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martedì 29 maggio 2012
The Tears - Imperfection
lunedì 21 maggio 2012
CBGB: there's a party in my mind
Una breve parentesi (un pre-post) che lancio così, perchè scrivendo a proposito di CBGB mi è tornata alla mente un vecchia pippa che ogni tanto mi faccio quando ascolto le canzoni del periodo anni '70 dei Talking Heads, ovvero: Remain in Light, si sa, è il capolavoro delle Teste Parlanti, per tutti i motivi che conosciamo. Ma Fear of Music, personalmente, lo preferisco (se ce la fate ad aspettare ancora un attimo per la crocifissione...); e questo perchè (per sua fortuna) gli manca la monumentalità che c'è in Remain in Light, troppo perfetto per i miei gusti; non una nota fuori posto. Fear of Music, invece, lo trovo molto più sfaccettato e malato/schizofrenico con la sola panacea guaritrice di Heaven. Drugs, Life During Wartime, l'iniziale I Zimbra, Electric Guitar, Air , come dire, mi sembrano canzoni partorite più dalla pancia di Byrne che dalla testa di Eno, dando paternità certa ai suoni, nonostante, anche in Fear of Music ci fosse già lo zampino (non troppo invadente) di Brian Eno.
Bene. Dopo la breve pippa a cura di questo misero adulatore di Byrne & soci, sono pronto per la fustigazione. Astenersi perditempo o fan di Gigi D'Alessio, prego. Oppure, se volete, potete fare skip e andate avanti sul post riguardante il CBGB.
Ma l'argomento per il quale è nato questo post è l'operazione Lazzaro per resuscitare il locale (forse più famoso di New York), ovvero il CBGB. E pensare che il sig. Hilly Kristal lo battezzò nel 1973 per dare voce e strumenti al Country, BlueGrass e Blues. Ma quelli erano i giorni in cui il punk e la new wave avevano già sfondato la porta del rock e della ribellione, e questo, il lungimirante Kristal lo capì subito, lasciando il proscenio a gentaglia del calibro dei Ramones, Misfits, Television, the Patti Smith Group, Mink DeVille, The Dead Boys, The Dictators, The Fleshtones, The Voidoids, The Cramps, Blondie, The Shirts e Talking Heads (in rigoroso copia e incolla dal sito ufficiale); questo nei seventies. Mentre negli anni '80 il palcoscenico del CBGB fu il crocevia di band hardcore-punk quali U.S. Chaos, Agnostic Front, Murphy's Law, Cro-Mags, Warzone, Gorilla Biscuits, Sick of It All, e Youth of Today. La storia recente racconta della chiusura del CBGB nel 2006 a causa dei debiti (e/o anche perché hanno buttato via lo stampo degli anni ’70) e della morte del fondatore Kristal l’anno dopo. Fino ad arrivare all’annuncio di questi giorni della riapertura estiva del locale, ma solo per quattro serate, grazie ad un gruppo di investitori (???) che ne hanno acquistato, esclusivamente, il nome/marchio CBGB. I nuovi proprietari hanno dichiarato che la finalità di questa operazione (e figuratevi se non si buttavano a terra per non cadere), non è di tipo economico, ma esclusivamente dettata, dalla voglia di creare un nuovo spazio per fare esibire le nuove leve artistiche (ma davvero a New York hanno chiuso tutti gli altri locali?). Il nome CBGB, dunque, verrà usato per promuovere una serie di concerti per tutta l’estate che dovrebbe concludersi, se ci saranno le condizioni, con l’apertura di nuovo locale con la vecchia insegna. Questa, la fredda cronaca (come diceva Frengo e Stop). Questi, invece, i nomi di alcuni degli artisti che faranno parteciperanno ai concerti estivi: Guided by Voices, the Pains of Being Pure at Heart, Cloud Nothings, Cro-Mags, Vision of Disorder. Paragoni improponibili, ma tant’è. Cacciamo via i brutti pensieri (e gli insulti) con una bella compilation evergreen.
Bene. Dopo la breve pippa a cura di questo misero adulatore di Byrne & soci, sono pronto per la fustigazione. Astenersi perditempo o fan di Gigi D'Alessio, prego. Oppure, se volete, potete fare skip e andate avanti sul post riguardante il CBGB.
Ma l'argomento per il quale è nato questo post è l'operazione Lazzaro per resuscitare il locale (forse più famoso di New York), ovvero il CBGB. E pensare che il sig. Hilly Kristal lo battezzò nel 1973 per dare voce e strumenti al Country, BlueGrass e Blues. Ma quelli erano i giorni in cui il punk e la new wave avevano già sfondato la porta del rock e della ribellione, e questo, il lungimirante Kristal lo capì subito, lasciando il proscenio a gentaglia del calibro dei Ramones, Misfits, Television, the Patti Smith Group, Mink DeVille, The Dead Boys, The Dictators, The Fleshtones, The Voidoids, The Cramps, Blondie, The Shirts e Talking Heads (in rigoroso copia e incolla dal sito ufficiale); questo nei seventies. Mentre negli anni '80 il palcoscenico del CBGB fu il crocevia di band hardcore-punk quali U.S. Chaos, Agnostic Front, Murphy's Law, Cro-Mags, Warzone, Gorilla Biscuits, Sick of It All, e Youth of Today. La storia recente racconta della chiusura del CBGB nel 2006 a causa dei debiti (e/o anche perché hanno buttato via lo stampo degli anni ’70) e della morte del fondatore Kristal l’anno dopo. Fino ad arrivare all’annuncio di questi giorni della riapertura estiva del locale, ma solo per quattro serate, grazie ad un gruppo di investitori (???) che ne hanno acquistato, esclusivamente, il nome/marchio CBGB. I nuovi proprietari hanno dichiarato che la finalità di questa operazione (e figuratevi se non si buttavano a terra per non cadere), non è di tipo economico, ma esclusivamente dettata, dalla voglia di creare un nuovo spazio per fare esibire le nuove leve artistiche (ma davvero a New York hanno chiuso tutti gli altri locali?). Il nome CBGB, dunque, verrà usato per promuovere una serie di concerti per tutta l’estate che dovrebbe concludersi, se ci saranno le condizioni, con l’apertura di nuovo locale con la vecchia insegna. Questa, la fredda cronaca (come diceva Frengo e Stop). Questi, invece, i nomi di alcuni degli artisti che faranno parteciperanno ai concerti estivi: Guided by Voices, the Pains of Being Pure at Heart, Cloud Nothings, Cro-Mags, Vision of Disorder. Paragoni improponibili, ma tant’è. Cacciamo via i brutti pensieri (e gli insulti) con una bella compilation evergreen.
giovedì 3 maggio 2012
Aprile: cerniere, torri e dita appiccicose
Yankee Hotel Foxtrot
Sticky Fingers
venerdì 13 aprile 2012
I Am Mine: per tramite di Franco Battiato
*******
Leggere questo brano del saggio indiano Ramana Maharshi tratto
da un suo libro “L’insegnamento di Sri Ramana Maharshi” che Battiato ha riportato
su “il fatto quotidiano” , oltre all’avermi dato il La per questo post, è
riuscito a strapparmi un sorriso nostalgico, appena accennato. Questo, accade
oggi. Ma vi assicuro che se ai tempi delle superiori Battiato avesse tirato su una
setta, avrebbe trovato 2 seguaci sicuri tra gli alunni della sezione B dell’ITC
“Giuliani”: io e il mio amico Max. Scoperto con “La Voce del Padrone” , (insieme
ad un altro milione di italiani che ne acquistò il disco; se non erro è stato il
primo e forse unico vinile che in Italia ha superato quella soglia di vendite) andammo,
però, subito oltre la semplicità della musica e facendoci catturare, oltremodo,
dai testi delle sue canzoni. La lettura di tutte quelle frasi, così belle,
profonde, a volte misteriose e piene di riferimenti di personaggi mai sentiti
prima furono per noi una rivelazione e un punto fermo, nonché una fonte di
curiosità e di continua ricerca di conoscenza, che ci hanno accompagnato fino
alla maturità. Nacque così, in maniera
del tutto immediata e spontanea la voglia di andare a ripescare e apprezzare gli
album precedenti, due su tutti Patriots e L’era del Cinghiale Bianco.
Riflettendo a posteriori mi sono fatto persuaso (mi piace Montalbano, lo ammetto) che in quegli anni,
i testi e la musica di Bennato (altro Monumento dedicato) hanno rappresentato la
parte più sognatrice e rock della nostra adolescenza studentesca, mentre
Battiato fu il nostro lato musicalmente più pop e religiosamente più trascendentale,
che sembrava potesse darci in qualche modo, delle Risposte a Quelle Domande più
alte che ci ponevamo e che la tiritera seduti-inpiedi-inginocchio, sentita per
anni tra i banchi della chiesa, non aveva saputo fare: solo una sensazione, probabilmente, ma era una
meravigliosa sensazione. L’Arca di Noè, Orizzonti Perduti, Mondi Lontanissimi e
infine Fisiognomica del 1988, anno in cui venimmo licenziati dalle scuole superiori,
chiusero il cerchio e spensero, inaspettatamente, come d’incanto, la magia creata in quegli anni; non ci
fu più posto per gli altri suoi 300 dischi usciti dopo, niente da fare. Nemmeno
“la cura” mi guarì. E, sebbene ascolti ancora con piacere la vecchia produzione di Battiato, la scrittura di questo post non è riuscita a suggerirmi una canzone adatta al personaggio e, magari, riferita all’Io in questione. E così, per suo tramite, e con qualche attinenza all'argomento, ho scelto di postare I Am Mine dei Pearl Jam, bellissima, e con uno dei
testi migliori di Vedder.
IO SONO MIO (I Am Mine) Gli egoisti stanno tutti in fila fiduciosi e speranzosi di potersi comprare altro tempo io cerco solo di immaginarmi il mio prossimo respiro posseggo soltanto la mia mente il nord è per il sud ciò che l'orologio è per il tempo ci sono l'est e l'ovest e ovunque c'è vita so che sono nato e so che morirò ciò che sta in mezzo è mio io, sono mio. e il sentimento viene lasciato indietro tutta l'innocenza persa in un istante significativo, dietro gli occhi non c'è bisogno di nascondersi.... siamo al sicuro stanotte l'oceano è pieno perché tutti piangono la luna è in cerca d'amici ad alba innoltrata il dolore cresce quando il dolore è negato conosco solo la mia mente sono mio e il significato, viene lasciato indietro tutti gli innocenti persi in un istante significativo, dietro gli occhi non c'è bisogno di nascondersi siamo al sicuro stanotte... e i sentimenti che vengono lasciati indietro tutta l'innocenza in pezzi con le bugie il significato, tra le righe (forse sarebbe meglio se ci nascondessimo) e i significati che vengono lasciati indietro tutti gli innocenti persi in un momento siamo tutti diversi dietro gli occhi non c'è nessun bisogno di nascondersi
mercoledì 28 marzo 2012
Gong - I Never Glid Before (progressive or not progressive?)
Il genere progressive rimane una materia sempre molto dibattuta e musicalmente controversa, soprattutto tra coloro i quali hanno vissuto quel genere sulla propria pelle durante gli anni '70. La mia esperienza personale rimane legata agli ascolti dei miei fratelli maggiori, a cui piacevano molto quelle sonorità: Gentle Giant, Yes, King Crimson, Gong, Genesis, Jethro Tull ... per quanto mi riguarda, invece, il solo gruppo che ho amato è quello dei King Crimson, anche perchè, grazie ai continui cambi di formazione hanno saputo rinnovare i contenuti della musica proposta, e, con quel genietto di Fripp sempre un passo avanti rispetto ai suoi colleghi, anche quotati, come Peter Gabriel e famiglia.
Ma la cosa che mi incuriosisce tanto, e sulla quale mi interrogo ogni volta che guardo un video come questo dei Gong, è la seguente: quale sarebbe l'effetto sull'attuale fruitore di musica, se il progressive e quelle stesse band, che si presentavano in scena e proponevano i loro brani in maniera sempre spettacolare nascessero oggi? Domanda legittima, se mi è consentito, considerato che un'esibizione di quel tipo, vista oggi, sembra qualcosa di unico e sorprendente nell'attuale panorama del NULLA, in termini di proposta anche/soprattutto visiva (leggi animali da palcoscenico). Intanto buon ripasso.
Dall'album album Angel's Egg.
venerdì 2 marzo 2012
LOU REED tra Teramo e New York (70 anni suonati!)
[ Tra un Sanremo qualunque e la morte di Dalla, sono in pochi quelli che si sono rammentati di fare gli auguri al grande Lou Reed per i suoi 70 anni compiuti oggi. Il mio personale omaggio con il ricordo di come scoprii l'album New York e l'ascolto in streaming di un suo famoso live tenuto a New York nel '73. ]
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E poi dicono che studiare non serve.
Durante il mio breve soggiorno universitario in quel di Teramo (era il 1989), vagavo per la città alla ricerca di un negozio di (allora) dischi e musicassette. Non c’era internet, non c’erano blog, ma solo riviste e passaparola, per cui a quei tempi compravo le cassette a scatola chiusa (leggi a culo) con la speranza di azzeccare l’acquisto. Dopo tanto andare, in una vetrina del centro, i(so)mmerso da una quantità enorme di dischi con copertine patinate coloratissime (Simply Red, Bon Jovi et similia), ne scorsi Una, totalmente in bianco e nero che, come una calamita, attirò il mio volto alla vetrina sulla quale appiccicai il mio naso che all'istante la vaporizzò con la relativa appannata. Era appunto il nuovo di LOU REED “NEW YORK”, del quale ne lessi un gran bene. Presi così la decisione di privare le mie tasche di 15.000 lire necessarie al mio fabbisogno alimentare (diciamo che la mensa non era il massimo, ma 5 giorni consecutivi di wurstel metterebbero a dura prova qualsiasi intestino: adesso li guardo terrorizzato tanto quanto Gattuso che fa un dribbling), e acquistai quello che, credo, sia il disco che raccoglie il meglio dell’artista Lou Reed, ovvero la musica e la letteratura. È uno stupendo disco di rock, con canzoni tirate (Strawman, Busload of Faith, There is No Time), altre meno (Sick of You, Romeo had Juliet), altre ancora più rilassate che rimandano a volte ai Velvet Underground (Dime Store Mistery nella quale, guarda caso, c’è Maureen Tucker alla batteria, Xmas in February).
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E poi dicono che studiare non serve.
Durante il mio breve soggiorno universitario in quel di Teramo (era il 1989), vagavo per la città alla ricerca di un negozio di (allora) dischi e musicassette. Non c’era internet, non c’erano blog, ma solo riviste e passaparola, per cui a quei tempi compravo le cassette a scatola chiusa (leggi a culo) con la speranza di azzeccare l’acquisto. Dopo tanto andare, in una vetrina del centro, i(so)mmerso da una quantità enorme di dischi con copertine patinate coloratissime (Simply Red, Bon Jovi et similia), ne scorsi Una, totalmente in bianco e nero che, come una calamita, attirò il mio volto alla vetrina sulla quale appiccicai il mio naso che all'istante la vaporizzò con la relativa appannata. Era appunto il nuovo di LOU REED “NEW YORK”, del quale ne lessi un gran bene. Presi così la decisione di privare le mie tasche di 15.000 lire necessarie al mio fabbisogno alimentare (diciamo che la mensa non era il massimo, ma 5 giorni consecutivi di wurstel metterebbero a dura prova qualsiasi intestino: adesso li guardo terrorizzato tanto quanto Gattuso che fa un dribbling), e acquistai quello che, credo, sia il disco che raccoglie il meglio dell’artista Lou Reed, ovvero la musica e la letteratura. È uno stupendo disco di rock, con canzoni tirate (Strawman, Busload of Faith, There is No Time), altre meno (Sick of You, Romeo had Juliet), altre ancora più rilassate che rimandano a volte ai Velvet Underground (Dime Store Mistery nella quale, guarda caso, c’è Maureen Tucker alla batteria, Xmas in February).
Dicevo un gran disco di musica, ma anche un bellissimo libro di racconti su New York e delle amare storie che quotidianamente avvelenano la città. La verità secondo Reed nuda e cruda senza censure, dove Pedro vuole scappare via dallo sporco Boulevard “Portatemi gli affamati, gli stanchi, i poveri e gli piscierò addosso/questo è ciò che la Statua dell'Intolleranza dice/le vostre masse di poveri accalcati picchiamoli a sangue facciamola finita/ e buttiamoli nel boulevard”; dove Sam non riesce a dimenticare gli orrori della guerra “Sammy stava nascosto nella giungla/il Napalm spalmato sul cielo come marmellata/Hendrix suonava da qualche jukebox straniero/loro pregavano di cavarsela/quei musi gialli erano feroci e coraggiosi/quello è il prezzo da pagare quando sei l’invasore”.
Ce n'è anche per i crimini ambientali in Last Great American Whale “ Beh, agli americani non importa niente di niente/men che mai dell'acqua e della terra/e la vita animale sta nella parte più bassa del loro totem/ con la vita umana che vale meno di schiuma infetta/ Agli americani non frega niente della bellezza/ cagano nei fiumi scaricano l'acido delle batterie nei ruscelli/ guardano i ratti morti sbattuti sulla spiaggia e si lamentano se non possono farsi il bagno.
Dicono che le cose sono fatte per la Maggioranza/ non credere alla metà di ciò che vedi e a niente di ciò che senti è un po' quello che mi diceva il mio amico pittore Donald: "ficca loro una forchetta in culo e voltali: sono pronti".
Un bellissimo disco, un bellissimo libro, tutto in uno. Dio salvi l’ultima grande balena americana.
martedì 25 ottobre 2011
NINE INCH NAILS - The Downward Spiral (1994)
Curiosando nel blog mi soffermo su Achtung Baby rev. degli U2 e il mio occhio si posa su Zoo Station coverizzata dai Nine Inch Nails. Questo mi da lo spunto per poter parlare della band di Trent Reznor e di un album fondamentale degli anni '90, The Downward Spiral del1994. Ho sempre considerato i Nine Inch Nails una one man band nonostante si siano avvicendati componenti illustri. Trent Reznor, personaggio inquieto proveniente da Mercer piccola cittadina della Pennsylvania, dopo aver lavorato come programmatore da vita ai Nine Inch Nails. Nel 1991 esce Pretty Hate Machine il più elettronico della sua produzione a marchio NIN. Il 1994, invece è l'anno che vede l'uscita di The Downward Spiral capolavoro di Reznor oltre che il suo album più nichilista già dal titolo e dalle tracce che lo compongono. Lo testimoniano titoli come Mr. Self Destruct, Heresy, March of the Pigs e Big Man With a Gun ... e non vado oltre. Considero The Becomig l'apice di tutto il lavoro, brano devoto all'industrial sound intervallato da una chitarra acustica. Il disco si chiude con Hurt uno dei pezzi più struggenti scritti da Trent. Anche Johnny Cash nelle sue American Recordings ha coverizzato questo brano dandole il classico stile "man in black" Vi consiglio vivamente questo CD dove troverete metal, wave ed industrial in un connubio perfetto. The Downward Spiral è un lavoro di altissimo valore dove qualità e vendite coincidono. Qualche anno prima ci riuscirono i Nirvana con Nevermind. Nulla di paragonabile alle vendite di Cobain e soci ma posto assicurato nella top10 album US oltre ad ereditare il disagio di tutti coloro che si erano identificati nella band di Seattle. Provate a curiosare nelle desolanti Charts 2011 e trovatemi una album di qualità nella top10 UK e US, la nostra non la prendo nemmeno in considerazione. Attualmente il progetto Nine Inch Nails sembra accantonato. Reznor è impegnato con i suoi How to Destroy Angels e nel 2010 si è occupato della colonna sonora "The Social Network" insieme ad Atticus Ross. Se avete voglia di sensazioni forti avvicinatevi senza timore a Mr. Self Destruct.
-- Matteo Zeppelin --
giovedì 20 ottobre 2011
BLUE CHEER - Vincebus Eruptum (1967)
In un post precedente ho parlato dei Pentagram, band fortemente influenzata dai Blue Cheer. E' giunto il momento di soffermarci su un album seminale dal titolo VINCEBUS ERUPTUM (1967). I Blue Cheer sono un trio proveniente da San Francisco. La loro Frisco è differente da quella colorata e psichedelica di concittadini illustri come Grateful Dead e Jefferson Airplane. Basta ascoltare Summertime Blues,di Eddie Cochran, brano che apre l'album per rendersi conto che stiamo parlando di hard rock a volumi altissimi. Si prosegue con Rock me baby di chiara impronta blues fino a raggiungere un suono di chitarra dilaniato in Doctor Please. Altra gemma dell'album è la cover di Mose Allison, Parchment Farm. Se amate le chitarre suonate a volume altissimo è un album da possedere senza la minima esitazione. Innumerevoli le band devote al suono dei Blue Cheer. Provate ad ascoltare un qualsiasi album dei Mudhoney per rendervi conto dell'importanza del trio di Frisco. I Might Could, band hard blues della Virginia, hanno volutamente copiato la copertina di Vincebus Eruptum facendola propria. Concludo con i Nirvana. Chi possiede il cofanetto (With the lights out DVD) noterà che nelle prime registrazioni casalinghe nell'appartamento del bassista K. Novoselic è in ben evidenza la copia vinilica di questo favoloso album. Mi auguro di avervi convinto nell'avicinarvi al Blue Cheer sound.
-- Matteo --
venerdì 16 settembre 2011
Dei sulla Terra, Lacrime in Paradiso
"la prima volta che ho visto il filmato fu un’emozione incredibile – ha dichiarato Vedder – credo perchè ho visto Cobain sorridere”.
In effetti, quando si cercano sul web le foto di Cobain, appaiono in anteprima centinaia di sue istantanee una più triste dell'altra: con la pistola in bocca, circondato da nuvole di fumo, strafatto o, bene che vada, sorridente col dito medio alzato. Per cui vederlo rilassato e realmente divertito aggiunge finalmente uno ‘scatto’ migliore di se, da poter conservare nella memoria.
Cameron Crowe ha portato in anteprima quell’episodio al Jimmy Fallon show durante la presentazione del film. Storie di rock’n’roll. Buona visione.
sabato 10 settembre 2011
1988, featuring Tracy Chapman, Toni Childs e Michelle Shocked
Quella del 1988 fu decisamente un’ottima annata di uscite discografiche (ebbene sì, c’era vita oltre Plastic Bertrand). Salomonicamente ho deciso di dividere le memorie in maniera assolutamente “sessista”. Ma lo faccio esclusivamente per far risaltare meglio la bravura delle donne :-)
Spazio dunque all’esordio omonimo di Tracy Chapman. La cantautrice di Cleveland se ne uscì con un disco che spiazzò non poco sia la critica che il pubblico considerata la sua giovane età, rispetto ai testi davvero forti delle sue canzoni, attraverso i quali ha parlato di rivoluzione, di violenze domestiche, di razzismo, ma anche di fuga dalla triste realtà in cui è cresciuta. Uno spaccato folk di 36 minuti in cui nessuna delle 11 canzoni risulta fuori posto (Talking About the Revolution, Fast Car, Baby Can I Hold You, Mountain O’ Things forse con una marcia in più, forse); strumentazione ridotta ai minimi termini (in Behind the Wall addirittura solo con la voce) ma di cui non si sente assolutamente la mancanza. Chapeau, dunque, per la Chapman, che non è riuscita più a ripetersi, però, a quei livelli.
E se la Chapman, in quell’anno, tentava di tracciare una nuova linea di partenza del folk femminile, c’era chi giocava con i nuovi ritmi della cosiddetta world music grazie anche a personaggi quali Peter Gabriel, che, per valorizzare i volti nuovi della musica internazionale, aprì addirittura, una etichetta tutta sua. Toni Childs tentò di seguire quella corrente, riuscendo piuttosto bene, con il suo primo album Union, nel suo tentativo di dare una nuova e personale versione dei ritmi provenienti dall’Africa (il suo particolare e notevole timbro vocale le diede una grossa mano in questo). E sebbene, la Childs riuscì a far breccia nei cuori e nei timpani del pubblico, con le canzoni più movimentate (Don’t Walk Away, Stop Your Fussin’) il meglio del disco l’ho trovato decisamente nelle canzoni più cupe e dolenti quali Dreamer, Walk and Talk like The Angel e Where’s the Ocean. Come la Chapman, anche per la Childs i successori di Union non furono all’altezza dei suoi esordi lasciando di lei e dell’album, un bel ricordo e nulla più.
In rigoroso ordine alfabetico chiudo lo spaccato “ottantottino” tutto al femminile con un piccolo capolavoro firmato Michelle Shocked dal titolo Short Sharp Shocked. Disco in cui il folk, il blues e lo swing riescono a convivere in una perfetta armonia musicale. L’iniziale When I Grow Up è la prima delle 11 perle contenute nell’album con una sezione ritmica che sembra provenire dalla giungla e un’armonica blues che sembra uscita da The Big Heat di Stan Ridgway. E così a seguire sonorità più spinte verso il folk e legate all’album d’esordio The Texas Campfire Tapes (Memories of East Texas, The L & N. Don’t Stop me Anymore e la meravigliosa Anchorage) rockabilly anni ’50 in Hello Hopville, folk swing tiratissimo in Making the Run to Gladwater e If Love Was a Train, un blues cantato a tarda sera nella prigione di Folsom (Graffiti Limbo). L’album si chiude ufficialmente con la canzone n. 10, una languida Black Widow che corona degnamente un viaggio di ricordi e carezze, se non fosse che subito dopo arriva la traccia nascosta e senza titolo che è uno schiaffo punk di 2 minuti che ti riporta immediatamente alla realtà. Per la sig.ra "Captain Swing" fu centro pieno.
Spazio dunque all’esordio omonimo di Tracy Chapman. La cantautrice di Cleveland se ne uscì con un disco che spiazzò non poco sia la critica che il pubblico considerata la sua giovane età, rispetto ai testi davvero forti delle sue canzoni, attraverso i quali ha parlato di rivoluzione, di violenze domestiche, di razzismo, ma anche di fuga dalla triste realtà in cui è cresciuta. Uno spaccato folk di 36 minuti in cui nessuna delle 11 canzoni risulta fuori posto (Talking About the Revolution, Fast Car, Baby Can I Hold You, Mountain O’ Things forse con una marcia in più, forse); strumentazione ridotta ai minimi termini (in Behind the Wall addirittura solo con la voce) ma di cui non si sente assolutamente la mancanza. Chapeau, dunque, per la Chapman, che non è riuscita più a ripetersi, però, a quei livelli.
E se la Chapman, in quell’anno, tentava di tracciare una nuova linea di partenza del folk femminile, c’era chi giocava con i nuovi ritmi della cosiddetta world music grazie anche a personaggi quali Peter Gabriel, che, per valorizzare i volti nuovi della musica internazionale, aprì addirittura, una etichetta tutta sua. Toni Childs tentò di seguire quella corrente, riuscendo piuttosto bene, con il suo primo album Union, nel suo tentativo di dare una nuova e personale versione dei ritmi provenienti dall’Africa (il suo particolare e notevole timbro vocale le diede una grossa mano in questo). E sebbene, la Childs riuscì a far breccia nei cuori e nei timpani del pubblico, con le canzoni più movimentate (Don’t Walk Away, Stop Your Fussin’) il meglio del disco l’ho trovato decisamente nelle canzoni più cupe e dolenti quali Dreamer, Walk and Talk like The Angel e Where’s the Ocean. Come la Chapman, anche per la Childs i successori di Union non furono all’altezza dei suoi esordi lasciando di lei e dell’album, un bel ricordo e nulla più.
In rigoroso ordine alfabetico chiudo lo spaccato “ottantottino” tutto al femminile con un piccolo capolavoro firmato Michelle Shocked dal titolo Short Sharp Shocked. Disco in cui il folk, il blues e lo swing riescono a convivere in una perfetta armonia musicale. L’iniziale When I Grow Up è la prima delle 11 perle contenute nell’album con una sezione ritmica che sembra provenire dalla giungla e un’armonica blues che sembra uscita da The Big Heat di Stan Ridgway. E così a seguire sonorità più spinte verso il folk e legate all’album d’esordio The Texas Campfire Tapes (Memories of East Texas, The L & N. Don’t Stop me Anymore e la meravigliosa Anchorage) rockabilly anni ’50 in Hello Hopville, folk swing tiratissimo in Making the Run to Gladwater e If Love Was a Train, un blues cantato a tarda sera nella prigione di Folsom (Graffiti Limbo). L’album si chiude ufficialmente con la canzone n. 10, una languida Black Widow che corona degnamente un viaggio di ricordi e carezze, se non fosse che subito dopo arriva la traccia nascosta e senza titolo che è uno schiaffo punk di 2 minuti che ti riporta immediatamente alla realtà. Per la sig.ra "Captain Swing" fu centro pieno.
lunedì 27 giugno 2011
SPIN DOCTORS - Pocket Full of Kryptonite [1991]
mercoledì 13 aprile 2011
Shalke 0 - Inter 4
Quest'anno che le cose vanno così così il nocciolo duro degli interisti.blogspot (me compreso) si tiene un po' defilato. Stasera, pare, sarà missione impossibile. Una bella impresa, però ci starebbe proprio bene, nel calcio non si sa mai. Anche gli Housemartins si auspicavano una vittoria della loro Hull a Londra per 4 a 0. And so do I. Se dovesse accadere, tutti insieme per una bella carovana dell'amore in qualche chiesa o dove volete voi.
lunedì 21 febbraio 2011
Quando JEFF BUCKLEY amò LIZ FRAZER

Jeff Buckley & Elizabeth Fraser - All Flowers In Time Bend Towards The Sun
Erano i giorni in cui il laser del mio lettore sparava costantemente sulla base del cd Grace, mentre Buckley mi operava a cuore aperto. Mi chiedevo, tutte le volte, se la maniera di cantare e interpretare le sue canzoni erano solo talento e istinto o se ci fosse anche del fuoco vivo ad alimentarle. Il web era nella fase della pubertà e le notizie non erano così facile da reperire. In questi giorni, invece, mentre navigavo alla ricerca di un live di Nick Cave che Giamp cercava, mi sono accidentalmente (fortunatamente) imbattuto nel blog STUPID & CONTAGIOUS (dal quale ho liberamente e nel modo quanto più fedele possibile, cercato di tradurre il post). E' così che la mia curiosità venne soddisfatta, scoprendo, la storia d’amore e musica tra Jeff Buckley e la cantante dei Cocteau Twins, Liz Fraser.
** ** ** ** ** ** **
I due si trovarono coinvolti in una relazione dai risvolti tumultuosi a metà degli anni ‘90. Rapito dalla voce della Fraser per un’interpretazione della canzone Song to the Siren di Buckley padre, Jeff, fece di tutto per conoscere la Fraser, proprio nei giorni in cui stava lavorando al suo album di debutto, Grace. Il loro modo di cantare si tradusse in un’infatuazione reciproca sia a livello artistico che sentimentale. I loro incontri durante i rispettivi tour promozionali di quell’anno furono appassionati e turbolenti e nonostante le voci che giravano intorno alla loro storia, Buckley fece di tutto per mantenere la privacy del loro rapporto, negando sempre la loro relazione in pubblico, mentre la Fraser trasponeva in canzoni scritte le gioie e i dolori del suo amore per Jeff. Tuttavia, Liz ebbe modo di parlare con onestà e schiettezza della vicenda anni più tardi quando, partecipando ad un bellissimo documentario della BBC "Jeff Buckley: Everybody Here Wants You”, disse: "Credo che Jeff mi abbia idolatrato prima che ci conoscessimo. Ero spaventata da questo. ... Ed ero così con lui. Questo è imbarazzante, ma è la verità. Non riuscii a fare a meno di innamorarmi di lui. È stato adorabile. Ho letto i suoi diari, Lui lesse i miei. Ci fu questo scambio, letteralmente, di cose molto personali che non feci con nessun altro. Così in qualche modo c’è stata questa grande quantità di intimità, mentre in altri momenti, pensavo "oh no, non riesco a penetrare nella mente di questo ragazzo, affatto.» " È chiaro che la coppia condivise qualcosa di estremamente personale e potente, probabilmente così potente che non sarebbe potuto durare a lungo. L’implosione non era lontana. A un certo punto, nel 1995, e per motivi tutt'ora sconosciuti, la coppia si sciolse. Fraser visse il suo dolore mentre stava promuovendo con i Cocteau Twins il loro EP 'Twinlights' nel 1995 "La mia dipendenza dall’amore fu peggiore che mai. Sono stata maniacale,"confessa ... “L'EP (Twinlights) è a proposito di quell'uomo. Il mio “ultimo addio”. "L'ultimo addio (Last Goodbye) ", naturalmente, fu il titolo di primo singolo di Buckley. Una breve e intensa storia d’amore nella quale ci fu anche il tempo di scrivere (Jeff) e cantare (insieme a Liz) una bella canzone in puro stile Cocteau Twins "All Flowers In Time Bend Towards The Sun" nella quale si fondono le melodie e le voci dei due amanti con un testo che inizialmente ricalca le linee di Leonard Cohen “"i miei occhi sono un battesimo. Oh sono fusi. E lei canta nel mio pensiero”. La canzone non fu mai completata né tantomeno pubblicata. A noi tanto basta.
My eyes are a baptism
Oh I am fused
And sing her into my thoughts
Oh phantom elusive thing
Oh all flowers in time bend towards the sun
I know you say there's no one for you, but here is one
All flowers in time bend towards the sun
I know you say there's no one for you, but here is one
But here is one, here is one
All flowers in time bend towards the sun
I know you say there's no one for you, but here is one
all flowers in time bend towards the sun
i know you say there's no one for you, but here is one
Keep it going in me, wicked traveller
Fading farther from me
With your face in my window glow
Oh When will you weep for me sweet willow
It's okay to be angry
But not to hurt me
Your happiness, yes yes yes
Darling, darling
All flowers in time bend towards the sun
I know you say there's no one for you, but here is one
All flowers in time bend towards the sun
I know you say there's no one for you, but here is one
mercoledì 13 ottobre 2010
MONUMENTI DA VISITARE
Quando vi avanza del tempo, e se come me, vi viene voglia di andare a
(ri)scoprire dei tesori sommersi dal tempo, questo blog Vi consiglia vivamente l'ascolto (e la visione) di questo paio di capolavori di canzone:PJ Harvey con Thom Yorke che eseguono ...
... This Mess We're In
I REM con Patti Smith che cantano...
... E-Bow The Letter
La stessa E-Bow The Letter con i REM e Thom Yorke
martedì 5 ottobre 2010
ROBBIE ROBERTSON - ST - [1987]
Il primo valtzer del sig. Robertson
Piacevole e appagante è il condividere delle novità musicali. Ma quando mi trovo a rispolverare un vecchio disco starei volentieri seduto insieme ai miei amici a parlarne per ore: "oh ma te la ricordi quella canzone?!" ... "e l'attacco di chitarra di quell'altra?" Lo farei di buon grado anche per questo album del lontano 1987. Robbie Robertson, ex The Band, ritorna sulle scene con il suo primo lavoro omonimo da solista. Quelli erano gli anni in cui Daniel Lanois aveva la bacchetta magica e produceva The Unforgettable Fire e aiutava Eno in The Joshua Tree, di lì a poco siedeva dietro la consolle di Yellow Moon dei Neville Brothers e Oh Mercy di Dylan (album che meriterebbero ricordi più approfonditi). Anni in cui Bono era in piena fase mistica, gli U2 sfornavano capolavori unodietrolaltro e Peter Gabriel era al top della sua carriera solitaria. Robertson, dunque, fiutato l'"affare", se ne va in giro con Lanois a ingravidare artisti per partorire collaborazioni, che puntualmente arrivano. Nascono così le scritture di Sweet Fire of Love a quattro mani con gli U2 e più in generale le ottime partecipazioni di strumentisti di alto bordo quali Manu Katchè e Toni Levin (a quei tempi entrambi in forza al Peter Gabriel team) che con la loro sezione ritmica, donano alle canzoni un'atmosfera low-fi e mistica, ideale per evocare gli spiriti del grande Manitù. (Forse non tutti sanno che) Robertson, di madre indiana, non ha mai dimenticato le sue ceneri natìe, (tanto da realizzare nel '94 un album dal titolo Music for the Native Americans ), così che le sonorità presenti nelle 9 tracce dell'album, pure grazie alla sua voce, a volte sembrano voler evocare i sacri spiriti delle terre indiane. Da ascoltare e riascoltare, dunque, l'iniziale Fallen Angel e Broken Arrow con Peter Gabriel ai cori e alle tastiere, il singolo Showdown at Big Sky (che Robertson presentò anche a Sanremo di quell'anno) il talkingblues di Somewhere Down The Crazy River e il rock sotterraneo di stampo Cougar di Hell's Half Acre Tutte canzoni, queste, che girano nel mio lettore ancora con stupore e meraviglia e che conservo con devota gelosia. Ricordando e godendo.
Il primo valtzer del sig. Robertson
Piacevole e appagante è il condividere delle novità musicali. Ma quando mi trovo a rispolverare un vecchio disco starei volentieri seduto insieme ai miei amici a parlarne per ore: "oh ma te la ricordi quella canzone?!" ... "e l'attacco di chitarra di quell'altra?" Lo farei di buon grado anche per questo album del lontano 1987. Robbie Robertson, ex The Band, ritorna sulle scene con il suo primo lavoro omonimo da solista. Quelli erano gli anni in cui Daniel Lanois aveva la bacchetta magica e produceva The Unforgettable Fire e aiutava Eno in The Joshua Tree, di lì a poco siedeva dietro la consolle di Yellow Moon dei Neville Brothers e Oh Mercy di Dylan (album che meriterebbero ricordi più approfonditi). Anni in cui Bono era in piena fase mistica, gli U2 sfornavano capolavori unodietrolaltro e Peter Gabriel era al top della sua carriera solitaria. Robertson, dunque, fiutato l'"affare", se ne va in giro con Lanois a ingravidare artisti per partorire collaborazioni, che puntualmente arrivano. Nascono così le scritture di Sweet Fire of Love a quattro mani con gli U2 e più in generale le ottime partecipazioni di strumentisti di alto bordo quali Manu Katchè e Toni Levin (a quei tempi entrambi in forza al Peter Gabriel team) che con la loro sezione ritmica, donano alle canzoni un'atmosfera low-fi e mistica, ideale per evocare gli spiriti del grande Manitù. (Forse non tutti sanno che) Robertson, di madre indiana, non ha mai dimenticato le sue ceneri natìe, (tanto da realizzare nel '94 un album dal titolo Music for the Native Americans ), così che le sonorità presenti nelle 9 tracce dell'album, pure grazie alla sua voce, a volte sembrano voler evocare i sacri spiriti delle terre indiane. Da ascoltare e riascoltare, dunque, l'iniziale Fallen Angel e Broken Arrow con Peter Gabriel ai cori e alle tastiere, il singolo Showdown at Big Sky (che Robertson presentò anche a Sanremo di quell'anno) il talkingblues di Somewhere Down The Crazy River e il rock sotterraneo di stampo Cougar di Hell's Half Acre Tutte canzoni, queste, che girano nel mio lettore ancora con stupore e meraviglia e che conservo con devota gelosia. Ricordando e godendo.
mercoledì 21 aprile 2010
URGE OVERKILL
Una band pulp, mooolto pulp.
(memorie di cinema, musica e televisione)

Gli anni '90 sono stati anche quelli migliori del programma televisvo Mai Dire Gol della Gialappa's. Il martedì a scuola era un continuo ripetere le battute di Frengo e Stop (Antonio Albanese), quelle di Aldo Giovanni e Giacomo, le gag di Teocoli-Caccamo. Insieme a miei amici non facevamo che commentare e ridere di quanto visto la sera prima. (Fatto 2 conti, il lunedì c'era il commento al campionato, il martedì a Mai Dire Gol, in pratica si riprendeva scuola dal mercoledì). Un altro, dei tanti comici, passati dalle parti della Gialappa's è stato Bebo Storti (più famoso come conte Uguccione) che faceva anche il verso agli scrittori della generazione pulp (nonchè "autore" della frase "pulp, mooolto pulp") che in quel periodo (s)popolavano il mondo letterario, e non solo. Tutto questo mash-up di ricordi mi è tornato alla mente mentre riguardavo il trailer del film di Tarantino sul canale Coming Soon. Pulp Fiction, oltre ad essere stato un film di riferimento per molti cineasti (forse lo è tuttora) conteneva anche una bellissima colonna sonora. Tra le altre canzoni, quella di una band di Chicago, gli Urge Overkill, che rifacevano Girl You'll Be a Woman Soon di Neil Diamond. Il trio dell'Illinois, anche grazie all'improvvisa popolarità, diede alle stampe un discreto terzo album, Saturation, che ancora oggi riascolto con picere. I primi anni '90 furono quelli del grunge. Gli Urge Overkill trovarono una ricetta che non si discostava troppo da quel filone senza essere però, un'altra delle tante band grunge in circolazione. Dopo Saturation fecero uscire ancora un disco che però non ebbe le fortune del predecssore. Fu anche l'epitaffio del gruppo che dopo un'inutile trascinarsi senza gloria, si sciolse. Bei ricordi. Good Vibrations.
Positive Bleeding
Girl, You'll Be A Woman Soon
Una band pulp, mooolto pulp.
(memorie di cinema, musica e televisione)

Gli anni '90 sono stati anche quelli migliori del programma televisvo Mai Dire Gol della Gialappa's. Il martedì a scuola era un continuo ripetere le battute di Frengo e Stop (Antonio Albanese), quelle di Aldo Giovanni e Giacomo, le gag di Teocoli-Caccamo. Insieme a miei amici non facevamo che commentare e ridere di quanto visto la sera prima. (Fatto 2 conti, il lunedì c'era il commento al campionato, il martedì a Mai Dire Gol, in pratica si riprendeva scuola dal mercoledì). Un altro, dei tanti comici, passati dalle parti della Gialappa's è stato Bebo Storti (più famoso come conte Uguccione) che faceva anche il verso agli scrittori della generazione pulp (nonchè "autore" della frase "pulp, mooolto pulp") che in quel periodo (s)popolavano il mondo letterario, e non solo. Tutto questo mash-up di ricordi mi è tornato alla mente mentre riguardavo il trailer del film di Tarantino sul canale Coming Soon. Pulp Fiction, oltre ad essere stato un film di riferimento per molti cineasti (forse lo è tuttora) conteneva anche una bellissima colonna sonora. Tra le altre canzoni, quella di una band di Chicago, gli Urge Overkill, che rifacevano Girl You'll Be a Woman Soon di Neil Diamond. Il trio dell'Illinois, anche grazie all'improvvisa popolarità, diede alle stampe un discreto terzo album, Saturation, che ancora oggi riascolto con picere. I primi anni '90 furono quelli del grunge. Gli Urge Overkill trovarono una ricetta che non si discostava troppo da quel filone senza essere però, un'altra delle tante band grunge in circolazione. Dopo Saturation fecero uscire ancora un disco che però non ebbe le fortune del predecssore. Fu anche l'epitaffio del gruppo che dopo un'inutile trascinarsi senza gloria, si sciolse. Bei ricordi. Good Vibrations.Girl, You'll Be A Woman Soon
mercoledì 14 aprile 2010
PAUL HEATON, (THE GRIFFIN)
and The Cross Eyed Rambler
Il disco che nel 2008 non ha avuto rivali nella mia playlist annuale è stato quello di Paul Heaton, The Cross Eyed Rambler. L’occasione di ricordare questo album me l'ha fornita una puntata del cartone animato I Griffin, (per chi non lo sa va in onda alle 2 p.m. insieme ad American Dad su Italia uno: contenuti inredibilmente anticlericali, sesso (verbalmente) esplicito e assai-assai politicamente scorretti). Un giorno il piccolo Stewie va in chiesa a sentir messa coi suoi cari con un gran mal di pancia. Dopo aver mangiato l’ostia da di stomaco nel bel mezzo della navata, servendo su un piatto d’argento ai fedeli i forconi e i bastoni per la consueta caccia al blasfemo. Per sfuggire alla crociata, allora, ai “vecchi” di Stewie viene in mente di raggiungere i parenti in Texas quale rifugio sicuro, laddove accade che Brian, il cane dei Griffin, entra in un negozio e riceve, quale omaggio legato all'acquisto di una bottiglia di whiskey, una calibro 45; “è la legge del Texas” lo rassicura il negoziante. A quel punto del cartone è stato come se nella mia discoteca mnemonica avessero appoggiato la puntina sull'album di Heaton, sulla canzone God Bless Texas “good old texas, sat doin’ nothin, while the word’s up coughin’ asbestos, just a colt 45, and a jim bowie knife to protect us”. Un gran disco, The Cross Eyed Rambler, come se ne facevano una volta, con 12 canzoni e 12 potenziali hit single. Il nome dell’album è il nome di un famoso pub londinese (al quale Heaton ha dedicato il lavoro), nato nel 1703 e passato nei secoli attraverso i cambiamenti che la società gli ha imposto, fino ad arrivare al famigerato karaoke (la prima pagina del libretto esaudisce in maniera completa la storia, mentre la bellissima The Pub ne rappresenta la degna sintesi in musica). A quasi due anni dalla sua uscita, il manto dorato che avvolge l’album d’esordio dell’ex Housemartins e Beautiful South, non è stato scalfito di un che. Canzoni semplici e ottimamente suonate, testi attualissimi e mai banali (se avete tempo leggetevi le parole della conclusiva Everything is Everything). Davvero un disco nel quale è difficile dire qual è la migliore. Un paio però le voglio ricordare: la ballata The Ring From Your Hand che non sfigurerebbe in un album, anch’esso magnifico, quale Struck By Lightning di Graham Parker e una perfetta pop, Marmaids & Slaves d’ispirazione The The, e mi riferisco a Dusk. Tag: segnalato, tag: non fatevelo mancare!
Paul Heaton - God Bless Texas
and The Cross Eyed Rambler
Il disco che nel 2008 non ha avuto rivali nella mia playlist annuale è stato quello di Paul Heaton, The Cross Eyed Rambler. L’occasione di ricordare questo album me l'ha fornita una puntata del cartone animato I Griffin, (per chi non lo sa va in onda alle 2 p.m. insieme ad American Dad su Italia uno: contenuti inredibilmente anticlericali, sesso (verbalmente) esplicito e assai-assai politicamente scorretti). Un giorno il piccolo Stewie va in chiesa a sentir messa coi suoi cari con un gran mal di pancia. Dopo aver mangiato l’ostia da di stomaco nel bel mezzo della navata, servendo su un piatto d’argento ai fedeli i forconi e i bastoni per la consueta caccia al blasfemo. Per sfuggire alla crociata, allora, ai “vecchi” di Stewie viene in mente di raggiungere i parenti in Texas quale rifugio sicuro, laddove accade che Brian, il cane dei Griffin, entra in un negozio e riceve, quale omaggio legato all'acquisto di una bottiglia di whiskey, una calibro 45; “è la legge del Texas” lo rassicura il negoziante. A quel punto del cartone è stato come se nella mia discoteca mnemonica avessero appoggiato la puntina sull'album di Heaton, sulla canzone God Bless Texas “good old texas, sat doin’ nothin, while the word’s up coughin’ asbestos, just a colt 45, and a jim bowie knife to protect us”. Un gran disco, The Cross Eyed Rambler, come se ne facevano una volta, con 12 canzoni e 12 potenziali hit single. Il nome dell’album è il nome di un famoso pub londinese (al quale Heaton ha dedicato il lavoro), nato nel 1703 e passato nei secoli attraverso i cambiamenti che la società gli ha imposto, fino ad arrivare al famigerato karaoke (la prima pagina del libretto esaudisce in maniera completa la storia, mentre la bellissima The Pub ne rappresenta la degna sintesi in musica). A quasi due anni dalla sua uscita, il manto dorato che avvolge l’album d’esordio dell’ex Housemartins e Beautiful South, non è stato scalfito di un che. Canzoni semplici e ottimamente suonate, testi attualissimi e mai banali (se avete tempo leggetevi le parole della conclusiva Everything is Everything). Davvero un disco nel quale è difficile dire qual è la migliore. Un paio però le voglio ricordare: la ballata The Ring From Your Hand che non sfigurerebbe in un album, anch’esso magnifico, quale Struck By Lightning di Graham Parker e una perfetta pop, Marmaids & Slaves d’ispirazione The The, e mi riferisco a Dusk. Tag: segnalato, tag: non fatevelo mancare!
Paul Heaton - God Bless Texas
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