nostre abitudini di vita, le regole della società. Come dimostra, tra l’altro, anche la faccenda di Wikileaks. Negli anni ’60 i Beatles hanno cambiato il mondo. Oggi Mark Zuckerberg sta cambiando il mondo.
Comunque, tornando al Boss, i suoi fan li avevo già fatti arrabbiare con un articolo di qualche anno fa sul sito della Stampa, a proposito di un presunto playback durante l’intervallo del Superbowl. L’avevo intitolato Bruce Springsteen & the Fake Street Band e in molti non l’avevano presa troppo bene. In effetti magari il titolo era un po’ esagerato, ma nell’era di Facebook e di Spinoza.it un gioco di parole non lo si nega a nessuno, no? Però sono sopravvissuto. E tra l’altro, massimo rispetto per il Boss. L’ho visto l’anno scorso a Torino ed è stato esaltante. Bisogna fare la rivoluzione, diamine! Non bisogna lasciarsi dominare dal passato! Ma spizzicarne un boccone qua e là, di quello più prelibato, non fa certo male.

 Sempre a proposito dei tuoi due ultimi articoli apparsi sul Mucchio: quello sul n.676 ha il sapore del capitolo finale; un’appendice al tuo libro, (LA MUSICA LIBERATA, ed. Arcana) quasi a dire: ‘per qualcosa di nuovo ripassate tra vent’anni’. Al contrario, Mediapolis del 677, sembra essere (un possibile?) primo capitolo di un tuo nuovo libro che potrebbe trattare tranquillamente della ‘nostra’ evoluzione sociale ed economica ai tempi di Internet.
 La mia sensazione è che – per quanto riguarda musica e Internet – buona parte della rivoluzione si sia completata. Rimane il grande salto verso lo streaming. Il trionfo dell’accesso sul possesso. Che è un’altra bella sberla dal punto di vista delle nostre abitudini e delle dinamiche industriali, ma credo sia un passaggio ormai ineluttabile. Un passaggio che – zitto zitto, naturale naturale – nei video è già avvenuto. Mica li scarichiamo, i video. Mica li possediamo. Li guardiamo in streaming, quando vogliamo, senza neanche accorgercene o porci il problema. E dietro si sta sviluppando un’industria dai numeri sempre più importanti. Con la musica c’è da distaccarsi psicologicamente da un passato diverso (quello che le nuove generazioni non conoscono: per loro tutto è più naturale) e da affinare qualche sinergia, soprattutto con i dispositivi mobili, ma la strada è tracciata. Le nuove generazioni, appunto, lo sanno. Da questo punto di vista, persino iTunes e l’iPod sono il passato. Lo stesso Steve Jobs, che è una specie di Leonardo del nostro tempo (l’inventore, non l’ex-allenatore del Milan), lo ha capito ed è andato oltre. L’avvento dei Beatles su iTunes è stata quasi una non-notizia. Una non-rivoluzione. Qualcosa di interessante – perché tutto ciò che riguarda i Beatles è interessante a prescindere, esattamente come lo è tutto ciò che riguarda Mozart o la Divina Commedia – ma la rivoluzione è da un’altra parte. La rivoluzione oggi si muove sulla superficie di un aggeggio come l’iPad. Quello è il prossimo passaggio. O almeno uno dei prossimi passaggi. Non più portare tutta la musica della nostra vita in un pacchetto di sigarette. Ma portare tutta la nostra vita digitale, tutte le nostre esperienze, sia quelle sociali che consumistiche, in una tavoletta. Non mi stupirei se tra cinque o al massimo dieci anni la popolazione mondiale di pc (laptop compresi) fosse decimata, sostituita dai tablet. Magari non protetti e recintati come l’iPad, magari di altre marche, ma comunque seguendo la sua filosofia e parte della sua estetica. A noi starà la responsabilità di usare questi strumenti per liberarci e migliorarci, e non per farci incatenare. Quella che mi interessa, comunque, non è solo l’evoluzione sociale ed economica. E’ anche l’evoluzione della creatività. La possibilità di immaginare nuovi sogni, nuovi linguaggi, nuove forme artistiche ibride, nate dall’intreccio, dal network, dalla contaminazione tra intelligenze e discipline diverse. I capolavori del futuro. Il fiorire di nuovi talenti che non si limitino a copiare modelli del passato ma che ne scrivano di inediti, di personali. Nella musica, nella scrittura, nell’arte, nella comunicazione. La musica è stato un grimaldello fantastico e seducente per aprire il vaso di Pandora del divenire. C’è chi dice che ne siano usciti fuori tutti i mali del mondo. Secondo me questi mali sono il seme da cui potrebbero germogliare nuove meraviglie. Anzi, siamo ottimisti: da cui germoglieranno di sicuro nuove meraviglie.

 Leggendoti in (tutti) questi anni sul Mucchio e nelle cose che lasci nel secchio e che tiro su dal tuo Pozzo, mi è sembrato di capire che tra i tuoi gruppi preferiti (così come tra i miei) ci sono U2, Pearl Jam e Coldplay. Per ciascuno di loro dammi il titolo di UNA canzone che ti stende ad ogni ascolto; non la più bella o la più tele votata, ma quella che ti fa ricordare perché ami ancora queste band dopo tanti anni e se dal vivo te lo hanno sempre confermato.
 Rieccoci all’adorabile passatismo! U2: Acrobat, 1991. Non l’hanno mai suonata dal vivo. Mai. Su YouTube si trovano solo delle versioni rubacchiate durante le prove dello Zoo Tv Tour del 1992 (esempio: http://www.youtube.com/watch?v=faXJzKxqc8Y). Oppure puoi immaginare come potrebbe essere live ascoltando la versione suonata dai Lemon, una cover band cilena specializzata nelle canzoni degli U2 che gli U2 non suonano mai dal vivo: http://www.youtube.com/watch?v=ldw319bfgao (grandi, eh? li ho già contattati e prima o poi li intervisterò, almeno sul blog). Acrobat è una delle ragioni per cui gli U2, oltre ad amarli, li odio profondamente. Hanno un catalogo fantastico e nei concerti ne suonano solo il 10% scarso, quello più trito, televotato e – nel caso degli ultimi dieci anni – più brutto e commercialotto (Elevation, Beautiful Day, Vertigo, City of Blinding Lights… l’orrore! L’orrore!). Da questo punto di vista, Springsteen è cento volte meglio (sì sì, in realtà è tutta piaggeria per riconquistare i fan offesi dal riferimento alla Fake Street Band). Così come, dal vivo, sono nettamente meglio i… Pearl Jam. Per loro te ne dico DUE, di canzoni. Le ultime folgoranti scosse. Light Years, versione Berlino 2009, un po’ più rapida di quella in studio. Ero lì. Concerto-ciliegina sulla torta di una esaltante vacanza tedesca. Il paradiso a 33 anni. Già solo scrivendo queste righe mi è venuta voglia di rivederla. Anzi, ti dirò di più, me la rivedo proprio: http://www.youtube.com/watch?v=1GuFftPUZNU&feature=related. La seconda è Speed of Sound, dall’ultimo album Backspacer. E’ una delle loro rarissime Acrobat, quelle canzoni tabù a cui il palcoscenico è vietato. L’hanno suonata solo una volta a Philadelphia, Eddie ha ciccato la parte iniziale di chitarra e non l’hanno più fatta (inutile dire che anche qui c’è la prova YouTube: http://www.youtube.com/watch?v=C5QRxZDxpQY). Infine, i Coldplay: Don’t Panic, dall’album d’esordio Parachutes. Tutta la vita. Bastano gli accordi di chitarra acustica e il primo verso per riportarmi indietro all’estate del 2000. E’ un meccanismo quasi proustiano. E adoro, ogni tanto, tornare all’estate del 2000. Dal vivo li ho visti solo nel tour di A Rush of Blood in the Head (la title-track di quel disco, misconosciuta, è strepitosa) ma li ho trovati un po’ freddi.

 Hai il biglietto pronto per la finale di Champions, Torino – Real Madrid. La mattina ti chiama il direttore (Mucchio o Stampa che sia) e ti dice che in giornata arrivano Steve Jobs e Bill Gates, pronti per essere intervistati in esclusiva, alle 21. Come te la cavi?
 Torino – Real Madrid… oggi sembra qualcosa di impossibile, ma io un Toro-Real l’ho visto per davvero. Al Delle Alpi, primavera 1992, semifinale di Coppa Uefa. Due a zero per noi con autogol madrileno all’inizio e gol di Luca Fusi su galoppata di Gigi Lentini nel finale. Quattro ore di coda per comprare il biglietto, stadio tutto esaurito, settantamila persone, Piero Chiambretti a fare il cretino nel riscaldamento pre-partita in mezzo ai giocatori del Real. Che Toro, quello. Marchegiani, Bruno, Policano, Fusi, Annoni, Cravero, Scifo, Lentini, Casagrande, Martin Vasquez, Bresciani. Mondonico in panchina. Ed era pure il periodo in cui scoprivo gli U2 e Acrobat, diamine. Il problema non si pone: porto Steve Jobs e Bill Gates a vedere la partita. Anche i loro pr sono d’accordo, è tutta pubblicità. Esultiamo assieme. Poi andiamo a salutare l’allenatore vincente, José Mourinho, tornato in Italia per riportare in alto il Toro e dare qualche ulteriore dispiacere ai gobbi. Infine, visto che la partita si è giocata a Wembley, l’intervista andiamo a farla agli Abbey Road Studios (così ci ficchiamo anche un po’ di Beatles e vinili, assieme alla fredda tecnologia) e il pezzo lo scrivo alle sei del mattino e lo spedisco da un web café pakistano nell’East End, mangiando kebab per colazione. Quindi muoio soddisfatto. Che dici? Non vale? E’ una forzatura? A me non sembra. In un mondo in cui Toro-Real è la finale di Champions League, io posso fare ciò che voglio di Bill Gates e Steve Jobs. :o)