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sabato 14 maggio 2011

WILD BEASTS vs ELBOW

Ebbene si lo ammetto, io adoro certe sonorità intime, profonde e così maledettamente ombrose.
Ed è così che l’ascolto di questi due dischi mi ha particolarmente attratto, catturato, coinvolto per i motivi sopraccitati. Parlo di Wild Beasts e Elbow giunti rispettivamente alla terza ed alla quinta loro fatica. Dei primi avevo con ammirazione accolto Two Dancers, dei secondi amministrare l’onere di The Seldom Seen Kid non è stata cosa da poco. Ma veniamo a noi. Smother, terzo album appunto dei Wild Beasts, lascia piacevolmente rapiti. L’intimità con cui viene cantato è distante dalla festosità con cui hanno recitato i precedenti episodi. Meno urlato, più sussurrato e delicato dimostrando come la crescita musicale vada di pari passo con la crescita personale dell’individuo. Così per loro una prova di coraggio, che ci ha regalato affascinanti immagini tra l’ambient, la sperimentazione e il pop. Ben dosata l’elettronica così come, misurate le chitarre, ci trasportano in una riflessione profonda in bilico tra realtà e sogno. Un gradevole stimolo per le orecchie ma anche un album dalle sfumature dense e sensuali, adatto a chi voglia far breccia sulla propria anima gemella in cerca di effusioni e dolcezze in una serata di spensieratezza.
Così come altrettanto alla pari tentano di giocare con l’intensità delle emozioni gli Elbow reduci da pluri-accostamenti (tra tutti Coldplay) e che tentano con Build a Rockets Boys di trovare una loro identità o perlomeno di esplorare territori differenti, partendo da temi come amicizia, ricordi,infanzia e perché no amore, ed inanellando melodie ed atmosfere suggestive che “strizzano” l’orecchio a strutture vocali alla Peter Gabriel così come a orchestrazioni alla Radiohead. Ma la riflessione mi porta pensare che seppure l’intento fosse il medesimo tra i due dischi sopraccitati, il risultato è di gran lunga differente. I primi riescono ad emozionare nella loro genuinità e spontaneità. I secondi, seppure laboriosi in questo lavoro, lasciano quella sensazione di album ben progettato, calibrato, pulito e distaccato oserei dire didascalico. Tanti i momenti di intensità, Lippy Kids, dal cui testo è tratto il titolo dell’album, così come obliquamente si apprezzano vivaci caroselli; Open arms, che immediatamente ti portano dalle parti di Fanfarlo piuttosto che dai Beirut, badando bene di non scomodare i magnifici Arcade Fire. Nondimeno ascoltandoli assieme alcune sfumature potrebbero ben coesistere. L’enfasi sconsolata, il timbro vocale, l’affinità nel dosare i suoni ingannano al punto di confondere, in un ascolto randomizzato, le tracce dell’uno e dell’altro. Basterebbe Invisibile da una parte e With Love dall’altra per confondere le idee e pensare tra se e se che “qui qualcuno ha mescolato le carte”. Lavoro non facile quello dell’ ascoltatore. Aguzza i sensi, stimola le sinapsi, mette a dura prova la memoria. Spulciare di qua e di la nella propria banca dati quale ottimo allenamento per non arrugginire i circuiti. Ma talvolta si sa il cuore giunge inaspettatamente imperioso a cancellare ciò che in maniera scrupolosa la ragione erige. E ci si lascia prendere dalle emozioni.“Ingannevole è il cuore più di ogni cosa” recitava il titolo di un film. Buon ascolto
Giamp



lunedì 14 febbraio 2011

RADIOHEAD, nuovo album The King Of Limbs

Radiohead Fans Advisory: explicit lyrics:
ho amato i Radiohead di The Bends e Ok Computer (ancora oggi sono tra i miei preferiti di sempre). Dall'album successivo in poi, invece, è cominciata una lenta e inarrestabile avversione alla loro musica (?) e al cantato di Yorke, tuttora in corso. E poi tutto quel vociare, quel brusio 'genio di qua' 'genio di la' (e tanti saluti a Eno, Byrne, Zappa etc etc etc etc etc... ). Boh! Non ci capisco granchè di musica, questa è la verità. Ad ogni modo, il 9 maggio uscirà il loro nuovo album The King of Limbs, per il quale, a differenza del suo predecessore In Rainbows, la band non lascierà decidere all'utente il prezzo del download dei brani, ma alla modica cifra di $48 i fans potranno ricevere un 'pacco' di roba, tra cui magliette, vinili, cd e molto altro. Streaming in anteprima del disco dal 19 febbraio per chi metterà mano al portafoglio con largo anticipo. E c'è da scommettere che saranno in tanti. Nel frattempo ...





sabato 24 luglio 2010

Ricordando Me e THE DECEMBERISTS in Luglio, Luglio.

Ci poteva stare. Una bella canzone e un bel testo per il mese di luglio. Ancora i dicembrini di Meloy & Co(lin). Per l'occasione, a dire il vero, mi ero fatto convinzione che mi sarei imbattuto in un testo che parlava di luglio inteso come stagione estiva/balneare: e allora vai col copia e incolla e il relativo video. Con mia sorpresa invece,  con mia piacevolissima sorpresa, ho scoperto che la canzone parla di tutt'altro ovvero dei ricordi di Meloy e delle strade che lo hanno visto crescere da bambino. Ma, visto che i suoi ricordi  valgono (probabilmente) come quelli di Noi, piccole rockstar del quotidiano, mi è venuta voglia di raccontarne un paio legate ai miei Luglio fanciulleschi. Il ricordo più vivo che ho si collega al dopo pennichella pomeridiano. Io e miei fratelli ci ritrovavamo sul balcone a smaltire la sonnambulesca sudata (sonnambulesca, sì: ti giravi e rigiravi, ti alzavi, tornavi a letto ma il cuscino rimaneva inzuppato di sudore), in cerca di bave di vento refrigeranti, mentre mia madre [per Lei il relax pomeridiano era sinonimo di "se mi riposo io, qua arrivano i servizi sociali a farci sloggiare" (come darle torto con 5 figli  e un marito da accudire!)] ci portava il caffè accompagnato da una ciotola di semini di melone (ai quei tempi non si buttava proprio niente) che oltre ad essere un "ottima" merenda dietetica contribuiva ad accrescere il senso di pazienza e voglia di scambiare molto più delle solite 4 chiacchiere. Intanto in strada, col passare dei minuti, aumentava sempre più il rumore dei passi strascicati di moltitudini di ciabatte che si dirigevano verso il mare. Beh, basta così. Con gli occhi lucidi è difficile continuare. Magari a luglio del prossimo anno. Vi lascio in questo week-end coi i miei ricordi e con la canzone July July, facente parte dell'album d'esordio della band di Portland, Castaway and Cutouts.
[Un saluto fraterno all'amico Maurizio Pratelli]

martedì 6 luglio 2010

D E V O
Q: We Are DEVO? A: No, We Are Mutants!!
A molti nel parlare dei DEVO viene in mente la cover destrutturata (ma mai quanto quella proposta dai Residents - obbrobrio ndr.) di I Can’t Get No Satisfaction. Così come viene in mente quel buffo cappello in plastica (praticamente un vaso da fiori al contrario) o i colori appariscenti dei loro abiti anch’essi plastificati. D’altro canto la città da cui vengono non poteva sottrarli da quel modo di essere, diciamo, plastificati. Loro poi ci hanno cucito sopra il loro universo che viaggia al contrario ed è nota a tutti la storia che siano stati i Rolling Stones a coverizzare un loro brano, e così via. Erano gli anni dei Kiss, dei Rockets e in Italia, ahi noi, dei Cugini di Campagna con i loro zatteroni gonfiabili e parrucche. I Cugini resistono ancora al logorio del tempo, immacolati e con le loro voci candide da fare un baffo ad Antony and the Johnsons. A tal proposito ricordo che ca. 15 anni fa appena giunto in Trentino (una sorta di terra di Moldor) qualcuno mi disse: Ah Giampaolo dato che ti piace la musica sai che a Rovereto abita il cantante dei Cugini di Campagna? Stavo già pensando all’epoca a come espatriare!!! Per fortuna ci ha pensato dopo il cantante ad andare via. Ma tornando ai DEVO, a me no, a me invece viene in mente la canzone Mongoloid che io ho imparato a menadito ad eseguire con la chitarra elettrica distorta al massimo e cantando in un imbuto creando così una mia personale cover (occhio per occhio, dente per dente, eh eh eh ). Il brano mi collega come sempre a spazi lavorativi e mi piacerebbe sapere cosa ne pensano i Down a riguardo. Intendo dire sapere di essere stati oggetto per una canzone da parte di una nota band il cui testo dice tutto a riguardo.
E poi in quanto a longevità anche loro non temono nemmeno il peso degli anni. Ed è di non molto tempo fa la notizia che il creatore dei Simpson, Matt Groening, voglia riprendere la serie TV interrotta nel 2003 “ Futurama “– che vedeva impegnati in un episodio i DEVO come eroi della lotta per i diritti dei Mutanti -essendo stati loro mutati nel corso degli anni. Peraltro già presenti in altre serie animate come i Simpson (dove si vedono in un poster) ed anche nei Griffin. Ma questa storia delle apparizioni in serie cartoon americane ha già reso onore a tanti altri:  U2, Beck, Coolio, Snoop Dog e così via. Insomma di questo si parlava ma anche del fatto che ritornano dopo circa 20 anni con un nuovo album in studio dal titolo Something for Everybody, e un lavoro che vedrà impegnati i nostri ad una collaborazione con Santigold. Questo alimenta i nostri dubbi su quanto siano reali i DEVO o magari mutanti di se stessi.
Giamp



mercoledì 30 giugno 2010

Uh Oh, GIAMP Comes to Town














Avete presente quelle frasi ad effetto tipo: Sentiva il richiamo della foresta!!!! Beh è quello che sta succedendo a me da un po’ di tempo, direi da un po’ di anni. Eppure quando decisi di emigrare (che bello ‘sto termine) nel profondo ed orgoglione (un giorno vi spiegherò perché orgoglione) Trentino, terra avvolta dal mistero delle sue montagne ed oggi avvolta solamente dall’afa e dallo smog delle troppe macchine, invasa dal cemento dei Centri Commerciali e nemmeno più di tanto terra da sogno, senza pensare che un giorno potessero mancarmi i luoghi natii, le notti magiche, le verdi colline che si affossano nel mare azzurro. Ora le cose sono cambiate. Sarà stato aver messo su famiglia o chissà cosa ma sta di fatto che attendo con trepidazione l’arrivo della stagione estiva e si che io non è che fossi un consumatore assiduo di spiagge, magari più utente di una certa Movida locale dato il tipo di lavoro stagionale che svolgevo all’epoca. Scatta invece ad un certo punto una sorta di bisogno fisiologico, atavico che mi richiama verso quella desolata terra che una volta sapeva di sansa e di sudore. Ora piuttosto emana un puzzo di fritto misto, bruschetta e cornetti alla crema e nei suoi vicoli il vociare delle donne, intente a spettegolare, si è surrogato con musica da piscina urbana che uno pensa : “oddio non mi sono nemmeno spostato dal posto dove vivo”!!! Anche sulle sue spiagge le cose sono cambiate, sovrastate dal peso del progresso (così si dice ora) se ti immergi nelle sue fresche acque, riemergi che non serve spalmarsi di creme abbronzanti tanto è la presenza delle stesse sulla superficie del mare. E pensare che tutti ci sguazzano dentro e quasi si abbeverano nemmeno fossero le acque sacre del Gange. Per non parlare poi del rumore assordante creato dai vari lidi in cui hanno cominciato a destarsi dal sonno le più fastidiose forme di vita dell’estate al mare: gli animatori. Eh già, sono le quattro, la siesta è finita, chiunque in quel casino abbia provato a dormicchiare o a leggere un libro, ha finito di campare. Ogni fottuto animatore di ogni fottuto lido mette le sue musichette sparate a pompa, nello stesso istante, ed è quel frastuono che ti coglie a 150 mt. dalla riva e a due mt. di profondità. Se almeno cambiassero registro e proponessero una compilation degna di essere ascoltata. Ma sono disposto a pagare questo prezzo pur di tornare dove mi chiama il cuore. Un po’ come quando ci si innamora la prima volta. Quelle cose folli che si fanno in quelle circostanze. Il cuore che ti batte forte all’arrivo (e alla partenza) il sorriso dei tuoi pochi amici nel rivederti. La voglia di cantare a squarciagola Uh oh Love Comes to Town dei Talking Heads alle 2 di notte ammirando la luna che si specchia nel mare. Io in trance che sprofondo nel ricordo dei miei 20 anni quando le mie estati erano lunghe, limpide, selvagge. Mi ravvedo dopo alcuni minuti, tiro il fiato e ritorno alla realtà. Buon ascolto.
Giamp

martedì 15 giugno 2010

LOU REED
(L’essenziale è invisibile agli occhi….ma non alle orecchie !!!!)


Di lui si potrebbe raccontare molto, ma molto di più ed io, francamente, non me la sento di percorrere la sua interminabile carriera di artista. La sua voce, quella voce essenziale, però non la si può confondere con una voce qualunque. Principio prezioso, unico e necessario per regalare ad alcuni brani una luce tutta singolare. Loro, gli artisti di cui vi propongo l’ascolto, se ne sono accorti e onorano il nostro udito concedendo  l'interpretazione, a questo straordinario artista a tutto tondo, di un loro brano o di una parte di esso. Buon ascolto.
Giamp

Antony and the Johnsons - Fistful of Love -


The Killers - Tranquilize -


Gorillaz- Some kind of Nature-

martedì 8 giugno 2010

BLOGSPOT COVER ARTWORK 2010
La cosa mi sta prendendo parecchio la mano. Come avete visto continuo a postare copertine su copertine. Sarà per l'antica passione per quelle degli album che non mi ha mai abbandonato, ma, nel mare magnum delle uscite discografiche sto trovando, nelle copertine che accompagnano le uscite stesse, il giusto antidoto alla latitante qualità sonora. Sarà forse questa la vera rivoluzione della musica indipendente? Non musica quale riempitivo di un cd/disco ma come sottofondo all'espressione artistica del cantante o della band? E allora, in virtù di questo nuovo periodo impressionista che mi sta regalando molte soddisfazioni, ho deciso che in prossimità della fine dell'anno darò vita ad un nuovo blog, sul quale pubblicare tutte le copertine che riterrò più meritevoli (per il mio modesto gusto personale) uscite nel corso del 2010 e che sto raccogliendo da po'. Una coverart-list di fine anno insomma. Come potete ben vedere sia la copertina che la canzone non c'entrano niente, solo un riempitivo, sebbene quella di Diamond Dogs, sia una delle mie preferite di sempre.

lunedì 7 giugno 2010

SUMMERSONG ... remains the same


"L'estate arriva / per la durata di una luce / l'estata soffia via / e lentamente sarà inghiottita da un'onda". Ogni anno la canzone dei Decemberists, il testo di Meloy, rimbalzano nella mia testa al primo giorno di spiaggia. Cioè ieri. Fortemente in ritardo, quest'anno, ne ha condizionato anche la presenza dei bagnanti. Tutto sommato va bene così. Il mese di giugno e fino alla prima decade di luglio, in spiaggia (e in generale per il paese) si sta che una meraviglia: il giusto numero di presenze turistiche, il cielo azzurro, un mare fresco e cristallino e il tramonto alle 8 e mezza. Poi per il restante periodo è tutto un continuo susseguirsi di caldo torrido e di gente ammassata sulle spiagge e in ogni dove della ridente cittadina. Tra un po' si parte anche con i condizionatori in ufficio e le cervicali in omaggio.



Ramblin' where to begin
I taste the summer on your peppery skin
Been saved the warmer the waves
I felt a slip into a watery grave


My girl, linen and curls
Lips parting like a flag all unfurled
She's grand the bend of her hand
Digging deep into the sweep of the sand


Summer arrives with a length of lights
Summer blows away
And quietly gets swallowed by a wave
It gets swallowed by a wave


Waylay the din of the day
Boats bobbing in the blue of the bay
In deep far beneath all the dead sailors
Slowly slipping to sleep


My girl, linen and curls
Lips parting like a flag all unfurled
She's grand the bend of her hand
Digging deep into the sweep of the sand


Summer arrives with a length of lights
Summer blows away
And quietly gets swallowed by a wave
It gets swallowed by a wave...

giovedì 3 giugno 2010

OK GO- of the blue color of the sky-
(riflessioni e ricordi tra-passato, presente ... e un futuro migliore?)
[Premessa] Non volevo tediarvi con la solita recensione sull’ascolto del momento e dunque la riflessione o chiacchierata che dir si voglia parte da lontano, in altre parole, per meglio dire, parte nel presente e si evolve nel passato. Un salto a ritroso, un percorso calamaresco.
[Presente] Ascolto da un po’ di tempo OK GO - of the blue color of the sky - e blablabla bla bla bla il solito discorso tra me e me, trito e ritrito. “ Somiglia a questo (Prince), a quello (Beck), troppo cambiamento (chitarre al limite sindacale) nel modo di comporre, innovativi al limite della sopportabilità e per forza di cose”; e parte lo sbadiglio. Qualcosa però improvvisamente affiora nella mente e chissà perché il loro ascolto mi riconduce ad alcune sonorità del paleolitico. Allora pensa che ti ripensi e si apre un cassettino. Flash ))))) , m’illumino e ragiono: ma sai che mi sembrano i Boomtown Rats .!! Si quelli di Geldof!!
[TraPassato] Ricordo delle mie serate trascorse in radio ( la allora mitica Radio Vieste 1 ), accompagnavo un amico speaker radiofonico, che aveva in mente di fare un programma alla Arbore/Boncompagni dal nome rinfrescante (u’ ghiacciul’- il Ghiacciolo) nella fascia notturna. Chissà che in età pensionistica non ci venga in mente di farlo sul serio, con il pattume di palinsesti odierni forse le idee buttate giù all’epoca potrebbero essere valide oggi.
[Presente] Dicevo, delle serate in cui lo accompagnavo nel preparare la selezione di brani per la serata e di quel momento ho ancora una selezione su nastro e un brano in particolare ma senza un motivo specifico, mi si appiccicò a pelle. Il brano imputato si chiama Banana Republic. Un miscuglio di sonorità reggaeggianti tanto in voga al tempo di riferimento. Ma poi mi parte ancora la “brocca”.
[Passato] Oh my God ma Banana Republic è pure un brano del duo (recentemente ricongiunto) DeGregori/ Dalla, brano che dipingeva l’Italia di quegli anni!!! Scanzonata, scherzosa, allegra e con la volontà di fare un passo avanti. Tutto il contrario di quella odierna, triste, depressa, inguardabile.
[Presente] Poi cerco e trovo in rete che il brano dei Boomtown Rats era inserito nell’album Mondo Bongo. E allora altro flash, altro ricordo. “Ma Mondo Bongo è un brano di Joe Strummer & Mescaleros contenuto in Global a Go Go”. Reputato il miglior disco dopo l’esperienza The Clash, il cui brano di spicco è Johnny Appleseed. E riflessione dopo riflessione ti accorgi che si perde il filo del discorso e data l’età ragguardevole dello scrivente, tante, troppe, sono state le riflessioni e l’accavallarsi delle stesse che mi han fatto perdere il controllo della situazione. Boom e il cervello è esploso, deflagrazione immediata. Forse avevo solo intenzione di dire che la storia è ciclica e così la musica che accompagna la nostra vita. Sperare di trovare grandi illuminati della musica, è sempre operazione ostica. O forse ancor di più che Geldof non sarà stato un granché in fatto di originalità, (lo si ricorda più per l’attivismo in campo solidale/benefico) così come per tanti non lo sono gli OK GO, se non per aver saputo fare in passato video lowcost piacevoli, accattivanti e buoni per le premiazioni su mainstream e nel presente ancora video la cui originalità è tutt’altro che scontata ma che pur sempre video rimangono. Valli a capire quanti si combattono il primato di scopritori di NextBigThing con una ricerca spasmodica di gruppi futuribili come indice di conoscenza assolutistica e dispotica. Per quel che mi riguarda il posto, in termini musicali, di primi della classe è ancora vacante, anche dopo l’ascolto del disco degli OK GO. Fate le vostre riflessioni, mi raccomando senza esagerare!!!
Giamp





martedì 27 aprile 2010

BROKEN SOCIAL SCENE
Forgiveness Rock Record
(non è propriamente una recensione)
In linea con l'url del mio blog vorrei dire la mia sulla musica indie. Lo faccio adesso dopo aver ascoltato una volta di più l'ultimo album dei Broken Social Scene dalle prosperose terre canadesi. L'ascolto un pò più accurato che ho dedicato al nuovo disco dei Broken è servito per dare fiato a questo mio (tanto probabile quanto inutile) sfogo sullo stato della musica indie odierna. Ma anche breve, sì. Perchè alla fin fine cosa c'è da dire dopo aver ascoltato Forgivness Rock Record? Non sono un critico (inteso come chi è in grado di esprimere giudizi più tecnici dei miei, avendo io, ascoltato molta meno musica e da molto meno tempo dei suddetti). Sarà anche "grazie" alla mia incapacità di riuscire ad andare oltre i miei gusti e le mie reminiscenze, per cui se l'artista non mi tocca la corda giusta, sbatte contro un muro e cade giù, ma negli ultimi anni faccio davvero fatica ad entusiasmarmi per le nuove uscite. Ne escono  centinaia al giorno che non mancano di essere beatificate o peggio santificate sul pitchfork di turno. Avrei voluto davvero fare una bella recensione sul disco dei Broken Social Scene facendo i dovuti apprezzamenti  se dovuti, o dicendone peste e corna se avessero provato, chessò, a fare il verso ai Led Zeppelin o a scimmiottare gli Stones. No, niente. Il vuoto assoluto. Alla fine di tutto il mio arzigogolare della mente (leggasi anche megapippone) ho emesso questa sentenza (ovviamente) appellabilissima: ovvero un buon 80% della musica "alternativa" di oggi, purtroppo non è bella, malauguratemente non è nemmno brutta, solo I-NU-TI-LE! Lascio il restante 20% perchè nonostante tutto sono sempre un ottimista e adoro essere smentito, mette un po' di sale alla vita. Se invece i Broken vi piaciono eccovi l'intero album in streaming.

giovedì 22 aprile 2010

THE NATIONAL    
High Violet [2010]

Tra non molto, nel mio paesello di origine, quel posto che una volta sapeva di sansa, al punto da ribattezzarlo “il Sansificio” per un lungo periodo dell’anno (ci hanno tolto pure quello per fare massacro di cemento, però forse meglio così magari i fumi che fuoriuscivano da quella ciminiera che si stagliava nel cielo erano pure cancerogeni!!!??? ) ci saranno i festeggiamenti ( 5 ininterrotti giorni all’insegna della sagra ) per la santa patrona, Santa Maria di Merino. La festa non ve la descrivo, ma immaginate un po’ quelle processioni tipiche del Sud Italia con schiere di esaltati e fanatici che portano a spalla per Km. statue coperte d’oro che la metà basterebbe a costruire un bell’ospedale, utile alla comunità. Il titolo di “patronato” ( non i patronati per l’assistenza fiscale o pensionistica) è comunque conteso da altri due santi ma talvolta ci si attacca anche una qualche riserva, insomma per non farci mancare nulla abbiamo un santo patrono per ogni occasione. A Marzo San Giuseppe in Aprile San Giorgio segue a Maggio Santa Maria di Merino ( la patrona di cui sopra) poi a Giugno Sant ‘Antonio - pausa di due mesi per dare spazio alla mega festa estiva e si riprende a Settembre con la Madonna del Mare. Insomma quando qui a Nord, dove vivo, si dice che non abbiamo voglia di fare nulla, noi Terroni, a me viene da ridere. Provate voi a sottrarvi a tutta questa pandemia di santi e non ultimo ad uscire indenni dalle megaingozzate che le feste portano con se!!! Roba che la Grande Abbuffata è solo l’antipasto. Carciofi ripieni, che si intortano seppie ripiene, che si fagocitano melanzane ripiene che si travestono da cozze, anch’esse ripiene. Un groviglio di ripieni che manco il capretto con piselli e uova trova posto a tavola. E ancora a seguire noccioline, castagne affumicate, e canditi e torroni e taralli ‘ngelippati (glassati) irrorati da fiumi di moscato passito ed ettolitri di limoncello o limoncino che dir si voglia. E tutto questo in addestramento per il santo natale, così come forma di protesta verso i popoli che con un euro vivono un mese mangiando bacche di bosco e bevendo acqua di fonte ad andar bene, sennò manco quella. Ma nel descrivere l’evento che da un po’ non sa più ne di sacro e tantomeno di profano, mi sono perso il nocciolo della situazione. Ah si ora ricordo. Mi veniva in mente che per queste feste viene spesa una fortuna (tra contributi pubblici e sponsor vari) per far assistere alla popolazzione locale (volutamente scrivo con la doppia zeta) ma anche gli oriundi e magari i germanici già presenti sul territorio votato al turismo, ad una serata in piazza con spettacolo canoro-cabarettistico. Si spazia da Masini a Tozzi, da Dolcenera a cantautorato melodrammatico napoletano, da Orietta Berti a Pippo Franco e ad andar bene ti becchi Checco Zalone contro il Gabibbo. Mai una volta che ci si sposti di una virgola. Mai una genialata, un colpo di coda, un’onda anomala che spazzi via la consuetudine. Chessò un concerto che infiammi gli animi dei giovani amanti del settore rock contemporaneo. Un concerto fuori programma dei The National venuti direttamente da New York nel Paese del Sansificio, per presentare il nuovo album, High Violet, che vedrà peraltro la luce proprio il 10 maggio. Un album che arriva a distanza di tre anni dal precedente e pluri glorificato Boxer. Un disco che in termini sonori non si rifà molto a quest’ultimo lavoro ma piuttosto sfodera le chitarre del precedente Alligator. Un album che mantiene fede però alle sonorità analogiche senza nulla tentare e nulla pretendere. Elettronica abrogata, annichilita.. E poi si sa la 4AD non è etichetta che si permette irrisioni. Un disco che evoca intensità senza mezzi termini. Una voce pulita, una timbrica profonda, sebbene talvolta nascosta da chitarre illogiche o da sorprendenti overdrive. Ma la mia fantasia è contaminata dai tanti sogni. So che all’indomani dei festeggiamenti con le facce assonnate e l’alito pesante, tutti diranno che la parte musicale è stata noiosa e quanto mai inutile ma per il prossimo anno verseranno l’obolo utile a rifare gli stessi errori. Buon ascolto.
Giamp

(free song) The National – Afraid of Everyone


venerdì 16 aprile 2010

ROCK OPERA E CONCEPT ALBUM
(I 10 migliori e i 10 peggiori della storia)

Le classifiche musicali non mi sono mai piaciute. I 10 dischi per l'isola deserta, davvero un giochino che dura il tempo di fare ammenda di un disco che non ti sei ricordato di elencare. E' un po' come scordarsi dei primi amori. Il fine millennio/decennio/decade, poi, è stato un continuo proliferare sul web di primi e centesimi posti. Questa pippa/premessa per dirvi che ho trovto sul sito spinner.com, una doppia classifica delle 10 migliori e peggiori rock opera, intese vieppiù, come concept album, di sempre. Stilata da uno dei redattori del sito in questione, l'ho trovata quantomeno originale nei contenuti, forse perchè, molti dei dischi elencati non li conscevo affatto, ergo, fonte di nuove e future scoperte. Per i miei gusti avrei messo Bowie in cima, poi The Wall, Jesus Christ e Tommy degli Who, mentre c'è bagarre per accaparrarsi i primi posti tra i peggiori. Vabbè, una maniera com un'altra per ripassare un po' di storia in questo fine settimana, che vi auguro di passare al meglio.

I migliori:
10. 'Franks Wild Years,' Tom Waits - 9. 'Hedwig and the Angry Inch,' Original Cast - 8. 'Quadrophenia,' the Who - 7. 'Joe's Garage, Acts 1-3,' Frank Zappa - 6. 'American Idiot,' Green Day - 5. 'Jesus Christ Superstar,' Andrew Lloyd Webber and Tim Rice - 4. 'The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars,' David Bowie - 3. 'Southern Rock Opera,' Drive-by Truckers - 2. 'The Wall,' Pink Floyd 1. 'Tommy,' the Who


I peggiori:
10. 'Psychoderelict,' Pete Townshend - 9. 'Greendale,' Neil Young - 8. 'The Pick of Destiny,' Tenacious D 7. 'Goes to Hell,' Alice Cooper - 6. 'The Beat Goes On,' Vanilla Fudge - 5. '... The Life of Chris Gaines,' Garth Brooks - 4. 'Blows Against the Empire,' Jefferson Starship - 3. 'Kilroy Was Here,' Styx - 2. 'Bat Out of Hell,' Meat Loaf  - 1. 'Music From the Elder,' Kiss

lunedì 29 marzo 2010

Il nascondino secondo PJ HARVEY
A proposito di testi. Questi primi mesi del 2010 non ho ascoltato ancora un cd che mi abbia indutto a schiacciare più volte il tasto repeat del lettore, forse i Shearwater. Guardando, però, il bicchiere con fare ottimistico devo dire che se da un lato la cosa mi frustra, dall’altro mi consente di riprendere i lavori del 2009 che ho messo sul piedistallo e verificarne quanto stiano reggendo all’usura temporale, e di questi tempi e con la qualità che latita alla grande, il rischio di bocciature a posteriori non farebbe gridare allo scandalo. Ma quando c’è di mezzo un disco di PJ Harvey, fortunatamente, ergo soprattutto, grazie alla sua maestria, di rischio se ne corre sempre poco. A Woman a Man Walked By, disco suonato a 4 mani con l’amico John Parish, non si è sottratto alla regola. Suoni e voce che sono sembrati tornare all’abrasività dell’esordio e testi che esplorano l’universo più controverso di Polly Jean, con predilezione per il sentito odio nei confronti del mondo mascolino. Si va così da Black Hearted Love "I think I saw you in the shadows / I move in closer beneath your windows / Who would suspect me of this rapture? / And who but my black hearted love / And who but my black hearted love"  alla traccia/titolo "Prematurely going bald / Any passion long gone cold / But I wanted to explore the / Damp alley ways of his soul / All the times he tried to help / He spit in my face and laughed / That woman-man, I want his fucking ass / I want his fucking ass / I want your fucking ass" passando per Pig Will Not "Shit lovers, this is true love / That we're doing now / Your lover that was before, all broken / Your face all messed up", che insieme a Passionless, Pointless, guarda caso, sono stati censurati e non riportati nel libretto (il nanopresidente giura che stavolta non c’entra niente, lui legge e corregge solo i testi di Apicella e Michele Santoro). L’unica canzone del cd, a distanza di un anno, che non sono riuscito a fare una traduzione diversa da quella letteraria  (forse perché sto cercando a tutti i costi un significato più profondo) è Sixteen, Fifteen, Fourteen “erika is watching/daniel is hiding/erika is counting, 16, 15, 14, 13, 12, 11, 10, 9 …. / Erika is coming/The sun is setting the scene/ In the garden it’s starting to rain/ The trees are trembling/ Erika’s repeating, oh oh oh oh ….. /erika is feeling something/ Daniel is hiding/ She’s counting 16, 15, 14, 13, 12, 11, 10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, …. /The sun is leaving the scene/ It took a look and turned away/ The trees are trembling/ Erika’s repeating, oh oh oh oh ….. /there is no laughter in the garden”. Allora amici miei blogger, io, al di la di una versione indie musicale del Nascondino, non ci sono andato: voi?
PJ Harvey & John Parish - Sixteen, Fifteen, Fourteen


PJ Harvey & John Parish - Black Hearted Love

mercoledì 10 marzo 2010

Who have Killed the Rock Star Myth???
Ovvero cronaca annunciata della morte del divismo rock.

Pochi giorni fa su The Guardian (esattamente sul blog musicale legato ad esso) appariva una notizia che gettava un ombra di dubbio, come spesso accade, sulla evenienza che Internet sia stato il complice perfetto per un delitto altrettanto perfetto, ovvero: l’uccisione del Mito della Rockstar. Un lato negativo quello attribuito da Tom Meighan al Web, che sembra essere stato il vero responsabile della fine del ”divismo” all’interno del Rock star sistem. Un po’ come 30 anni fa’ le colpe per la morte della Radio furono addossate all’incedere dei Video come nuova forma di comunicazione musicale. A detta del cantante dei Kasabian, l’eccessivo voyeurismo che internet ha portato nella vita di artisti del panorama musicale, ha fatto si che oggi gli stessi siano stati minati in termini di perdita di prestigio, mistero e valore grazie a molte, troppe notizie divulgate alla velocità della “rete”. Giudizio a mio parere eccessivo e spietato proprio perché i filtri e gli sbarramenti che internet (ma aggiungerei certa stampa e Tv) è riuscito ad abbattere hanno contribuito, e non poco, alla concretizzazione di artisti dotati di “carisma” di differente natura i quali difficilmente sarebbero emersi dal pantano in cui le case discografiche li hanno relegati. Casomai è indubbia la possibilità che invece internet abbia svolto un ruolo fondamentale in senso di promozione del personaggio ancor prima che del prodotto che mediamente non supera la sufficienza in termini di qualità con conseguente caduta di cassa delle case discografiche. Ad ogni modo tornando al nocciolo della questione i paragoni col passato si sprecano. Si pensi ad esempio al Bowie personaggio trasgressivo e di rottura: non è del resto lo stesso Bowie passato indenne all’avvento della rete? Questo a conferma che chi è un valido artista non teme l’aggiunta di morbosità sulla sua pelle. O ancora Sting il quale attraverso i “pettegolezzi” della rete mantiene vivo il mito che è in Lui sin dai tempi dei Police. E così via discorrendo. A me in definitiva ciò che attesta il leader dei Kasabian mi calza quindi molto stretto, seppure un minimo sia da condividere. Come non potrei dato che in verde età attendevo trepidante notizie su Clapton o Marley, scovavo particolari sulla trasgressività di Lou Reed o ancora le attese a Dublino con la speranza di incontrare Bono e compagni e potergli spillare un autografo. Personaggi che pure si lasciavano avvicinare dai mezzi di informazione che per l’epoca a cui ci riferiamo potevano essere l’internet di oggi. E poi il resto lo faceva il passaparola. Forse l’irritazione di Meighan sta nel fatto che teme di suscitare poco clamore in quanto personaggio omologato e commerciale e non in grado essere cercato per quel plusvalore insito nella rockstar. Il caro Tom (che pure stimo per il primo disco) deve rassegnarsi e comprendere che il pubblico è cresciuto che non ci si lascia più tanto abbindolare da falsi miti costruiti in laboratorio e dovrà ammettere che di miti veri, personaggi di cui poter narrare le gesta, le idee, con o senza internet, se devono nascere beh….. bisognerà aspettare un bel po’.
Giamp

venerdì 5 marzo 2010

Paolo Benvegnù e la prima comunione
Da più di due mesi mio figlio, che è in terza elementare, si rifiuta di frequentare il catechismo e la messa e ha detto chiaramente che, il prossimo anno, non intende fare la prima comunione. La reazione della catechista non si è fatta attendere. Mi ha contattata telefonicamente per chiedermi il perché di queste assenze e dicendomi che il bambino si stava perdendo parecchie lezioni (!!!). Quando le ho comunicato le intenzioni di mio figlio ha lasciato intendere che forse era il caso di obbligarlo a partecipare almeno ad un’altra lezione e che poi ci avrebbero pensato loro a capire cosa gli stava succedendo e a convincerlo a riprendere la frequenza. A questo punto le ho spiegato che Lorenzo è un bambino molto testardo e che obbligarlo, a fare qualcosa, è l’atteggiamento più controproducente da assumere con lui, tanto che per tastare la sua reale insofferenza nei confronti del catechismo, come estremo tentativo, gli abbiamo fatto presente che niente comunione uguale niente regali (argomento che di solito con gli altri bambini funziona alla grande, ma evidentemente non con lui) e che, vista la sua ostinazione, non voglio che diventi una specie di soldatino costretto a percorrere tappe obbligate. A questo punto mi aspettavo l’intervento diretto del parroco, ma per ora sembra che la questione sia finita qui. Non so l’anno prossimo cosa succederà, certo se Lorenzo continuerà ad essere di questa idea, io non lo forzerò a fare qualcosa che non sente dentro di sé. In un paesello piccolo come il nostro chissà che scandalo ne verrebbe fuori! Fortuna che non si usa più bruciare le streghe sul rogo, altrimenti c’è ne sarebbe di sicuro uno con il mio nome! A parte gli scherzi, credo che mio figlio abbia la fortuna di vivere in una famiglia sana, con genitori che lo seguono e gli dimostrano amore quotidianamente, è un bambino generoso e benvoluto, non penso che frequentare o meno la chiesa possa davvero togliergli o aggiungergli qualcosa. Del resto nonostante sia io che Gianni abbiamo preso tutti i sacramenti previsti (ci manca solo l’estrema unzione che non so se riceveremo mai , visto che preferiremmo andarcene poeticamente con tanto di ceneri sparse al vento), restiamo molto tiepidi nei confronti della chiesa, soprattutto dopo aver letto di vescovi che fanno messe differenziate tra quelli regolarmente sposati e quelli che “ vivono nel peccato “ , o di cardinali che affermano che i gay e i transessuali sono dei malati che non avranno il regno dei cieli. Questo mi fa venire in mente il film “ La vita è bella “, dove, da un giorno all’altro sulle porte dei negozi apparivano i cartelli “ vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei”. Chissà se anche sulle porte delle chiese spunteranno divieti per le coppie irregolari e per gli omosessuali! Comunque, tornando a mio figlio, non voglio che diventi uno che prega Dio ma preferisce Giuda e muore senza vivere, ma voglio che cresca libero e onesto e, che, se e quando sentirà il bisogno di avvicinarsi alla fede lo faccia in piena coscienza. Amen ...
Elvira
Paolo Benvegnù - Io e il mio amore

mercoledì 10 febbraio 2010

The Rock (y) Horror Picture Show
Al peggio non c’è limite

Bene, il tempo delle celebrazioni è appena passato, gradevoli sensazioni quelle espresse nei vari blog su quali dischi hanno accompagnato con esultanza il nostro 2009 appena trascorso. Ma ci siamo anche interrogati sulle bruttezze della appena passata stagione o giù di lì, e ragazzi cari proprio alcune cose - di personaggi incontestabili - non sono riuscito a digerirle, pertanto atto dovuto e quanto mai necessario è quello di fare 4 chiacchiere sulla inutilità di alcuni dischi che avranno girato nel mio (e può darsi nel vostro) lettore una settimana, giusto il tempo di provare a farseli piacere. Per dirla in altri termini, un genere di tortura dei tempi moderni che anziché lasciare segni fisici lascia invece l’amaro in bocca ed un senso di nausea al sol pensiero.
Tutti a bordo e pronti col sacchetto antivomito che si parte. In quanto sostenitore incallito dei felici momenti della band più osannata del panorama mondiale, da che la mia mente ricordi, non posso non esprimere il mio dissenso per No line on the Horizon, quanto di peggio abbiano potuto produrre non uno ma ben tre menti ( Lillywhite-Eno-Lanois) capeggiate dal finto proletario Bono che brinda a Guinness e Champagne per poi trasudare miseria durante le conferenze stampa pro terzo mondo. Cerco disperatamente di disfarmene un po’ come si fa dopo le festività con i panettoni e con la voglia di smaltire i chili di troppo. A seguire menzione speciale per The Boss che trovata la formula del ritorno alla E-Street Band e forte dei successi con brani utili per abbellire film altrettanto validi ( lodevole il brano per the Wrestler ), non riesce a trovare una direzione che porti da qualche altra parte. Sarebbe ora che qualcuno glielo suggerisse che i "cosiddetti", a furia di essere smanacciati, sono arrivati al limite della sopportazione e magari una visita sulla tomba di Tom Joad potrebbe illuminarlo ancora ( il suo percorso). Non da meno hanno fatto i Pearl Jam i quali rimescolando un po’ le carte (mettete in sequenza Tuolume e Just breath, - che spudoratezza nel definirlo nuovo disco) e ripescando nel sacchetto dei ricordi cercano di scodellare una zuppa a dire il vero molto sciapa. Sbobba di altri tempi che magari reggerà la loro instancabile ed encomiabile voglia di fare i ragazzini che montano l’onda a cavallo di un surf, ma non di certo la mia pazienza. “Ogni limite ha una pazienza opperbacco, opperdinci”!!!!! Il buon e caro vecchio Bob ( Dylan ) ha oramai scambiato il raglio di un onagro con quello che fu’ il bel canto di Blood on Tracks, Bringing it all Back Home, Blonde on blonde o semplicemente Love and Theft che capolavoro di certo non è.  Un po’ come avviene da noi a mano del suo emulo ma pur sempre soporifero DeGregori. Concediti una pausa e goditi gli allori e magari seduto sotto il portico, bevendo un buon wiskey, ascolta i The Felice Brothers i quali seguono una strada che per te è stata per lungo tempo luminosa. Last but not least (ma giusto per non infierire) una nota di demerito anche per il Fight ForYou Right Boy, Ben Harper, che non sapendo come rendersi visibile e con ‘sta benedetta smania di tentare di divertirsi, sale a bordo della macchina chiamata the Relentless7 ( nella speranza di ottenere onori come con i Blind Boys of Alabama ), e imponendo il suo nome sul disco, nonché il marchio sonoro, rende noioso quello che sarebbe potuto essere un buon disco se fosse uscito nudo e crudo privo della ossessione di riempire con assoli weissborn e lungaggini stucchevoli il cui solo pretesto rimane il divertimento fine a se stesso.
“ Excuse me Mr do you have a time”…... but for Us the time is over……..
(un incazzatissimo) Giamp

lunedì 25 gennaio 2010

PEDAGOGIA IN SALSA ROCK

C’è una mia amica, che fin dal primo momento in cui ha scoperto di aspettare il suo primo figlio, ha iniziato ad ascoltare musica classica, in accordo con le teorie pedagogiche che affermano che questo genere di musica ha un effetto calmante sui bambini sin da quando sono ancora nel grembo materno. Di fronte a un tale sfoggio di erudizione, ho provato sempre un certo disagio nell’ammettere che non solo io, in gravidanza, l’unico suono che gradivo era il silenzio, ma anche che il mio primogenito, a soli due anni, preferiva ascoltare Under the Bridge dei RED HOT CHILI PEPPERS piuttosto che una qualsiasi canzone dello Zecchino d’oro. Tutto questo fino a un paio di giorni fa, quando mio figlio (che oggi ha 8 anni), ha fatto ascoltare alla cuginetta di sei mesi, Just Breathe dei PEARL JAM. Fermo restando che Eddie Vedder ha una voce che, come direbbe in maniera colorita il Commissario Montalbano , "fa sangue" , e che affascina le donne da zero a cento anni, l’effetto che ha avuto sulla bambina è stato quello di immobilizzarla all’istante; sembrava proprio che ascoltasse la canzone con molto interesse e se la stesse godendo in pieno, in barba a tutte le teorie pedagogiche. Dubito che mia sorella durante la gravidanza abbia mai ascoltato ì Pearl Jam, per cui sarei portata a credere che anche bambini così piccoli abbiano  già dei gusti ben definiti in fatto di musica. Questo episodio, oltre ad avermi sollevata dai miei materni sensi di colpa, mi ha fatto piacere perché, per il mio gusto personale, trovo che Just Breathe sia una delle canzoni più belle dei Pearl Jam, mi piace particolarmente la frase dove Eddie dice di essere un uomo fortunato perché può contare su due mani le persone che ama ( i’m a lucky man to count on both hands the ones i love…). Un messaggio importante che dovremmo tenere bene a mente in ogni momento delle nostre giornate.
Elvira

lunedì 7 dicembre 2009

THEM CROOKED VOLTURES - [st]
(riflessioni e appunti)

Un’altro supergruppo. Un album che probabilmente rimarrà unico, sarà seguito da un tour e magari poi consegnato alla storia come imperativo ed obbligatorio per gli amanti del buon rock.
Dalla mia l’ascolto è seguito da un senso di dejà vù. Un seguito più o meno a ciò che furono i fasti del rock ‘70 a matrice psichedelica e hard. Si, per dirla in altre parole, a quei sovrabbondanti rimandi maledettamente zeppeliniani. Ma si sa oggi fruire di buona musica diventa condicio sine qua non e ad ogni buon conto passibile d'interpretazione. Eppure gli ingredienti ci sono:
una parte di spirito rock;
tre parti di supermusicisti;
spolverata di critica positiva;
un pizzico di voglia di rimettersi in gioco;
divertimento e sperimentazione q.b..
Malgrado le maldicenze che vedrebbero Them Crooked Vultures – così si chiamano in questa formazione D. Grohl, J. Homme e J.P..Jones.- in aria di raccattar danaro da questa esperienza, il disco uscito a metà novembre, altro non pare che un tributo al rock senza ambizioni se non quella per ora di piacere agli appassionati del genere. Ritmica penetrante ( difficile fare diversamente), riff ispirati ( belli i richiami ai Van Halen) voce inequivocabilmente stoner, ma a parte ciò il disco si trascina su reimpasti di esperienze del passato dei tre componenti di tutto rispetto. Un altro incidente di percorso per un supergruppo, o davvero sarà una pietra miliare? Si sa la fretta non genera animali perfetti per tanto è troppo presto esprimere giudizi estremi, non ci resta che ascoltarlo. Buon ascolto.
Giamp

giovedì 24 settembre 2009

PEARL JAM - bACKsPACER
(preliminari di recensione)
Qual è stato l’ultimo album veramente bello dei Pearl Jam? Non ho dubbi: la colonna sonora Into The Wild! … ops! … Beh un peccato davvero che quell’album non sia uscito a loro nome. Ormai è diventato appuntamento fisso per me, anticipare l’uscita del nuovo album della band famosa di turno, con il chiedermi come si fa dopo tanti anni di carriera a trovare nuovi spunti, nuove idee, nuovi modi fare musica senza scadere nel patetico e nello scontato?! La mente corre veloce al parallelo con gli U2. Ma i Pearl Jam sono qualitativamente e in tutta onestà un gradino sopra gli U2. Potevano ripetere Ten e invece hanno fatto un incazzatissimo Versus. Gli scazzi con Cobain e la sua successiva morte (in una recente intervista Vedder rimpiange di non essere riuscito a chiarirsi con il frontman dei Nirvana); il quasi scioglimento della band, la malattia di Mcready, e poi Vitalogy pregno com’era fino al midollo degli umori del momento, aspro e spigoloso e così grande nel risultato (per me resta il migliore). Il tentativo di ripresa e di non farsi catalogare come “quelli di Ten” facendo uscire un controverso No Code. Poi sprazzi qua e la di buona vena in alcune tracce di Yeld, un quasi passabile Binaural, il colpo di coda di Riot Act, politico e intimo (Bush e i ragazzi morti nel concerto di Roskilde) e finalmente si torna a colpire allo stomaco. Il penultimo e omonimo capitolo, ribattezzato Avocado, ci restituisce una band matura, consapevole dei propri mezzi tecnici che si diverte e fa divertire ai loro concerti (l’unica band che a ogni serata cambia 10-15 canzoni della setlist, senza peraltro dimenticare l’omaggio ai propri mentori, che si chiamino Who, Ramones, Beatles), ma che non lascia intravedere scenari di possibili cambiamenti artistici. Ma, sinceramente, non so a quanti di tutti noi, fanatici della band, alla fin fine, interesserebbe davvero uno stravolgimento della messa in scena. In mezzo a tutto questo non dimentichiamo Mirror Ball con Neil Young, le collaborazioni di Vedder con Nusrat Fateh Ali Khan , le colonne sonore, i progetti paralleli dei singoli componenti con altrettante band, l’immancabile quanto dovuto appoggio ad associazioni umanitarie e il doppio cd acustico dal vivo e chissà quanto altro ancora al momento il cervello si rifiuta di suggerirmi. I 36 minuti del nuovo album, Backspacer si possono riassumere così: i pezzi più duri nel classico rock/punk/grunge (il trittico iniziale e Supersonic); quelli mid tempo con qualche spruzzata di anni ’80 e più radiofonici (su tutti Force of Nature) e le 2 ballate che sono anche le più belle dell’intero lavoro, Just Breathe e The End, con un sempre più evocativo Vedder: due canzoni figlie illegittime quanto naturali di Into the Wild … appunto, e tirate fuori al momento giusto, che valgono il prezzo del cd. Nulla di stravolgente ma a me vanno ancora bene così … amongst the waves.
Gianni Ragno

venerdì 18 settembre 2009

Alla ricerca dell’anima perduta!!!!

... Giamp dixit ...
L’anima, da qualunque punto la si consideri, altro non è che la nostra parte più profonda. Ma se noi siamo soliti vivere a livelli più superficiali la nostra esistenza, potremmo anche ignorarla o dimenticarla. Del resto, anche chi sia ben consapevole della sua esistenza, non può mai dire di averla interamente conosciuta, esplorata, compresa. Pagine si dovrebbero e potrebbero scrivere per tentare di spiegare tutto quanto regola la ricerca dell’anima. Tante altre sono state già scritte nel provare a farlo. Diciamo che per trovarla bisogna attraversare la Terra di Nessuno, vale a dire ciò che sta oltre la dimensione immediata e ben nota all’esistenza; e che al tempo stesso, sta al di qua della dimensione ulteriore, cioè della dimensione vera, quella al di fuori dell’esistenza stessa. Anche nella filmografia tale argomento è stato più volte affrontato. A tal proposito vi consiglio 21 Grammi - il peso dell’anima- con S. Penn, B. Del Toro ( regia Alejandro González Iñárritu ) , ed ancora Dead Man ( regia J. Jarmush ) con J. Depp . Per rendere più semplice il concetto, la Terra di Nessuno si trova fra il nostro io ordinario- quello che ama, odia, che desidera, che teme, che prende che lascia e in cui dimora l’Essere , residenza , quest’ultima, dei falsi desideri e dei falsi timori, delle ingannevoli aspettative e delle paure infondate, popolata dalla folla turbata e solitaria che, ubriacandosi di rumori e azioni cerca la propria nostalgia primitiva. Di primo acchito il titolo e quanto detto sopra potrebbe sembrare strampalato e fuori luogo, ma se non altro una domanda sorge istintiva. Occorre davvero andare alla ricerca di qualcosa che già possediamo? Può una concezione Dualistico-Platonica,( e con essa la cultura giudaico- cristiana da cui proveniamo ed in cui viviamo) , sostenuta poi dal concetto filosofico del cristianesimo, che vede l’anima come qualcosa separato dal corpo e che riceverà un premio per la condotta morale in vita , imporre regole di come vivere la ricerca della propria terra di nessuno, del proprio essere e di seguito della propria anima? Ragionandoci sopra una analisi su questo argomento richiederebbe, come dicevamo, molte, ma molte più pagine e un paradosso emerge. Il paradosso della situazione sta nel fatto che rimanere presso le terre ben note( cioè all’interno di condotte di vita scontate ), vuol dire continuare ad ignorare la nostra stessa anima; mentre porsi all'avventura ( rischiando l’ira della pubblica opinione ), senza alcuna garanzia di successo, significa compiere il movimento decisivo per la reintegrazione di noi stessi. Pertanto, attaccarsi alle proprie timide sicurezze, equivale a perdersi; mettersi a repentaglio, a ritrovarsi. Lo so questo discorso sta prendendo una piega molto intimista, ma mi è sorta nel momento in cui riflettevo su un discorso fatto mangiando una pizza con due splendide persone ed i loro figli in una sera ( fresca e ventosa ) d’estate. Per concludere direi di goderci questo brano dei Wintersleep - Weighty Ghost –il quale lascia ben pochi dubbi sul da farsi, e abbandonarsi nell’ esplorazione della parte più remota di se stessi alla ricerca di un qualche scintillio verso quella terra di nessuno che è luogo di ritrovo per la nostra anima. Chi ha orecchie per intendere intenda…

... Elvira dixit ...
La verità è che finchè saremo prigionieri di qualsiasi tipo di cultura religiosa, la nostra anima non potrà mai emergere, perché sarà imbrigliata dalle convenzioni sociali, e ciò che sarà giusto per il singolo a livello personale, ma non per tutti a livello sociale, dovrà essere perseguito a proprie spese, guadagnandone in felicità per essere riusciti a seguire la propria anima, ma pagandone lo scotto a livello sociale. Non parlo di interessi economici privati, i quali forse oggi come oggi, non suscitano più tanto scalpore, ma mi riferisco a scelte di vita che è facile commentare in una sera d’estate intorno a una pizza. La nostra anima per essere nutrita ha bisogno di spiritualità e io credo che, fermo restando quali siano i propri confini e quelli degli altri per il buon vivere civile, ognuno ha il diritto di cercarla come e dove meglio crede, non necessariamente in una chiesa o in una moschea, arroccandosi su certi principi e lasciando fuori il resto. La vita è una e va vissuta nel rispetto di se stessi e di ciò che la nostra anima ci chiede… VIVERE è difficile!