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venerdì 29 marzo 2013

Monty Python - Always look on the bright side of life



" Nella vita ci son fatti che ci fanno uscire matti. Altri ancora fan di tutto perchè al fin tu sia distrutto. Ma chi affoga nella merda la pazienza maaai non perda. Schiocca le dita su .... è la vita ... e rose e fior vedrai che avraaai .... and always look on the bright side of life ...."  
Monty Python

 Cercando di non scordarlo mai .... buona Pasqua ....

lunedì 21 maggio 2012

CBGB: there's a party in my mind

Una breve parentesi (un pre-post) che lancio così, perchè scrivendo a proposito di CBGB mi è tornata alla mente un vecchia pippa che ogni tanto mi faccio quando ascolto le canzoni del periodo anni '70 dei Talking Heads, ovvero: Remain in Light, si sa, è il capolavoro delle Teste Parlanti, per tutti i motivi che conosciamo. Ma Fear of Music, personalmente, lo preferisco (se ce la fate ad aspettare ancora un attimo per la crocifissione...); e questo perchè (per sua fortuna) gli manca la monumentalità che c'è in Remain in Light, troppo perfetto per i miei gusti; non una nota fuori posto. Fear of Music, invece, lo trovo molto più sfaccettato e malato/schizofrenico con la sola panacea guaritrice di Heaven.      Drugs, Life During Wartime, l'iniziale I Zimbra, Electric Guitar, Air , come dire, mi sembrano canzoni partorite più dalla pancia di Byrne che dalla testa di Eno, dando paternità certa ai suoni, nonostante, anche in Fear of Music ci fosse già lo zampino (non troppo invadente) di Brian Eno.
Bene. Dopo la breve pippa a cura di questo misero adulatore di Byrne & soci, sono pronto per la fustigazione. Astenersi perditempo o fan di Gigi D'Alessio, prego. Oppure, se volete, potete fare skip e andate avanti sul post riguardante il CBGB.


Ma l'argomento per il quale è nato questo post è l'operazione Lazzaro per resuscitare il locale (forse più famoso di New York), ovvero il CBGB. E pensare che il sig. Hilly Kristal lo battezzò nel 1973 per dare voce e strumenti al Country, BlueGrass e Blues. Ma quelli erano i giorni in cui il punk e la new wave avevano già sfondato la porta del rock e della ribellione, e questo, il lungimirante Kristal lo capì subito, lasciando il proscenio a gentaglia del calibro dei Ramones, Misfits, Television, the Patti Smith Group, Mink DeVille, The Dead Boys, The Dictators, The Fleshtones, The Voidoids, The Cramps, Blondie, The Shirts e Talking Heads (in rigoroso copia e incolla dal sito ufficiale); questo nei seventies. Mentre negli anni '80 il palcoscenico del CBGB fu il crocevia di band hardcore-punk quali U.S. Chaos, Agnostic Front, Murphy's Law, Cro-Mags, Warzone, Gorilla Biscuits, Sick of It All, e Youth of Today.  La storia recente racconta della chiusura del CBGB nel 2006 a causa dei debiti (e/o anche perché hanno buttato via lo stampo degli anni ’70) e della morte del fondatore Kristal l’anno dopo. Fino ad arrivare all’annuncio di questi giorni della riapertura estiva del locale, ma solo per quattro serate, grazie ad un gruppo di investitori (???) che ne hanno acquistato, esclusivamente, il nome/marchio CBGB.  I nuovi proprietari hanno dichiarato che la finalità di questa operazione (e figuratevi se non si buttavano a terra per non cadere), non è di tipo economico, ma esclusivamente dettata, dalla voglia di creare un nuovo spazio per fare esibire le nuove leve artistiche (ma davvero a New York hanno chiuso tutti gli altri locali?). Il nome CBGB, dunque, verrà usato per promuovere una serie di concerti per tutta l’estate che dovrebbe concludersi, se ci saranno le condizioni, con l’apertura di nuovo locale con la vecchia insegna.  Questa, la fredda cronaca (come diceva Frengo e Stop). Questi, invece, i nomi di alcuni degli artisti che faranno parteciperanno ai concerti estivi: Guided by Voices, the Pains of Being Pure at Heart, Cloud Nothings, Cro-Mags, Vision of Disorder.  Paragoni improponibili, ma tant’è. Cacciamo via i brutti pensieri (e gli insulti) con una bella compilation evergreen.

sabato 10 settembre 2011

1988, featuring Tracy Chapman, Toni Childs e Michelle Shocked

Quella del 1988 fu decisamente un’ottima annata di uscite discografiche (ebbene sì, c’era vita oltre Plastic Bertrand). Salomonicamente ho deciso di dividere le memorie in maniera assolutamente “sessista”. Ma lo faccio esclusivamente per far risaltare meglio la bravura delle donne :-)

Spazio dunque all’esordio omonimo di Tracy Chapman. La cantautrice di Cleveland se ne uscì con un disco che spiazzò non poco sia la critica che il pubblico considerata la sua giovane età, rispetto ai testi davvero forti delle sue canzoni, attraverso i quali ha parlato di rivoluzione, di violenze domestiche, di razzismo, ma anche di fuga dalla triste realtà in cui è cresciuta. Uno spaccato folk di 36 minuti in cui nessuna delle 11 canzoni risulta fuori posto (Talking About the Revolution, Fast Car, Baby Can I Hold You, Mountain O’ Things forse con una marcia in più, forse); strumentazione ridotta ai minimi termini (in Behind the Wall addirittura solo con la voce) ma di cui non si sente assolutamente la mancanza. Chapeau, dunque, per la Chapman, che non è riuscita più a ripetersi, però, a quei livelli.






E se la Chapman, in quell’anno, tentava di tracciare una nuova linea di partenza del folk femminile, c’era chi giocava con i nuovi ritmi della cosiddetta world music grazie anche a personaggi quali Peter Gabriel, che, per valorizzare i volti nuovi della musica internazionale, aprì addirittura, una etichetta tutta sua. Toni Childs tentò di seguire quella corrente, riuscendo piuttosto bene, con il suo primo album Union, nel suo tentativo di dare una nuova e personale versione dei ritmi provenienti dall’Africa (il suo particolare e notevole timbro vocale le diede una grossa mano in questo). E sebbene, la Childs riuscì a far breccia nei cuori e nei timpani del pubblico, con le canzoni più movimentate (Don’t Walk Away, Stop Your Fussin’) il meglio del disco l’ho trovato decisamente nelle canzoni più cupe e dolenti quali Dreamer, Walk and Talk like The Angel e Where’s the Ocean. Come la Chapman, anche per la Childs i successori di Union non furono all’altezza dei suoi esordi lasciando di lei e dell’album, un bel ricordo e nulla più.





In rigoroso ordine alfabetico chiudo lo spaccato “ottantottino” tutto al femminile con un piccolo capolavoro firmato Michelle Shocked dal titolo Short Sharp Shocked. Disco in cui il folk, il blues e lo swing riescono a convivere in una perfetta armonia musicale. L’iniziale When I Grow Up è la prima delle 11 perle contenute nell’album con una sezione ritmica che sembra provenire dalla giungla e un’armonica blues che sembra uscita da The Big Heat di Stan Ridgway. E così a seguire sonorità più spinte verso il folk e legate all’album d’esordio The Texas Campfire Tapes (Memories of East Texas, The L & N. Don’t Stop me Anymore e la meravigliosa Anchorage) rockabilly anni ’50 in Hello Hopville, folk swing tiratissimo in Making the Run to Gladwater e If Love Was a Train, un blues cantato a tarda sera nella prigione di Folsom (Graffiti Limbo). L’album si chiude ufficialmente con la canzone n. 10, una languida Black Widow che corona degnamente un viaggio di ricordi e carezze, se non fosse che subito dopo arriva la traccia nascosta e senza titolo che è uno schiaffo punk di 2 minuti che ti riporta immediatamente alla realtà. Per la sig.ra "Captain Swing" fu centro pieno.





lunedì 27 giugno 2011

SPIN DOCTORS - Pocket Full of Kryptonite [1991]




Spin DoctorsRicorrenze discografiche ventennali. Mi sono accorto che non riuscirò a fare un riepilogativo come per il 1990. Ci sono 7-8 album che mi preme ricordare singolarmente; magari alla fine faccio un post con i restanti e playlist riassuntiva. Oggi, comincio col rendere omaggio (considerato il nome dell’album, Pocket Full of Kryptonite) ad un asteroide musicale. A questo punto il nome della band viene da solo, Spin Doctors, band che sfondò le porte delle radio con due hits incredibili come Little Miss Can't Be Wrong e Two Princes, che per me, valsero la spesa del cd. Un disco che vendette ben 10 milioni di copie nel mondo. Certo, il dato economico non è per forza sinonimo di qualità e bravura, ma in questo caso (e solo per questo album, visto che già il successivo non ripeté ne il successo di ascolti, figuriamoci delle vendite) i 4 newyorkesi riuscirono a soddisfare persino i palati più raffinati, anche perché un disco così carico di gioia e adrenalina (oltre che ottimamente suonato e cantato), non se ne sentono tutti i giorni. Gli Spin Doctors, invece, anche grazie alle virtù chitarristiche di Eric Schenkman (che sul disco si possono apprezzare in toto solo nella lunga suite finale di Shinbon Alley/Hard to Exist) e al cantato afono e scanzonato di Chris Barron ci riescono in pieno; qualità ben evidenziate già nell’iniziale Jimmy Olsen’s Blues e la successiva What Time Is It? che fanno capire quanto i giovanotti ci sappiano fare, eccome, nella loro maniera alternativa di suonare funky. Ma, come accennato, la magia dura poco e al felice debutto seguirono altri 3 deludenti album. Poi nel 1999, quando ormai la fortuna aveva già voltato loro le spalle (o fors’anche per non essersi disfatti di tutta quella criptonite dalle tasche), al cantante Chris Barron viene diagnosticato una rara forma di paralisi alle corde vocali che lo taglia fuori dallo star system, insieme al resto della band, costretti a quel punto al forzato addio alle scene. Ci hanno riprovato ancora e senza successo nel 2005, mentre adesso, di tanto in tanto, gli Spin Doctors si riuniscono per qualche sporadica apparizione in breve spettacoli, come quelli di questi giorni, per celebrare, appunto i vent’anni di Pocket Full of Kryptonite, che a fine agosto uscirà, come prevedibile, in formato doppio nei negozi. Ricordiamoceli così.




venerdì 25 marzo 2011

STEVE NICKS: nuovo album in arrivo

Un altro ritorno in pompa magna sarà quello di Steve Nicks, altra stupenda voce del passato, quello appartenente ai Fleetwood Mac, insieme ai quali salì, per restarci a lungo, al primo posto delle charts di mezzo mondo con l'album Rumours del 1977. Poi una carriera che si è arenata circa 10 anni fa con il disco Trouble in Shangri-La. Il 3 maggio, la Nicks, torna in pista con l'album In Your Dreams e collaborazioni eccellenti a partire dalla metà maschile degli Eurythmics Dave Stewart. Nell'attesa ci godiamo il trailer de In Your Dreams e dal passatorecente una versione live di Edge of Seventeen.




Gli azzardi di ANNE BRIGGS


Anne Briggs l'ho conosciuta da poco. Una voce che nemmeno i rumori del fax, del citofono o dell’ultimo successo del cantante napoletano neomelodico di turno sparato a palla dalla vicina, sono riusciti a farmela passare inascoltata. Questa Blackriverside l'ho pescata in uno dei milioni di blog musicali indie della rete, facendomi credo che si trattasse di una nuova emergente del panorama musicale femminile. E invece Lei è una folk singer inglese sulla scena dal lontano 1963. Personaggio non troppo noto alla "massa" poichè poco avvezza alle luci della ribalta. Ma di certo (ancora) Soggetto di culto e tracciatrice di un segno ben profondo nell'ambiente professionale. Basti pensare, ad esempio, che la parte strumentale di Blackriverside è stata rifatta da Jimmy Page in Black Mountain Side dei Led Zeppelin (pare nota per nota), e contenuta nell'album di debutto della band londinese. Senza contare l'omaggio dei Decemberists alla cantante, avendo intitolato il loro penultimo album, esattamente come il suo ep d'esordio, The Hazards of Love. Felice di averti trovata. E adesso si parte con le ripetizioni. Buon ascolto.





martedì 22 marzo 2011

THE HAVALINAS - ST [1990]



Un altro disco di quelli comprati sulle ali dell’entusiasmo e provocato dalla lettura di una bella recensione che fu. E anche dalla copertina, non lo nego. Riuscirono ad essermi simpatici da subito, con questo look da “finti” banditi che cercavano di trasmettere. Mi riferisco alla prima e unica esperienza discografica di questo combo statunitense che prende il nome da un cinghiale selvatico, gli Havalinas. L’album uscì nel 1990 e l’ho volutamente lasciato fuori dal resoconto di qualche post fa, che feci di quell’anno, proprio per dedicargli un capitolo a parte. Non di capolavoro si tratta (non in senso assoluto, almeno) ma inteso quale puro intrattenimento, assolutamente sì. Sospinti dalla sezione ritmica di Chalo Quintana alla batteria e da Smutty Smith (prevalentemente) al contrabbasso, e sostenuti dal polistrumentista e cantante Tim Scott, gli Havalinas riuscirono a (ri)dare un certo lustro (e nuove speranze) a quel filone roots-rock ( in quel periodo in fase calante), che band più in auge, quali Stray Cats, Blasters, Los Lobos, John Cougar ne divulgarono il verbo, mietendo e raccogliendo consensi soprattutto negli States. Non so dirvi quanto, ma davvero per molti giorni il mio bell’impianto Metz, fece da amplificatore a Sticks & Stones, High Hopes, Inexperienced, Not a lot to Ask For, Fill 'Em Up, There Was This Mother, Jesus and Johnny. Lo scorso anno, dopo un lungo peregrinare su vari siti di negozi musicali on line, sono riuscito finalmente a trovare su ibeeeey la copia in cd dell'album, anche se custodisco gelosamente il mio bel vinile che mi feci recapitare dall'amico Max, a quei tempi, universitario a Pescara (io invece avevo già piantato, a mo’ di ombrellino da cocktail, una bella bandierina bianca sul tomo di Diritto Privato). Ancora oggi, come 20 anni fa, resta un disco che sa come trattare i miei pessimi stati d’animo. Buon ascolto.

venerdì 18 marzo 2011

NICK CAVE & The Bad Seeds - Live @ St.Luke Church. London, 1998


Nick Cave. Un nome che fino a pochi anni, fa al sottoscritto, non aveva mai detto molto. In fondo ciò che mi metteva in relazione a lui era il fatto che provenisse dalla terra dei Canguri …… o al massimo il disco che la critica appellò come l’album peggiore - Nocturama- e che un noto imitatore/showman italiano portava in scena (in uno sketch) proponendolo nella veste di cantante depressivo, malinconico ed incollato al suo pianoforte. Non me ne occupai più di tanto. Diciamo pure che bollai gli ascolti del periodo. Poi d’un tratto ricomparve nel mio lettore con Dig Lazarus Dig. Un disco in grado di stuzzicare la mia curiosità sin dalle prime note. Album che lo vede riscoprire il suo passato grintoso e graffiante con i Birthday Party. Un buon album, in definitiva, che ho programmato tra i miei ascolti per un lasso di tempo notevole. Recentemente, invece, e direttamente dal mainstream, mi è giunta la possibilità di goderlo in una performance live di notevole impatto a marchio BBC. Il concerto, realizzato nell'atmosfera suggestiva della chiesa di St. Luke in quel di Londra, sbatte in scena lo sciamano australiano e quei poco di buono dei Bad Seeds, in uno spettacolo tutt’altro che noioso e soporifero. Una scenografia scarna quanto il fisico di Cave, agghindato per l’occasione, con pantaloni a righe, camicia in tono e giacca, che ancora di più mettono in risalto la silhouette di un moderno Don Quijote, così come dignitosamente adornati i suoi compari presenti sul palco. Tutt’altro che monotono lo show dicevo. Energico e sarcastico come solo pochi sanno fare. Abile nel passare dal piano alla chitarra e di duettare con il resto della band così come imbastire siparietti con il pubblico. In grado di reinventarsi la carriera, dopo i fallimentari album, Nocturama e Abattoir Blues, che hanno preceduto questa fase di carriera. Carriera che non vede Nick solamente alle prese con la musica ma con certa filmografia tutt’altro che scialba e noiosa. Altro che depressivo e malinconico!!! Ora capisco da dove abbia preso lo spunto per un progetto come i Grinderman in cui privilegia la chitarra elettrica al pianoforte, da sempre il suo strumento principe. Gran parte dei brani dello show in questione sono tratti da Dig Lazarus Dig, ma si concede anche il tempo per esibire vecchi e famosi brani come Red Right Hand, Ship Song, Dehanna e Get Ready for Love. Un grande show intimo ed affascinante che riesce ad ipnotizzare sia i presenti che il sottoscritto e gustato comodamente seduto (si fa per dire) sul divano, assaporando, come sempre, un buon boccale di birra. Alzati Lazzaro …..e scava!!!!! Buona visione /ascolto.
Giamp



[track list]
01.Lime Tree Arbor - 02. Let Love In - 03. Stranger than Kindness - 04. Red Right Hand - 05. Nobody's Baby Now - 06. Do You Love Me - 07. Into My Arms - 08. The Ship Song - 09. The Mercy Seat (Paris) - 10. Brompton Oratory - 11. Papa Won't Leave You Henry - 12. The Good Son - 13. I Had a Dream, Joe - 14. The Mercy Seat (BBC) - 15. Jack The Ripper



lunedì 14 marzo 2011

Campag Velocet - Drenchrom Velocet Synthemesc

Band inglese dei primi anni '90 che avevo completamente rimosso. Li ho ritrovati tra le migliaia di condivisioni di canzoni che c'è su Facebook con altrettanti "amici" (per buona pace di chi odia tal strumento). La giusta maniera per ripartire. Buona settimana a tutti.

mercoledì 9 marzo 2011

Mike Starr, dead star

Mike Starr of Alice in ChainsIeri ho chiuso la giornata con una band simbolo degli anni '90, gli Smashing Pumpkins, oggi lo faccio con gli Alice in Chains. Stavolta, però, per un ultimo saluto al bassista della band, Mike Starr, trovato morto, ieri, in una casa a Salt Lake City. Starr fu, insieme al chitarrista Jerry Cantrell, il fondatore degli Alice in Chains, anche se la leadership della band era indiscutibilmente legata al cantante del gruppo, Layne Staley, che, come tante altre rockstar, era impegnato soprattutto a combattere (?) i suoi problemi legati alla tossicodipendenza. Lo stesso Staley poi, perse anche la guerra, con le droghe, precedendo di qualche anno l'amico Starr nel trapasso terrestre, mentre a noi, oggi, si ripropone una nuova occasione, triste, per ricordare gli Alice in Chains. La canzone scelta, non poteva che essere Down in a Hole, testamento autobiografico di Staley. R.I.P.




DOWN IN A HOLE  (traduzione)
Giù Nella Fossa (perso In Un Buco)*(1)

Nascondimi dolcemente in questo ventre
Dono questa parte di me per te
Piove sabbia giù e sto seduto qui
Tenendo rari fiori
In una tomba....in fiore

Giù nella fossa e non lo so
Se posso essere salvato
Guarda il mio cuore l'ho decorato
Come una tomba
Tu non capisci chi loro
avessero pensato io dovessi essere
Guardami ora, un uomo
che non vuole lasciare vivere se stesso

Giù nella fossa, perdendo la mia anima
Giù nella fossa, perdendo il controllo
Mi piacerebbe volare
Ma le mie ali sono state tarpate*

Giù nella fossa e loro hanno messo tutte
Le pietre al loro posto
Ho mangiato il sole così la mia lingua
E' stata scottata dal boccone
Ho avuto colpa
Di calciare me stesso sui denti
Non parlerò più
Dei miei sentimenti là sotto

Oh io voglio essere dentro di te

Giù nella fossa, perdendo la mia anima
Giù nella fossa, sentendomi così piccolo
Giù nella fossa, perdendo la mia anima
Giù nella fossa, perdendo il controllo

Mi piacerebbe volare
Ma le mie ali sono state tarpate

Note :
*(1) Il titolo in inglese contiene un doppio rif, alla fossa intesa come tomba, e alla droga. Per questo è stata aggiunta tra parentesi una seconda traduzione che mette in luce il secondo significato.
* (2) letteralmente sarebbe "sono state negate"

lunedì 21 febbraio 2011

Quando JEFF BUCKLEY amò LIZ FRAZER


Jeff Buckley & Elizabeth Fraser - All Flowers In Time Bend Towards The Sun

Erano i giorni in cui il laser del mio lettore sparava costantemente sulla base del cd Grace, mentre Buckley mi operava a cuore aperto. Mi chiedevo, tutte le volte, se la maniera di cantare e interpretare le sue canzoni erano solo talento e istinto o se ci fosse anche del fuoco vivo ad alimentarle. Il web era nella fase della pubertà e le notizie non erano così facile da reperire. In questi giorni, invece, mentre navigavo alla ricerca di un live di Nick Cave che Giamp cercava, mi sono accidentalmente (fortunatamente) imbattuto nel blog STUPID & CONTAGIOUS (dal quale ho liberamente e nel modo quanto più fedele possibile, cercato di tradurre il post). E' così che la mia curiosità venne soddisfatta, scoprendo, la storia d’amore e musica tra Jeff Buckley e la cantante dei Cocteau Twins, Liz Fraser.
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I due si trovarono coinvolti in una relazione dai risvolti tumultuosi a metà degli anni ‘90. Rapito dalla voce della Fraser per un’interpretazione della canzone Song to the Siren di Buckley padre, Jeff, fece di tutto per conoscere la Fraser, proprio nei giorni in cui stava lavorando al suo album di debutto, Grace. Il loro modo di cantare si tradusse in un’infatuazione reciproca sia a livello artistico che sentimentale. I loro incontri durante i rispettivi tour promozionali di quell’anno furono appassionati e turbolenti e nonostante le voci che giravano intorno alla loro storia, Buckley fece di tutto per mantenere la privacy del loro rapporto, negando sempre la loro relazione in pubblico, mentre la Fraser trasponeva in canzoni scritte le gioie e i dolori del suo amore per Jeff. Tuttavia, Liz ebbe modo di parlare con onestà e schiettezza della vicenda anni più tardi quando, partecipando ad un bellissimo documentario della BBC "Jeff Buckley: Everybody Here Wants You”, disse: "Credo che Jeff mi abbia idolatrato prima che ci conoscessimo. Ero spaventata da questo. ... Ed ero così con lui. Questo è imbarazzante, ma è la verità. Non riuscii a fare a meno di innamorarmi di lui. È stato adorabile. Ho letto i suoi diari, Lui lesse i miei. Ci fu questo scambio, letteralmente, di cose molto personali che non feci con nessun altro. Così in qualche modo c’è stata questa grande quantità di intimità, mentre in altri momenti, pensavo "oh no, non riesco a penetrare nella mente di questo ragazzo, affatto.» " È chiaro che la coppia condivise qualcosa di estremamente personale e potente, probabilmente così potente che non sarebbe potuto durare a lungo. L’implosione non era lontana. A un certo punto, nel 1995, e per motivi tutt'ora sconosciuti, la coppia si sciolse. Fraser visse il suo dolore mentre stava promuovendo con i Cocteau Twins il loro EP 'Twinlights' nel 1995 "La mia dipendenza dall’amore fu peggiore che mai. Sono stata maniacale,"confessa ... “L'EP (Twinlights) è a proposito di quell'uomo. Il mio “ultimo addio”. "L'ultimo addio (Last Goodbye) ", naturalmente, fu il titolo di primo singolo di Buckley. Una breve e intensa storia d’amore nella quale ci fu anche il tempo di scrivere (Jeff) e cantare (insieme a Liz) una bella canzone in puro stile Cocteau Twins "All Flowers In Time Bend Towards The Sun" nella quale si fondono le melodie e le voci dei due amanti con un testo che inizialmente ricalca le linee di Leonard Cohen “"i miei occhi sono un battesimo. Oh sono fusi. E lei canta nel mio pensiero”. La canzone non fu mai completata né tantomeno pubblicata. A noi tanto basta.



My eyes are a baptism
Oh I am fused
And sing her into my thoughts
Oh phantom elusive thing

Oh all flowers in time bend towards the sun
I know you say there's no one for you, but here is one
All flowers in time bend towards the sun
I know you say there's no one for you, but here is one
But here is one, here is one

All flowers in time bend towards the sun
I know you say there's no one for you, but here is one
all flowers in time bend towards the sun
i know you say there's no one for you, but here is one

Keep it going in me, wicked traveller
Fading farther from me
With your face in my window glow
Oh When will you weep for me sweet willow

It's okay to be angry
But not to hurt me
Your happiness, yes yes yes
Darling, darling

All flowers in time bend towards the sun
I know you say there's no one for you, but here is one
All flowers in time bend towards the sun
I know you say there's no one for you, but here is one

lunedì 14 febbraio 2011

RADIOHEAD, nuovo album The King Of Limbs

Radiohead Fans Advisory: explicit lyrics:
ho amato i Radiohead di The Bends e Ok Computer (ancora oggi sono tra i miei preferiti di sempre). Dall'album successivo in poi, invece, è cominciata una lenta e inarrestabile avversione alla loro musica (?) e al cantato di Yorke, tuttora in corso. E poi tutto quel vociare, quel brusio 'genio di qua' 'genio di la' (e tanti saluti a Eno, Byrne, Zappa etc etc etc etc etc... ). Boh! Non ci capisco granchè di musica, questa è la verità. Ad ogni modo, il 9 maggio uscirà il loro nuovo album The King of Limbs, per il quale, a differenza del suo predecessore In Rainbows, la band non lascierà decidere all'utente il prezzo del download dei brani, ma alla modica cifra di $48 i fans potranno ricevere un 'pacco' di roba, tra cui magliette, vinili, cd e molto altro. Streaming in anteprima del disco dal 19 febbraio per chi metterà mano al portafoglio con largo anticipo. E c'è da scommettere che saranno in tanti. Nel frattempo ...





mercoledì 9 febbraio 2011

SAM COOKE, RCA Recording Studio, Los Angeles, 1959

Sam Cooke

Quando riascolto i classici del soul è difficile che riesca ad associare i testi di quelle canzoni a dei manifesti politici. Li vedo sempre come ballate strappacuore o al massimo, quelle più movimentate, da fischiettare per rallegrarti la giornata. A Change is Gonna Come del 1963, è una di quelle eccezioni di cui vale la pena ricordarne la genesi e i contenuti. Gli anni '60, notoriamente, furono negli Stati Uniti, anni di manifestazioni e di contestazione da parte delle persone di colore, volte al mantenimento, meglio l'ottenimento, dei diritti civili. Sam Cooke, aveva da poco perso il figlio Vincent, diciottenne, mentre nell'ottobre di quell'anno, lo steso Cooke veniva arrestato, reo di aver chiesto di poter alloggiare in una stanza di un motel 'per soli bianchi' . A Change Is Gonna Come fu registrata il 21 dicembre 1963, ma ai capi della RCA, non andava giù l'esplicito messaggio politico in essa contenuto (attuale e pieno di speranza, oltretutto), tanto da pubblicarla solamente dopo l'uccisione di Cooke, avvenuta in circostanze mai chiarite nel dicembre del 1964. La canzone, così, finì per diventare ben presto l'inno del Movimento per i Diritti Civili. Tante le versioni anche di questa canzone, una, però mi preme ricordare, quella dei Neville Brothers contenuta nel meraviglioso Yellow Moon del 1988.



Sono nato vicino al fiume, in una piccola tenda,
e come il fiume ho sempre corso
E' passato tanto, tanto tempo,
ma so che ci sarà un cambiamento, oh sì ci sarà
E' stato troppo difficile vivere, ma ho paura di morire
Non so cosa c'è lassù in cielo
E' passato tanto, tanto tempo,
ma so che ci sarà un cambiamento, oh sì ci sarà
Vado al cinema e vado in città
Qualcuno mi dice sempre: non andartene a zonzo
E' passato tanto, tanto tempo,
ma so che ci sarà un cambiamento, oh sì ci sarà
Ora vado a trovare mio fratello
Gli dico 'fratello per piacere aiutami'
Ma lui mi colpisce
e mi mette in ginocchio
Ci son stati momenti in cui ho pensato che non sarei durato molto
Ora penso di essere capace di sopportare
E' passato tanto, tanto tempo,
ma so che ci sarà un cambiamento, oh sì ci sarà

lunedì 31 gennaio 2011

(anteprima) J. MASCIS – Not Enough



Qualche parola in più per J. Mascis. Soprattutto per ricordare una delle canzoni che ancora ascolto con infinito e sottolineo infinito piacere, perchè davvero la sentirei per ore, ovvero Get Me dell'album Where You Been, quando ancora si chiamavano Dinosaur Jr. (ma si sono sciolti?). Lessi la recensione di Claudio Sorge su Rumore (uno dei 3-4 numeri che ho acquistato in vita mia) che si sperticava in lodi e che io trovai (per mia fortuna) su una compilation che proponeva la musica alternativa di quegli anni (parlo dei '90 con canzoni dei Jane's Addiction, Pearl Jam, Alice in Chains ecc.). Feci la pazzia di comprare l'intero album e anche se le altre composizioni non mi fecero tremare i polsi, me lo tenni ugualmente (disco che ancora oggi custodisco gelosamente) grazie proprio a Get Me. Ve la (ri)propongo non prima di avervi dato in pasto il singolo del nuovo album solista dell'ex Dinosauro. Il disco si chiamerà Several Shades Of Why ed uscirà il 15 marzo.

J. Mascis – Not Enough


Dinosaur Jr. - Get Me

venerdì 28 gennaio 2011

THE CURE, 30 anni fa usciva Seventeen Seconds

[un bel ricordo dei The Cure a cura di Giamp, a trent'anni dall'uscita di Seventeen Seconds. Il live postato è quello del 1986 registrato a Parigi. Buona lettura e buon ascolto.]
Proprio ad essere sinceri io ai The Cure mi sono avvicinato ascoltando l’album Faith che insieme ad altri 2 dischi quali Pornography e Seventeen Seconds, a giudizio della critica non è risultato essere certamente il migliore. Album che, come spesso accade, ho recuperato in seguito e dei quali me ne sono innamorato. Fortissima è stata poi l’ influenza di una cara amica, la quale aveva, e penso abbia ancora, una passione enorme, esagerata, per certi versi, riguardo The Cure e un po’ verso il fenomeno dark-goth del periodo. Immaginate quindi come venivo considerato da certe amicizie decisamente filo-metallare. Io che me ne stavo in disparte ad ascoltare The Cure, Bauhaus, Joy Division e compagnia bella e che pure fino a non molto tempo prima mi sparavo vagonate di Buzzcocks, Sex Pistols, Clash. Walkman a portata di orecchie, passeggiate sul bagnasciuga in giornate cupe e fredde. Brrrrr, roba da rabbrividire! Passeggiate a parte, in the meantime leggevo dell’uscita imminente del nuovo disco dei The Get up Kids dal titolo There are Rules mi è venuto alla mente, di aver letto tempo fa, che per il loro nome si sono ispirati al testo di una canzone dei The Cure. Per l’esattezza, se la memoria non mi inganna, il brano in questione è The Suburban Get Up Kid che loro modificarono in The Get Up Kids. E proprio mentre spulciavo nel web notizie su questa band, mi parte un altro ricordo. Mi son detto: ma sai che quest’anno, proprio dei The Cure, ricorre il trentennale dell’uscita di un album storico e di impatto come Seventeen Seconds ? Quale occasione migliore per dire 4 cosucce “brevi”, ma brevi, su ciò che è stato per il sottoscritto l’ascolto e le sensazioni di quel disco! Certo, l'album con cui esordirono si presentava di matrice ben diversa: Three Imaginary Boys, praticamente palpava il culo ad un punk oramai riconsegnato agli annali della musica. Basterebbe ascoltare It’s Not You oppure So What per averne conferma; senza contare il fatto che non di certo attingeva in quella indubbia emotività funerea ed a tratti luttuosa. Graffianti chitarre ed un modo di cantare che poco aveva a che fare con quanto sarebbe successo in Seventeen Seconds dove la luce si affievolisce e comincia a vedersi l’ombra di quella foresta buia e silenziosa, dove anche respirare era difficile. Poi d’un tratto le chitarre vengono coperte da una coltre grigia e spessa di cenere e farcite di flanger e chorus al’infinito. Un cantato che corre sulla linea del monocorde. Il basso imbottito di compressor. La cenere del nichilismo e della disperazione più profonda. Ansia, solitudine, smarrimento presero il sopravvento e divennero i tratti somatici del genere Dark. Uso di droghe, perdita di fede verso una vita che R. Smith non sentiva più di poter condurre fino al punto di rifiutarla, hanno fatto il resto. Inquietudine che porta all’autodistruzione del gruppo, quasi. Li ad un passo dal baratro. Anche economicamente le cose non andavano bene, costretti per affittare lo studio di registrazione a ridurre al limite le spese per gli strumenti (non che vi fosse bisogno di chissà cosa per quel disco scarno).
** Un paio di curiosità: la band non potendosi permettere altre spese dormì sul pavimento della sala di registrazione; The Final Sound era stata concepita come un lungo pezzo strumentale ma la cassetta si era esaurita durante l’esecuzione e non potendosi permettere di usarne un’altra rimase registrata in parte. Il suono che si sente alla fine e il nastro che finisce. **
Ad ogni modo non proseguirono su quella strada e i tratti cupi lasciarono il passo ad album come Disintegration, che nel loro genere hanno fatto la storia e (soprattutto) la fortuna dei The Cure. Ora mi sembra assai curioso vedere il sig. Smith (che alle origini somigliava inconsapevolmente e maledettamente a Ben Affleck) alle prese con "line up" rinnovate e con qualche chilo in più. Non vorrei trovarmelo di fronte e notare che sotto il cerone ci fosse pure qualche ruga. Da ultimo mi sia concessa una “breve” serie  di dediche.
- Alla mia cara amica Gabriella per la passione con cui ha saputo farmi conoscere meglio questa band.
- Al compianto Michelino per avermi concesso nelle sue serate una personale e quanto mai splendida versione di A Forest;
- A Scirocc’ Umberto, che da anni vive in Francia, all’ audacia che aveva nel cotonarsi i capelli e contornarsi le labbra con abbondante rossetto color rosso sangue.
- A Fabio “Fabiett” Cavallaro e alla disinvoltura con cui indossava i suoi cappottoni neri e ai suoi dischi dei Bauhaus.
- A Raimondo Rosiello grafico e designer che abbelliva le nostre feste con origami, lumini e quant’altro donasse un tocco di darkeggiante serenità alle feste.
Al proprietario dell’ ormai cessato Pub Il Sombrero per averci omaggiato ogni sera del Concerto Orange live in Paris. Alla generosità di quanti a quei tempi hanno creduto in noi.
“Hear a voice calling my name, sound is deep in the dark…into the trees.”
Buon ascolto.
Giamp

Live at the Théâtre Antique d'Orange, France on the 9th and 10th of August 1986


1. Intro - 2. Shake Dog Shake - 3. Piggy In The Mirror - 4. Play For Today - 5. A Strange Day - 6. Primary - 7. Kyoto Song - 6. Charlotte Sometimes - 9. In Between Days - 10. The Walk
11. A Night Like This - 12. Push - 13. One Hundred Years - 14. A Forest - 15. Sinking - 16. Close To Me - 17. Let's Go To Bed - 18. Six Different Ways - 19. Three Imaginary Boys - 20. Boys Don't Cry - 21. Faith - 21.Give Me It - 22. 10.15 Saturday Night - 23. Killing An Arab

Anteprima THE TWILIGHT SINGERS



Altra nuova uscita prevista anch'essa per il 15 febbraio è quella dei Twilight Singers, uno dei progetti dell'ex Afghan Whigs, Greg Dulli. E' cambiato il nome del gruppo, ma nella sostanza mi sembra che il baricentro della musica proposta non si sposti molto, rispetto a quella fatta coi "parrucchini afgani". Gentlmen del 1994, però, resta un bellissimo album che merita di essere ricordato. E quindi vi posto due nuove canzoni dei Twilight (l'abum si chiamerà Dynamite Steps) e il video di Debonair (giro di basso iniziale, favoloso) come ricorso storico. Buon ascolto.

On The Corner


Blackbird and the Fox


martedì 16 novembre 2010

JOY DIVISION
Io Ancora Esisto
[ Il personale omaggio di Giampaolo ai Joy Division a 30 anni dalla morte di Curtis e dall'uscita di Closer. Venerdì sera appuntamento con l'immancabile live: i Joy Division al Paradiso di Amsterdam]

Più di un motivo per parlarvi dei Joy Division e della loro brevissima ma indissolubile parabola artistico musicale. Punto primo, anno 1977 , è da non molto passato il periodo Punk con strascichi sociali-culturali-politici immensi. Non apro capitoli a parte, ma le scie del punk, musicalmente parlando, le troviamo appunto nel filone capeggiato dai Joy Division e battezzato come Goth-Dark-Wave Music. In breve, musica non convenzionale che trova le sue origini nella società post-industriale, ansiogena e a tratti apocalittica. Sonorità cupe, dense di pathos, tenebrose e fosche quanto basta per dare ospitalità ad un genio, profondamente segnato dalla malattia ( era affetto da crisi epilettiche ), al punto da renderlo così inquietante nella sua mente, tanto quanto nella sua danza sul palco, come Jan K. Curtis. Leader incontrastato della Divisione della Gioia ed influenzato da opere letterarie dello spessore di Dostoevskij, Borroughs, Ballard.
Punto secondo: il 18 maggio di quest'anno si è celebrato il 30° anniversario dall morte appunto di Jan K. Curtis (nonchè il trentennale di Closer), ed è quindi un buon momento per fare il punto su i misteri che ancora restano sul suo suicidio. Si lo so, lo ha già fatto alla perfezione Anton Corbijn, noto fotografo di fama internazionale, che con i suoi scatti ha immortalato stars del calibro di U2, Coldplay, REM, Depeche Mode, ecc. e che si è lasciato incantare dalla macchina da presa (lunga la lista dei videoclip realizzati), al punto tale da mettersi alla prova come regista per un lungometraggio intitolato -Control- a Lui e alla sua vita sentimentale, dedicato. Corbjin, tra l’altro, li ha incontrati per ritrarne alcuni scatti, poco prima della morte di Jan Curtis e si era trasferito da Amsterdam a Manchester proprio per la grande passione che aveva per i JD. La pellicola, premiata a Cannes, effettua un tracciato efficace in un bianco e nero sgranato, che ne sottolinea le sensazioni che il mito stesso ha lasciato nel tempo. Ma l’enigma di fronte a queste morti è sempre così smisurato tanto che si tratti di personaggi noti quanto di comuni individui che transitano inosservati. Diceva di se stesso Curtis: “ tutto ciò che voglio dalla mia carriera musicale è fare un unico disco” (nel tentativo di emulare i suoi miti Bowie - Reed - Morrison). Fu così che dopo il primo disco – Unknow Pleasures- decise di farla finita. Difatti - Closer - uscì postumo anche se era stato praticamente ultimato. Un animo decadente?, una mente superiore per vivere una realta banale?, o semplicemente non sopportava il peso delle situazioni che si erano create attorno? D’altro canto altri, prima e dopo di lui, hanno deciso sorte analoga per cui tutt’ora il mistero rimane. Punto terzo- il ricorrere storico di tendenze musicali che dal loro patrimonio (e dai New Order nati dalle loro ceneri) attingono a piene mani non può farci passare inosservato il contributo essenziale che tale fenomeno (oserei dire generazionale) ha lasciato. Gruppi come Killers, Interpol, Glasvegas, White Lies devono innalzare un monumento ai Joy Division per come tale scia sia riuscita a regalare fama e notorietà al loro talento e alla intuizione. Soddisfatti o rimborsati, di certo l’esperienza JD va tenuta in considerazione se non altro per esser riusciti in due album a creare un modello difficile da non osservare attentamente sebbene facilitato dal fatto che un suicidio ne amplifica lo svolgimento.
“Ecco il mondo : un inferno, noi siamo tutti impossibilitati a essere liberi.”
( Decades-Jan Curtis)
Giamp

Joy Division's first TV appearance [SHADOWPLAY]

giovedì 21 ottobre 2010

IL NEGOZIO DI DISCHI ANTICHI


[Settimana dedicata ai festeggiamenti. In effetti quest'anno ricorre anche il trentennale dell'uscita di Sandinista dei CLASH e visto che per questo fine setttimana posterò un grandioso concerto della band del 1981 mi è tornato alla mente questo bellissimo post scritto dal mio amico Giamp (che non si fa sentire da mesi ... turn! stu blog aspiett a te!) e che mi è sembrato ideale aperitivo al succulento live di sabato].     gianni

Quando i dischi erano neri e quando avevano un piccolo foro al centro, quando le copertine era una delizia sfogliarle, quando dovevi stare attento da che lato era la tua canzone preferita e nessuno sapeva quanto durasse; quando e all’infinito quando, quasi a voler canticchiare un motivetto che con questo avverbio ha fatto storia. Ma su di uno dei “ quando “ vorrei soffermarmi più che su ogni altro. “Quando” c’erano i negozi di dischi e accorreva in tuo aiuto il negoziante, e talvolta che negoziante. Il negozio in questione si chiama Caru’ Dischi - di Paolo Carù, negozio storico di dischi in quel di Gallarate (VA) cittadina nota più per fatti di cronaca che per altro; un posto- quel negozio- dove perdersi nei pomeriggi piovosi era qualcosa di sublime ed incantevole. Scaffali antichi, quasi una farmacia del Disco. Ascolti diretti dallo stesso proprietario (un uomo dalla barba folta ma dagli occhi mansueti) ti guidavano poi all’acquisto certo e quasi mai deludente.
Ora nei supermercati o anche negli stores di settore, la cosa non è dello stesso spessore, tutt’altro !!!!
Gli anni a cui mi riferisco sono ovviamente i mitici 80’s, anni in cui uscivano sul mercato alcuni tra i dischi che più mi sono rimasti in mente- e non ve li cito per non sentirmi così vecchio- e che magicamente ti rende fiero di averli tra la tua seppur minima collezione in vinile. Uno in particolar modo mi rende raggiante di averlo in formato 33 giri. Un disco che ha fatto storia e che poi sono tre. Era il tempo in cui i dischi costavano parecchio e questo essendo formato da tre mi costo un bel po’ di risparmi del tempo. L’anno di riferimento è il 1980, il disco Sandinista ed il gruppo The Clash. Con questo disco i Clash fecero una svolta musicale notevole, che segnò i tempi proprio per l’audacia di dar vita ad un triplo disco dalle sonorità contaminate che più niente avevano ache fare con il loro passato Punk. Contrariamente a molti altri gruppi musicali, i Clash sopravvissero al movimento punk, che ebbe breve vita. Questo grazie all'intelligenza del gruppo che seppe evolversi integrando nella propria musica gli stilemi del rockabilly e del reggae. Forse secondi solo alla mutazione musicale a cui parteciparono negli stessi anni i Police. L’ ascolto consigliato, vera chicca, di cui vorrei rendervi partecipi riguarda un brano, appunto, dei tre dischi ( che in cd sono diventati 2, sobh!!!) il brano in questione si chiama non a caso - If Music Could Talk - quasi a volerci ammonire ed invitarci ad ascoltare quando la musica parla. Il brano non si discosta dal resto dei brani contenuti nel triplo lp , ritmi dub and reggae, quello che coglie alla sprovvista di questo brano è invece la possibilità di ascoltarlo in due differenti modi. Il primo, con entrambi i canali right and left attivi; l’altro, e cioè quello che prevede uno o l’altro canale singolarmente, darà un risultato differente. Si in sostanza hanno inciso su differenti canali le parti cantate che sovrapposte formano la canzone nella sua totalità e completezza melodica. Provare per credere………
Giamp
the clash - If Music Could Talk

mercoledì 13 ottobre 2010

MONUMENTI DA VISITARE

Quando vi avanza del tempo, e se come me, vi viene voglia di andare a
(ri)scoprire dei tesori sommersi dal tempo, questo blog Vi consiglia vivamente l'ascolto (e la visione) di questo paio di capolavori di canzone:

PJ Harvey con Thom Yorke che eseguono ...
... This Mess We're In



I REM con Patti Smith che cantano...
... E-Bow The Letter



La stessa E-Bow The Letter con i REM e Thom Yorke

venerdì 8 ottobre 2010

TOM TOM CLUB: Tiny Desk Concert

Miiii come passa il tempo. Cari Tina Weymouth e Chris Frantz a quanto pare nemmeno con voi è stato clemente! Comunque una bella rimpatriata ogni tanto non fa mai male. Eccoveli in versione casalinga e acustica per un mini live in casa NPR.org per una riproposizione di 3 classici del progetto parallelo ai Talking Heads: Wordy Rappinghood, Genius Of Love e Only The Strong Survive.