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lunedì 12 dicembre 2011

MOTOPONY [st] disco dell'anno ... il mio



Come per Hey Marseilles, la storia si è ripetuta quest’anno con i Motopony. Li ho scoperti in tarda primavera e me ne sono invaghito al punto di voler condividere l’incanto di questo disco con Voi … ma molto prima di adesso, credetemi, ma (ahimè) senza avere il tempo necessario (sempre lui), finendo per arrivare ad oggi, con la classifica di fine anno da stilare e senza averne fatto menzione alcuna. Rimedio, visto che, a parte tutto, si tratta del mio preferito del 2011 con la speranza che le ore piccole che sto facendo non siano vane e che i Motopony riescano a far breccia nei vostri cuori. Cosa dirvi allora? La sensazione costante che mi resta dopo aver finito di ascoltarlo è quella di un disco scritto e suonato in assoluta libertà. Pensato molto poco; fatto che porta con se, il grezzo e l’innocenza dei dischi primi. E la prima cosa che mi è venuta in mente, dopo essermi convinto che ‘Motopony’ un gran disco, è stata la risposta che Jeff Tweedy ha dato a Guglielmi del Mucchio che reputa i Wilco di oggi meno sperimentali e coraggiosi di qualche anno prima: “Sono in disaccordo al 100%...anche sul fatto che i Wilco siano diventati o siano mai stati una band “sperimentale” nel senso comune che si attribuisce al termine. Abbiamo sempre sperimentato per noi stessi, non per inseguire chissà quale concetto astratto di avanguardia…cercato sempre nuovi modi per esprimerci, magari anche nel contesto di un semplice pezzo country. I Wilco rivendicano di possedere un’indole aperta, un’attitudine eclettica al fare musica, ma alla fine crediamo di non uscire mai davvero fuori dal recinto del rock, pop e del folk.” Evidenti dimostrazioni su disco dell’assunto di prima si trovano nelle ballate ad ampio respiro di Vetiver, June e Wait for Me. La band del Tacoma è stata affiancata a nomi come quello dei Fleet Foxes, di Devendra Banhart, The Cave Singers, Iron & Wine. Ma se ne possono aggiungere tranquillamente ancora altri: ad esempio con due brani come Seer e I am my Body, si va dritti a sud a trovare i Lynyrd Skynyrd, e più in generale ci si imbatte in un mood molto vicino alla malinconia di Mark Linkous (God Damn Girls) e al cantato di Antony (quello coi Johnsons attaccati) in Vetiver. 11 le canzoni in totale (tra cui una centrale esecuzione strumentale) che ha una prima parte (una sorta di lato A) musicalmente più “leggera”, anche nei testi, valga su tutte King of Diamonds, non a caso scelta come singolo. Poi una seconda parte più malinconica ma anche la più bella e intensa. Tutte appoggiate su pochi strumenti acustici e la voce di Daniel Blue (ehi! … Blue? … ma dai! Personaggio sicuramente da approfondire che si presenta negli spettacoli in maniera singolare). Vi dicevo di God Damn Girls, con un arpeggio e una frase tamburellante che prendono posto delicatamente negli umori personali. Ma il collasso lo raggiungo con i 6 minuti e mezzo di Wake Up...



... voce, chitarra acustica, xilofono e quelle parole…mmm… beh magari anche banali: ma… sapete quando, avete delle sensazioni dentro a cui non riuscite a dare un nome… una spiegazione, e che casualmente trovate, anche solo nella lettura di un romanzo, che riesce a dare voce ai pensieri … ebbene, tutto questo sono state le parole e la musica di Wake Up… Dreamers are believers/That's how you buy into a dream /But how much more do you need to see/Before you can believe?/It's time to wake up from this dream …….. Wake up, wake up, you dreamer/Wake up and see the day/You thought it was a nightmare/But life has a mysterious way.
Pura estasi. E potrei concludere qui, ma c’è ancora un’ultima Euphoria, dolce terminale di un bel viaggio le cui note al pianoforte mi ridestano dal sogno …
“Do You remember kids?/ it's time to wake up/from this dream.    Ma in questo sogno, insieme alla musica dei Motopony, ci resterei dentro a lungo. Thank you very much guys!

[Nota a margine: non sono riuscito a trovare che sia una, recensione italiana su questo disco, ma quando sono sul filsharing di Soulseek mi viene continuamente succhiato dal mio hard disk. mah! un vero mistero.]





sabato 14 maggio 2011

WILD BEASTS vs ELBOW

Ebbene si lo ammetto, io adoro certe sonorità intime, profonde e così maledettamente ombrose.
Ed è così che l’ascolto di questi due dischi mi ha particolarmente attratto, catturato, coinvolto per i motivi sopraccitati. Parlo di Wild Beasts e Elbow giunti rispettivamente alla terza ed alla quinta loro fatica. Dei primi avevo con ammirazione accolto Two Dancers, dei secondi amministrare l’onere di The Seldom Seen Kid non è stata cosa da poco. Ma veniamo a noi. Smother, terzo album appunto dei Wild Beasts, lascia piacevolmente rapiti. L’intimità con cui viene cantato è distante dalla festosità con cui hanno recitato i precedenti episodi. Meno urlato, più sussurrato e delicato dimostrando come la crescita musicale vada di pari passo con la crescita personale dell’individuo. Così per loro una prova di coraggio, che ci ha regalato affascinanti immagini tra l’ambient, la sperimentazione e il pop. Ben dosata l’elettronica così come, misurate le chitarre, ci trasportano in una riflessione profonda in bilico tra realtà e sogno. Un gradevole stimolo per le orecchie ma anche un album dalle sfumature dense e sensuali, adatto a chi voglia far breccia sulla propria anima gemella in cerca di effusioni e dolcezze in una serata di spensieratezza.
Così come altrettanto alla pari tentano di giocare con l’intensità delle emozioni gli Elbow reduci da pluri-accostamenti (tra tutti Coldplay) e che tentano con Build a Rockets Boys di trovare una loro identità o perlomeno di esplorare territori differenti, partendo da temi come amicizia, ricordi,infanzia e perché no amore, ed inanellando melodie ed atmosfere suggestive che “strizzano” l’orecchio a strutture vocali alla Peter Gabriel così come a orchestrazioni alla Radiohead. Ma la riflessione mi porta pensare che seppure l’intento fosse il medesimo tra i due dischi sopraccitati, il risultato è di gran lunga differente. I primi riescono ad emozionare nella loro genuinità e spontaneità. I secondi, seppure laboriosi in questo lavoro, lasciano quella sensazione di album ben progettato, calibrato, pulito e distaccato oserei dire didascalico. Tanti i momenti di intensità, Lippy Kids, dal cui testo è tratto il titolo dell’album, così come obliquamente si apprezzano vivaci caroselli; Open arms, che immediatamente ti portano dalle parti di Fanfarlo piuttosto che dai Beirut, badando bene di non scomodare i magnifici Arcade Fire. Nondimeno ascoltandoli assieme alcune sfumature potrebbero ben coesistere. L’enfasi sconsolata, il timbro vocale, l’affinità nel dosare i suoni ingannano al punto di confondere, in un ascolto randomizzato, le tracce dell’uno e dell’altro. Basterebbe Invisibile da una parte e With Love dall’altra per confondere le idee e pensare tra se e se che “qui qualcuno ha mescolato le carte”. Lavoro non facile quello dell’ ascoltatore. Aguzza i sensi, stimola le sinapsi, mette a dura prova la memoria. Spulciare di qua e di la nella propria banca dati quale ottimo allenamento per non arrugginire i circuiti. Ma talvolta si sa il cuore giunge inaspettatamente imperioso a cancellare ciò che in maniera scrupolosa la ragione erige. E ci si lascia prendere dalle emozioni.“Ingannevole è il cuore più di ogni cosa” recitava il titolo di un film. Buon ascolto
Giamp



giovedì 5 maggio 2011

OKKERVIL RIVER - I am very far



"I’ m very far” sembra voler lasciar profetizzare sin dal titolo il contenuto del disco a firma Okkervil River. Lascia increduli il primo ascolto. Lontani, molto lontani, appunto, da quell’universo folk a cui eravamo abituati. Eravamo avvezzi a conoscere la destinazione; ora le certezze si diradano; si sa da dove si parte, ma non si intravede l’arrivo. Ed è cosi che se prima gli ascolti degli Okkervil lasciavano beato l’ascoltatore ora lo confondono, lo depistano e non gli rendono visibile quello che fino ad ora gli era chiaro. Confuso e fuori dal controllo rimani disteso, sorpreso e con l’aria stralunata di chi ha appena avuto una visione sconvolgente. Disco pieno di suggestioni romantiche ma anche violento, gioioso e nel frattempo terrificante nella sua mutevolezza. Si lascia ascoltare con piacevolezza, con curiosità. Ma forse era davvero ciò che volevano dimostrare, mostrare per l'appunto al loro pubblico il disagio di vivere in un posto dove non si vorrebbe vivere. Buon ascolto
Giamp



lunedì 18 aprile 2011

Erland & The Carnival + Fleet Foxes

Folk e i suoi fratelli ...
Mi sono detto: “ bisogna mettere un freno a  quell’ uomo e contenerlo prima che si faccia e ci faccia  del male. Non può postare così tanti ascolti veloci senza che ci dia il tempo di riflettere su quanto proposto.  Non deve e non può diventare il suo Blog l’opposto di quanto da sempre è la sua filosofia di vita. La lentezza. Il passo felpato, la poltroneria così tipicamente meridionale. Detto da me può suonare strano,  ma tant’è!  Obbligato i miei due figli a non disturbarmi, mi sono armato di carta e penna, ma  ad essere onesto ho semplicemente  acceso il pc , impostato un foglio word, rispolverato alcuni tra gli ascolti del periodo e lasciato andare con la mente ma anche ponderato  quanto volevo esprimere con la ragione. Se l’ascolto è preceduto da eccessivo pregiudizio, perdi buona parte del suo sapore della sua essenza. Ascolti, valuti secondo  le regole, giudichi e nel giudicare sottovaluti, ridimensioni, tralasci. E in seguito ti accorgi di quanti mondi esistono.  Realizzi e ti rendi consapevole che non uno ma tanti sono i modi di approcciarsi alla musica folk. Ciononostante ti coglie alla sprovvista pensare al folk quello dei padri, quello di chitarre e banjo, di fisarmoniche e violini,  quello di Dylan e quello di Baez, con tutto quello che poi nel folk hanno introdotto i Led Zeppelin e via via discorrendo fino agli attualissimi Decemberists .(che pure mantengono quasi inalterato il valore del folk).  Che poi tutto quello che conoscevamo sul folk potesse essere stravolto da renderlo impercettibile nella sua matrice originaria non ce lo aspettavamo. Nondimeno l’ascolto di questi  dischi, freschi freschi come un uovo a due tuorli , ognuno con il suo nucleo che genera nuova  vita,  ci rende le cose facili. Uno a pensarci, si spettina i capelli a furia di carpire dove nelle note, nelle melodie e nelle liriche, quanto ascoltiamo abbia a che fare col  folk, che poi altro non vuol dire che musica del popolo. Il primo  viaggio  è a nome  da Erland e i suoi Carnival che con Nightingale si scosta da quel modo di concepire il folk. L’esordio aveva lasciato appagata l’audience più classica e conservatrice con quel loro modo  irriverente di prendere brandelli di folk e intingerlo in misture psich e beat. Ora in questo nuovo e perentorio lavoro giunto, appunto, dopo meno di un anno, ci propongono in veste ancor più innovativa, le evoluzioni che a loro dire passano dal folk, e  imbibito di umori  più scuri e di una buona dose di elettronica, virano verso una psichedelica  non più onirica ma offuscata e nostalgica alla Doors  e che pesca a piene mani da quella cultura musicale molto londinese. Si lo so ce ne passa di acqua sotto i ponti prima di idolatrarli ma il primo fugace  ascolto ha confermato la regola che il secondo disco non smentisce mai le attese e lascia, seppure disorientando, una sensazione affascinante. 
Veniamo al secondo ascolto che vi lascio da gustare come si diceva, con lentezza. Ebbene, qui siamo di fronte ad un modo   meno depurato, raffinato e distillato  di concepire  il folk. Quello che più conosciamo,  quello fatto da strumenti semplici, popolari e proletari.  Molto vicini a quell’universo che altrettanto elegantemente è stato esplorato da Mumford&sons.
E parliamo nientepopodimenoche dei Fleet Floxes. Helplessness Blues, la cui delicatezza rapisce, cattura e travolge, è una  ulteriore conferma che tanti sono i modi di concepire il folk . Compiono una seria   virata verso atmosfere  meno attraenti che nel primo disco, con innesti più oscuri, cupi e che non lasciano l’anima indifferente. La sua essenza sta nelle semplicità, in quella sua vena poetica,   quasi naif. Immersa in un mondo onirico al confine tra  i Sigur Ros e Barzin  ma che non disdegna un folk rock alla Led Zeppelin o alla Jethro Tull. Pensavo fino a questo punto dell’anno di potermi ritenere soddisfatto già con i dischi fino ad ora ascoltati Radiohead, PJ Harvey, Anna Calvi, The Sad Band per citarne alcuni. Di certo il loro disco un papabile per la top list di fine anno. Degni titolari dello scettro di un nuovo  modo di concepire il folk. Con i Fleet Floxes  e con Erland and the Carnival tutto si capovolge e si scompaginano gli ascolti. Sarà come dice il caro Gianni, che i dischi sopraccitati non solcano l’animo più di tanto ma nemmeno lasciano indifferenti. Una considerazione va di certo fatta. Tra le tante divagazioni a titolo folk queste di cui sopra  sferrano un serio attacco alla monotonia che affligge i tanti gruppi che di questo marchio si fregiano. Ed è così che in un momento di riflessione assapori questi mondi policromi, il battito rallenta, il respiro diventa regolare e pacato; ti senti ritemprato e pronto a ripartire. Di certo c’è che una pausa ogni tanto ci vuole e tu più di tutti  Gianni, tra numeri e musica ogni tanto inserisci pause!!!
Buon ascolto.
Giamp



domenica 10 aprile 2011

Linda Perry, Deep Dark Robot - Eight Songs About a Girl



Parlare delle proprie storie d’amore, soprattutto quando sono così dolorose è sempre difficile e rischioso. Ancor più difficile, poi, se a raccontarle è un personaggio pubblico e dichiaratamente omosessuale (no, non è nichi vendola, tranquilli). Giù il cappello, quindi, a Linda Perry, ex 4 Non Blondes (quelli di what’s up), rimasta dietro le quinte per ben 14 anni (durante i quali ha prodotto Christina Aguilera, Pink e Gwen Stefani e curato la sua etichetta discografica, la Custard, casa di James Blunt, Crash Kings e Little Fish) che ha deciso di tornare sulle scene in prima persona con questo progetto dal nome Deep Dark Robot, insieme Tony Tornay (batterista, mentre la Perry ha suonato il resto degli strumenti). Il disco si chiama: “8 Songs About a Girl”. Ovvero tutto quanto ho da dirti, mia cara ex, nella maniera più appassionata e incazzata possibile, senza giri di parole, mezze frasi, false ipocrisie. E te lo dico già nei titoli: “sto venendo per te” nessuna mi sveglia come fai tu” non significhi niente per me” non riesco a farti uscire dalla mia mente” è fottutamente doloroso” non sarai la mia ragazza” e un conclusivo quanto eloquente “vaffanculo stupida puttana”. Un disco schietto e sincero. Assolutamente urgente. E se i testi delle 8 canzoni hanno un filo conduttore piuttosto preciso, musicalmente invece, l’album non segue nessuna linea ben definita. Un paio di brani tirati “I’m Coming for You” e “Won’t You be my Girl” e ballate in salse di differenti con le due centrali You Mean Nothing to me e It Fucking Hurts un paio di spanne sopra le altre. Sopra tutto la bella voce della Perry sempre bravissima nel riuscire a modularla a suo piacimento, sia quando si tratta di scartavetrare l’ugola per le rock-song, sia nel farlo per i brani più soul, senza contare il semi-falsetto Jagger/Prince nella terminale Fuck You Stupid Bitch. Un altro disco che non cambierà la storia della musica rock, certo, ma per quest’anno ci sarà un po’ di gloria anche per lei. “8 songs” nelle parole della Perry:
“The best way to describe it is dirty French garage pop. My singing style is all over the place. I think it comes from working with so many genres as a producer and writer and having to shift gears from country to R&B to pop. I sound different on each track: One is R&B/Motown, one is Zep rock and roll, one is more indie pop. It’s just how the songs came out. But you know it’s me and you know it’s the band. Tony (Tornay) is the drummer and I do everything else. I’m fearless when I play instruments because I don’t know what not to do. 8 Songs About a Girl will truly be the first “out” album written by a woman as a love letter to another woman. But everyone can totally relate to the songs. Let me tell you, this album is going to be hot. In the first video, I am full on making out with this chick.”



lunedì 28 marzo 2011

Dirty Beaches - Badlands

Avrei voluto augurarvi una buonanotte piena di sogni dorati con una dolce nenia quale ideale accompagnamento al sonno notturno. Ma questo album dei Dirty Beaches è stata una vera ossessione per tutta la serata e ho dovuto per forza di cose segnalarvelo, se non altro per liberarmi dai fantasmi che genera l'ascolto di questo disco. Che non ami certe atmosfere troppo cupe, il mio cuore lo sa e da dove nasca questo rapimento, spiegarvi non so. Ma oggi è ciò che mi è successo. Musica anni '50 immersa nel noir dei romanzi di Raymond Chandler. Badlands è il titolo di questo rito. Che il sonno scenda lieve su tutti voi.








mercoledì 23 marzo 2011

PJ HARVEY - Let England Shake




Sarò in grado di articolare alcune cose su PJ. Harvey ed il suo ultimo ipnotico lavoro, senza rischiare di essere superfluo, stucchevole e melenso, nelle considerazioni? Questa è la domanda che mi sono posto prima di apprestarmi a scrivere “due righe” su di lei; quanto segue sono le cose che mi sono frullate per la testa. Gli elogi si sono ovviamente sprecati e per il firmatario l’attesa non è stata vana. Eppure se si sviscera  Let England Shake da un punto di vista puramente musicale e tecnico, mi accorgo che Polly Jean per questo disco non si è dissipata nel fare cose di chissà quale difficoltà. Intendo dire: tre quattro accordi, virtuosismi chitarristici zero, basso a limite sindacale, batteria nemmeno a parlarne. E allora mi chiedo cos'è che mi ammalia di lei, cosa mi seduce ? E ancora, cosa mi pervade infiltrandosi nelle sottili maglie del mio animo? In passato mi ha conquistato con quegli scatti relativi alla copertina di Stories from the City Stories from the Sea, labbra color rosso ciliegia su capelli neri ebano con tanto di occhiali che fanno Vamp. I dischi successivi, come scatti fotografici, hanno mostrato il lato meno accattivante del suo erotismo femminile se si pensa alla copertina di White Chalk ghhhhhhhhhhhhh orripilante!!!! Se poi scaviamo nella sua personale condotta di vita scopriamo anche che è estimatrice di una dieta particolare a base di patate che la rende così esile e pallida, ed io non è che ami particolarmente chi si ostina a imporsi limiti al buon mangiare. Strafare si sa non fa bene, ma nemmeno lesinare sui piaceri della vita! E allora ancora mi chiedo cosa mi attragga di Lei? E senza rincarare la dose mi interrogo straordinariamente (valutando alcuni passaggi che un po mi lasciano il dubbio), sulla buona fede o sulla possibilità di influsso da parte di diversi artisti (non mi addentro in questo dibattito). Di certo mi ha colto di sorpresa una vaga sensazione che alcuni brani possano benissimo confondersi come outtakes tratti da The Million Dollar Hotel (si, dai, quegli organetti e quei colpi di batteria con quattro pennate alla chitarra che fanno tanto Miss Sarajevo) colonna sonora a marchio Eno/U2. Hanging in the Wire e All and Everyone, la stessa Let England Shake seppure notevoli come brani sembrano in principio essere facili profeti di quel dubbio. E la stessa Harvey quando canta in alcune circostanze sembra voler fare il verso a Milla Jovovich che ben interpretò Satellite of Love. Poi mi ravvedo ascoltando con minor apprensione e penso, svegliandomi da quell’incubo e lasciandomi invece cullare dalle sue melodie, che null’altro può essere, se non la sua voce incantevole e seducente e quel suo modo di modularla in tono amabile, a donare leggiadria ai quei semplici accordi a quelle armonie così esageratamente nostalgiche eppure nel contempo così fottutamente orientate al futuro; quel suo modo di rendere tutto così inquieto, di smuovere le crepe del tuo mood lasciandolo inerme e pallido, tramortito. La sua capacità di raccontare anche di storie di morte "death is everywhere….coming off the mouth", canta esplicitamente, senza essere funesta e penosa a lasciar ancor di più frastornati. Non vi è spazio per i dubbi ma solo la consapevolezza che Polly Jean possieda un gran talento e sarà dura quando non ci regalerà dischi di questa portata.
So our young man Hid with guns, in the dirt, in the Dark Places in the forest.
Giamp







martedì 15 marzo 2011

JOHN SHIPE - Villain



Mi sbilancio e dico John Shipe album dell’anno. Successe lo scorso anno con  Hey Marseilles: scoperti in primavera non li tolse nessuno dal podio più alto. E così per il 2011 la butto là e sposo la causa Shipe. Per quel che vale la mia opinione, ovviamente, e per segnalarvi un altro bravo artista in giro dai primi anni ’80 e con altri tre album già alle spalle, tra cui uno suonato solo con il violoncello. Sulla copertina dell’album “si spara una posa” manco fosse Salvador Dalì, anche se il primo effetto fu di (ri)vedere il compianto Willy De Ville che del sentimento più nobile scrisse canzoni indimenticabili. La musica, in verità spense ogni paragone, le canzoni accesero le emozioni. A partire dalla ballata (anche banale e scontata nell’andamento se volete) di Love Belongs To Everyone, ma che meriterebbe ben altra gloria radiofonica (pare che in qualcuno degli Stati Uniti venga programmata in heavy rotation e richiesta molto più dell’ultimo Radiohead … tsk tsk, mi si consenta :-), per finire ad un altro classico quale What Right Do We Have to Fall in Love?, l’altro vertice dell’album (quante ne sono state già scritte a questa altitudine?). In mezzo altri piccoli scrigni da aprire, dall’ironica Villain che narra dell’uomo sfortunato con quel “genere” di donna a cui piace, invece, l’uomo “stronzo” (In my next life I’m gonna be bad / I go crazy thinking about all the fun I coulda had. / And that’s all I gotta say about that ) all’intimità di Some Hidden Things (Some hidden things might be easier/Than the crap we live with day after day. / What I really mean is, what scares you most / Just might bring on the light of day. / It's what you finally need at last, / To help you forget about the past / Some hidden things); un bel duetto con Halie Loren nella country ballad Hard to Believe che rimanda la memoria a quello tra Tweedy e Feist in You and I nell’Album dei Wilco; e Disaster, che mi ha ricordato la leggerezza di alcuni brani contenuti nel disco di T-Bone Burnett, The Criminal Under My Own Hat del ‘92. E poi, quel tocco in più alle composizioni che da la sua voce, nasale quanto basta, per renderlo un perfetto cantante confidenziale. Gran bel disco, in definitiva, di quelli che il mio organismo gradisce sempre più col passare degli anni, quale nutrimento musicale essenziale (e mi riprendo anche l'ultimo dei Decembersits). Me ne volete fare una colpa? Il trionfo del sentimento sulla ragione. Buon ascolto.

Love Belongs to Everyone


What Right Do We Have to Fall in Love?
 
Hard to Believe (with Halie Loren)

mercoledì 23 febbraio 2011

THE BUILDERS AND THE BUTCHERS - Dead Reckoning



Così come quando stai per ascoltare una band che arriva da Athens in Georgia, hai paura di sentire dei nuovi REM (che poi non è necessariamente un male) a prescindere dalla musica che fanno, se dici Portland, Oregon, il pensiero corre dritto sugli spartiti dei The Decemberists. E questo genere di comunanza terrena, a volte, può essere un problema, se, come nel caso di questi The Builders and the Butchers, produci quel folk contemporaneo che tanto mi piace, con il rischio che il pregiudizio (che è sempre dietro l'angolo, e spesso si nasconde molto male) condizioni l'ascolto di qualsiasi cosa. Per fortuna loro, i The Builders and The Butchers sono riusciti ad evitare l'incombente paragone con Meloy & co. E pensare che questo Dead Reckoning è già il loro terzo album, un Signor terzo album, eh! Registrato in presa diretta in otto giorni senza l'aggiunta di overdubs e/o altre diavolerie simili, se non di successive parti di violino. Il cantante Ryan Sollee, a proposito del concepimento del disco ha detto "come i precedenti lavori abbiamo seguito poche idee guida: il rapporto padre/figlio, gli inizi del '900 in America, il bene e il male, vizi e religione. In questo album ho pensato molto alla fine del mondo, ai tempi bui che stiamo vivendo e ai sentimenti che il mondo sta provando; un'esperienza non molto diversa da quella vissuta nel 1930 in America. Ho pensato al modo di fare musica in quegli anni ed è stata fonte d'ispirazione per queste canzoni". Musicalmente, tutto il disco, è tenuto in piedi da una spina dorsale totalmente acustica (chitarre, dobro, violini e percussioni) e trascinata dalla bellissima voce del cantante Ryan Sollee che spinge l'album nei territori più dark del folk e del blues. Forse alla lunga paga una certa compattezza che a volte rischia di sfociare in ripetitività (leggi noia), ma i vertici toccati dall'iniziale I Broke The Vein, Lullaby, la delicata All Away, Cradle in The Fire e la conclusiva Family Tree, ripagano ampiamente le aspettative. Quanto prima andrò a recuperare anche il precedente Salvation is a Deep Dark Well, dal quale vi posto il video della bellissima Golden and Green. Hanno detto di loro: "Their sound takes you to the turn of the century – a band of gypsies traveling town to town playing in a tent revival show, fronted by Sollee as some sort of warped preacher..." Sottoscrivo. Tra Dylan, Violent Femmes e il "buio" dei primi 16 Horsepower, del Rev. David Eugene Edwards. Buon ascolto.

lullaby (da Dead Reckoning)


golden & green



Barcelona (da Salvation is a Deep Dark Well)

giovedì 10 febbraio 2011

ANNA CALVI [ST] : Favorevoli e Contrari


(favorevole)
No, non preoccupatevi non è uno scherzo. Non siete capitati sulla pagina personale di una di quelle ragazze avvenenti che oggi tengono banco sui principali giornali o sulle maggiori televisioni mondiali. Lei, seppure molto bella, indubbiamente avrebbe potuto ambire al successo e quindi direttamente alla “grana,” con facilità ed invece ci tocca sostenere l’ennesima donna (me tapino!!!) che da un calcio alla fortuna (di avere un viso ed un corpo invidiabili, magari anche una laurea - o come direbbe Totò una laura-). Di padre italiano ( così come potrebbe recitare il titolo di un film del caro Nuti ) ma vissuta musicalmente in quel di Londra si propone al grande pubblico con un disco omonimo a nome Anna Calvi. Occhi profondamente attraenti così come è incantevole il suo modo di cantare. Lei italiana dalla voce possente, lei italiana dai brani dal cantato epico, lei italiana dalle ritmiche ben scandite oserei dire Morriconiane, lei italiana dalla chitarra toccata con maestria e delicatezza che scherza con il vibrato e con suoni sapientemente dosati, lei italiana che gioca ad inseguire una semplicità di arrangiamenti degna di altri tempi. Maliziosamente nasconde tra i solchi (sigh i solchi !!!) un sapere musicale che la vede spaziare nel territorio classico fino lambire autori come Debussy ( di cui è stata peraltro fedele studiosa). Così come curiosamente si presenta con un singolo, Jezebel, non contenuto nel disco, ma che fu già reso celebre da una come la Piaf. E poi quel modo di farsi i coretti. Incantevole!!! Uno la ascolta e ripercorre a ritroso gli spazi densi della propria mente e sopratutto del proprio vissuto. Siouxie in primis chiaramente emerge da questo disco, diciamo, in maniera ineluttabile, così come cerca di far breccia l’animo ribelle di PJ Harvey. (splendido poterlo regalare nel giorno di San Valentino,- tra l’altro nella città in cui vivo il patrono è lui-, non trovate?) ma anche in un angolo mi si consenta, ehm, l’ombra di Hagen , P. Smith, U. Lemper. Quando poi si ha il compiacimento di gente come Nick Cave, Brian Eno e la stessa Harvey la strada al successo si presenta bene. La Domino non si è lasciata sfuggire un piatto così, diciamo, appetitoso. Nulla di nuovo quindi sul fronte musicale se non la piacevole riflessione che l’erba del vicino è sempre più verde. Sta a voi schierarvi e capire di che pasta è fatto il vostro cuore. Sta a voi capire se l’Italia che amate passa dalle parti di Londra.
GIAMP

“Mi scusi Presidente
non è per colpa mia
ma questa nostra Patria
non so che cosa sia.”
[G. Gaber da io non mi sento italiano]

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(contrario)
Bella presentazione Giamp, e mi dispiace rovinartela un po', ma proprio non ce l'ho fatta a non dire la mia. Chiaro, sempre di gusti si tratta. Ma, a mio modo di sentire, questo di Anna Calvi, è un altro di quei dipinti sopravvalutati. E gran parte del demerito va soprattutto alla stampa inglese (la solita next big thing dalle uova d’oro), anche se ho letto in generale lodi un po’ ovunque e qualche voce dissenziente sul blog di Harmonica. Mi sono preso il tempo necessario da dedicare all'ascolto dell’album (una decina di volte possono bastare?) che complessivamente non hanno fatto che confermare che i paragoni azzardati, soprattutto con Jeff Buckley e PJ Harvey non hanno fatto bene alla Calvi al fine di ottenere un giudizio più obiettivo. Per cui per un confronto complessivo dire che il sospiro di Hallelujah di Buckley e la copertina di To Bring You My Love della Harvey valgono l’intero disco della signorina Anna. Davvero, con tutta la voglia di non lasciarmi influenzare dai (pre)giudizi, ma già dall’iniziale Rider to the Sea con quella chitarra suonata in quella maniera, all'ennesimo ascolto, i riferimenti alla musica del grande Jeff diventavano sempre più una costante, finendo così per accostare ad as. No More Words, l’esorcismo (in questo caso più adatto l’esorciccio) di The Devil, Morning Light e la conclusiva Love Won’t Be Leaving, tutte messe insieme a Corpus Christi Carol, Mojo Pin e Dream Brother . Certo, Desire è una canzone che ‘spacca’ ma chissà perché arrivato a metà finisco a canticchiare People Have the Power di Patti Smith. Suzanne & I, poi, mi riporta ai Simple Minds di Mandela Day, con quel fastidioso ‘big drum sound’ che l’accompagna. Le tracce che mi hanno convinto di più sono quelle dove la Calvi non carica la voce e non la enfatizza troppo fino a farla diventare oggetto di paragone, dunque First We Kiss e Blackout. In definitiva è come se avessero trovato degli outtakes (meglio detti scarti) da Sketches For My Sweetheart the Drunk e date alla Calvi con il compito di fargliele cantare alla maniera della Harvey. Per adesso, signorina Anna, ‘piacere di averti conosciuta, spero indovinerai il mio nome’ …
Buon ascolto.
Gianni