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venerdì 2 marzo 2012

LOU REED tra Teramo e New York (70 anni suonati!)

[ Tra un Sanremo qualunque e la morte di Dalla, sono in pochi quelli che si sono rammentati di fare gli auguri al grande Lou Reed per i suoi 70 anni compiuti oggi. Il mio personale omaggio con il ricordo di come scoprii l'album New York e l'ascolto in streaming di un suo famoso live tenuto a New York nel '73. ]

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E poi dicono che studiare non serve.

Durante il mio breve soggiorno universitario in quel di Teramo (era il 1989), vagavo per la città alla ricerca di un negozio di (allora) dischi e musicassette. Non c’era internet, non c’erano blog, ma solo riviste e passaparola, per cui a quei tempi compravo le cassette a scatola chiusa (leggi a culo) con la speranza di azzeccare l’acquisto. Dopo tanto andare, in una vetrina del centro, i(so)mmerso da una quantità enorme di dischi con copertine patinate coloratissime (Simply Red, Bon Jovi et similia), ne scorsi Una, totalmente in bianco e nero che, come una calamita, attirò il mio volto alla vetrina sulla quale appiccicai il mio naso che all'istante la vaporizzò con la relativa appannata. Era appunto il nuovo di LOU REED “NEW YORK”, del quale ne lessi un gran bene. Presi così la decisione di privare le mie tasche di 15.000 lire necessarie al mio fabbisogno alimentare (diciamo che la mensa non era il massimo, ma 5 giorni consecutivi di wurstel metterebbero a dura prova qualsiasi intestino: adesso li guardo terrorizzato tanto quanto Gattuso che fa un dribbling), e acquistai quello che, credo, sia il disco che raccoglie il meglio dell’artista Lou Reed, ovvero la musica e la letteratura. È uno stupendo disco di rock, con canzoni tirate (Strawman, Busload of Faith, There is No Time), altre meno (Sick of You, Romeo had Juliet), altre ancora più rilassate che rimandano a volte ai Velvet Underground (Dime Store Mistery nella quale, guarda caso, c’è Maureen Tucker alla batteria, Xmas in February).
Dicevo un gran disco di musica, ma anche un bellissimo libro di racconti su New York e delle amare storie che quotidianamente avvelenano la città. La verità secondo Reed nuda e cruda senza censure, dove Pedro vuole scappare via dallo sporco Boulevard “Portatemi gli affamati, gli stanchi, i poveri e gli piscierò addosso/questo è ciò che la Statua dell'Intolleranza dice/le vostre masse di poveri accalcati picchiamoli a sangue facciamola finita/ e buttiamoli nel boulevard”; dove Sam non riesce a dimenticare gli orrori della guerra “Sammy stava nascosto nella giungla/il Napalm spalmato sul cielo come marmellata/Hendrix suonava da qualche jukebox straniero/loro pregavano di cavarsela/quei musi gialli erano feroci e coraggiosi/quello è il prezzo da pagare quando sei l’invasore”.

Ce n'è anche per i crimini ambientali in Last Great American Whale “ Beh, agli americani non importa niente di niente/men che mai dell'acqua e della terra/e la vita animale sta nella parte più bassa del loro totem/ con la vita umana che vale meno di schiuma infetta/ Agli americani non frega niente della bellezza/ cagano nei fiumi scaricano l'acido delle batterie nei ruscelli/ guardano i ratti morti sbattuti sulla spiaggia e si lamentano se non possono farsi il bagno.

Dicono che le cose sono fatte per la Maggioranza/ non credere alla metà di ciò che vedi e a niente di ciò che senti è un po' quello che mi diceva il mio amico pittore Donald: "ficca loro una forchetta in culo e voltali: sono pronti".

Un bellissimo disco, un bellissimo libro, tutto in uno. Dio salvi l’ultima grande balena americana.








giovedì 12 gennaio 2012

TOOL - Lateralus



In un post precedente, parlando dei Nine inch Nails, ho voluto mettere in risalto l'alto tasso qualitativo e i ragguardevoli piazzamenti nelle charts US e UK. Altra band con le stesse qualità,di base a Los Angeles, sono i Tool. Formazione non molto prolifica. Ogni album viene pubblicato a distanza di un lustro. La band vanta il controllo totale della parte artistica lasciando alla major la sola distribuzione del disco. Le ottime vendite di ogni album hanno sicuramente reso possibile questo compromesso. Dopo un buon esordio ed un EP, pubblicano Aenima un concept sull'apocalisse. Leggete attentamente il testo della title track per rendervi conto di cosa parla Maynard James Keenan. Nel 2001 arriva Lateralus un album che dovrebbe comparire in ogni collezione discografica degna di questo nome. Meno aggressivo di Aenima ma in compenso più riflessivo e psichedelico. L'album si apre con The Grudge e continua con una carellata di capolavori. Parabol/Parabola e Schism, i videoclip tratti dall'album,sono curati dal chitarrista Adam Jones che nel suo background vanta collaborazioni nel mondo del cinema. Il disco si chiude con due perle: Reflection, il pezzo più psichedelico dell'album e Triad uno strumentale da brividi. Se non avete mai ascoltato questo disco prendete in considerazione il consiglio di Maynard e soci. Mettete il CD nel lettore,spegnete le luci,accendete dell'incenso e buon ascolto. L'album necessita di un ascolto attento e riflessivo. Dopo 5 anni esce 10.000 days sempre di ottima fattura ma che non ripete i fasti di Lateralus.
Matteo Zeppelin

P.S. Attualmente sono in
studio per preparare un nuovo album.

martedì 25 ottobre 2011

NINE INCH NAILS - The Downward Spiral (1994)



Curiosando nel blog mi soffermo su Achtung Baby rev. degli U2 e il mio occhio si posa su Zoo Station coverizzata dai Nine Inch Nails. Questo mi da lo spunto per poter parlare della band di Trent Reznor e di un album fondamentale degli anni '90, The Downward Spiral del1994. Ho sempre considerato i Nine Inch Nails una one man band nonostante si siano avvicendati componenti illustri. Trent Reznor, personaggio inquieto proveniente da Mercer piccola cittadina della Pennsylvania, dopo aver lavorato come programmatore da vita ai Nine Inch Nails. Nel 1991 esce Pretty Hate Machine il più elettronico della sua produzione a marchio NIN. Il 1994, invece è l'anno che vede l'uscita di The Downward Spiral capolavoro di Reznor oltre che il suo album più nichilista già dal titolo e dalle tracce che lo compongono. Lo testimoniano titoli come Mr. Self Destruct, Heresy, March of the Pigs e Big Man With a Gun ... e non vado oltre. Considero The Becomig l'apice di tutto il lavoro, brano devoto all'industrial sound intervallato da una chitarra acustica. Il disco si chiude con Hurt uno dei pezzi più struggenti scritti da Trent. Anche Johnny Cash nelle sue American Recordings ha coverizzato questo brano dandole il classico stile "man in black" Vi consiglio vivamente questo CD dove troverete metal, wave ed industrial in un connubio perfetto. The Downward Spiral è un lavoro di altissimo valore dove qualità e vendite coincidono. Qualche anno prima ci riuscirono i Nirvana con Nevermind. Nulla di paragonabile alle vendite di Cobain e soci ma posto assicurato nella top10 album US oltre ad ereditare il disagio di tutti coloro che si erano identificati nella band di Seattle. Provate a curiosare nelle desolanti Charts 2011 e trovatemi una album di qualità nella top10 UK e US, la nostra non la prendo nemmeno in considerazione. Attualmente il progetto Nine Inch Nails sembra accantonato. Reznor è impegnato con i suoi How to Destroy Angels e nel 2010 si è occupato della colonna sonora "The Social Network" insieme ad Atticus Ross. Se avete voglia di sensazioni forti avvicinatevi senza timore a Mr. Self Destruct.

-- Matteo Zeppelin --

giovedì 20 ottobre 2011

BLUE CHEER - Vincebus Eruptum (1967)



In un post precedente ho parlato dei Pentagram, band fortemente influenzata dai Blue Cheer. E' giunto il momento di soffermarci su un album seminale dal titolo VINCEBUS ERUPTUM (1967). I Blue Cheer sono un trio proveniente da San Francisco. La loro Frisco è differente da quella colorata e psichedelica di concittadini illustri come Grateful Dead e Jefferson Airplane. Basta ascoltare Summertime Blues,di Eddie Cochran, brano che apre l'album per rendersi conto che stiamo parlando di hard rock a volumi altissimi. Si prosegue con Rock me baby di chiara impronta blues fino a raggiungere un suono di chitarra dilaniato in Doctor Please. Altra gemma dell'album è la cover di Mose Allison, Parchment Farm. Se amate le chitarre suonate a volume altissimo è un album da possedere senza la minima esitazione. Innumerevoli le band devote al suono dei Blue Cheer. Provate ad ascoltare un qualsiasi album dei Mudhoney per rendervi conto dell'importanza del trio di Frisco. I Might Could, band hard blues della Virginia, hanno volutamente copiato la copertina di Vincebus Eruptum facendola propria. Concludo con i Nirvana. Chi possiede il cofanetto (With the lights out DVD) noterà che nelle prime registrazioni casalinghe nell'appartamento del bassista K. Novoselic è in ben evidenza la copia vinilica di questo favoloso album. Mi auguro di avervi convinto nell'avicinarvi al Blue Cheer sound.
-- Matteo --

martedì 18 ottobre 2011

PENTAGRAM - First Daze Here (the vintage collection)

Ricevo e molto volentieri pubblico, questo contributo del mio amico Matteo, sperando di annoverarlo presto, tra i pubblicisti permanenti di questo blog.



Volevo segnalare questa compilation di una band 70's conosciuta solamente dagli amanti del genere. La Relapse etichetta non proprio dedita al sevenities ma vicina al grindcore e generi affini, ha reso possibile il recupero di queste indispensabili tracce. Frettolosamente considerati i Black Sabbath americani,nei Pentagram non è presente solo il dark sound di matrice albionica ma soprattutto l'anima dei Blue Cheer. Se si ascolta un album come Vincebus Eruptum (classico della band di Frisco) l'accostamento è immediato. Da notare, comunque, che le tematiche trattate nei testi sono completamente differenti nelle due band. Dark sound nei Pentagram, hard rock nella band di San Francisco. I continui cambi di line up e le innumerevoli reunion non hanno contribuito al successo della band che aveva tutte le credenziali per imporsi non solo sul mercato americano ma anche su scala internazionale. Partite da questa raccolta come inizio. Una volta entrati nel mondo Pentagram sono sicuro che vi documenterete su tutto il loro catalogo senza dimenticarvi dei magnifici Blue Cheer.
Buon Ascolto.
by Zeppelin

lunedì 10 ottobre 2011

Il mio contributo agli anni '90




“I decenni in musica” del blog It's Only Rock'n'Roll sono arrivati agli anni ’90. Si sa che nel fare una classifica si corre il rischio (come in questo caso) di lasciar fuori album interi (nel mio caso pearl jam, buckley, black crowes, rem e counting crowes su tutti) ma questo è il gioco.Ma questo, è stato anche un ottima ragione (tralasciando i dischi degli artisti sopra citati) per tirar fuori un altro elenco, con audio annesso, di tante gemme (e non ancora tutte) che mi premeva  riscoprire, se non altro per il gusto personale di riascoltarle e condividerle, visto che i ’90 sono stati “i miei anni”; quelli iniziati dopo le superiori, dei cambiamenti, delle scelte più difficili, che hanno segnato indelebilmente il corso futuro della mia vita.
Solo che, passando in rassegna con più attenzione la decade in esame, riflettevo, come, a distanza di tanti anni, le uscite dei ’90 siano state profondamente segnate da una rivalità assolutamente casuale tra la musica inglese e quella americana, e così ricca di nuovi talenti e spunti (gli ultimi?) di originalità, in cui le cazzate scritte hanno lasciato il posto a ottime composizioni. Partiamo da quella che è stata la “nuova onda” inglese elettroacustica che ha coperto l’intero decennio. Per più di un lustro, forse, appannaggio delle band con maggiore attitudine "all’elettricità", mentre fine ’90 inizi del 2000 son venuti fuori Quelli del cosiddetto New Acoustic Movement (Turin Brakes, Kings of Convinience, i primi Coldplay, Ben Christophers, gli ottimi esordi di Starsailor, Tom MacRae e I AmKloot) che hanno tirato giù la saracinesca del periodo d’oro anglosassone.  I più rappresentativi e i più longevi sono stati indubbiamente gli Oasis e What’s the Story Morning Glory è ancora lì che brilla di luce propria, ma The Verve, un paio di anni dopo, minarono seriamente la leadership dei fratelli Gallagher con l’album Urban Hymns, e un pugno di grandi canzoni al suo interno, a  cominciare da Bitter Sweet Simphony (anche se l’ascolto del riff d'archi iniziale che imperversa nel brano, negli anni, è diventato irritante quasi come il pooo-popopopopooo-po dei White Stripes) DrugsDon’t Work, Lucky Man o la dolce Sonnet che ho scelto per l’occasione.



Altri esordi autorevoli da ricordare, tra le tante big thing strombazzate dell'epoca, quello degli Ash e degli Stereophonics, così come i Kula Shaker che tra le nuove uscite, però, furono i miei preferiti grazie allo sfavillante esordio K del ’96. Il disco non fa una grinza per tutti la sua durata, e per ricordarli, (oltre alla recensione di Giamp che trovate alla fine di questo post) ve li rappresento, proponendovi Tattva e Govinda.





Un capitolo a parte lo meriterebbe Radiohead dopo un'attenta analisi revisionistica dei loro album. Al momento mi accontento di riproporre Just, la mia preferita dal loro bellissimo secondo album The Bends.




Doverosa chiusura per Paul Weller: un artistache a dire il vero non amo particolarmente ma che ha scritto una canzone come Wild Wood che mi fa venire i brividi ad ogni ascolto.



Beh, adesso dovrei parlarvi mooolto a lungo del decennio a stelle e strisce. Ma mi ci vorrebbe davvero tanto
di quello spazio da doverlo chiedere in prestito ad un altro blog. Per cui,considerato che questo post era nato per dare spazio agli esclusi della classifica di cui vi parlavo all’inizio che includeva (REM - Man on the Moon; Jeff Buckley – Grace; Janes’sAddiction -  Stop; Black HeartProcession – Blue Tears; Pearl Jam – Rearviewmirror; Oasis – Don’t Look Back in Anger; P.J. Harvey – The Dancer; The AfghanWhigs – Debonair; CountingCrowes – Mr. Jones; Soundgarden – Fell on Black Days: The Black Crowes – Remedy; ScreamingTrees – Nearly Lost You; Pavement – Range Life; Red Hot Chili Peppers – Breaking the Girls; U2 – One; Grant Lee Buffalo – Fuzzy; Peter Gabriel – Washing of the Water; John Mellencamp – Human Wheels; Grandaddy – Summerhere Kids; SmashingPumpkins – Tonight, Tonight) vi elenco un ulteriore serie, e non definitiva anche questa, di ottimi motivi (leggasi canzoni) che mi porta a dare preferenza assoluta (a prova di nuova legge elettorale) e a mani basse, dei vari movimenti grunge, crossover, Americana/roots e sottotitolati vari.

Come il testamento lirico compositivo degli Alice In Chains - Down In a Hole ...



l’ingresso nell’olimpo dei rockers tristi e sfigati di Mark Oliver Everett, in arte Eels - Novocaine for the Soul ...




un altro perdente di razza come Beck – Loser, la sua canzone più bella di un album che non mi piacque particolarmente, a differenza del successivo capolavoro, O’delay ...




l’ultimo capitolo ufficiale dei Nirvana - Heart Shaped Box ...




Il “tradimento funky/stoniano” dei Primal Scream - Rocks ...





Come per Mr. Everett degli Eels, un altro triste e commovente esordio fu quello degli Sparklehorse – Pig, anche se il cantante Mark Linkous ha di recente buttato la sua depressione sotto un metro e mezzo di terra...




Una delle (diciamo 10/100/1000) canzoni che adoro di più in assoluto: la ballatona elettrica dei Dinosaur Jr - Get Me con un assolo finale di chitarra di quelli, che non se ne sentono in giro da parecchio ...




A proposito di crossover, il lascito sonoro e sociale dei Living Colour – Pride ...




Con meno chitarre e più sfaccettato, tra rock reggae soul e molto altro ancora Don’t Call Me Buckwheat di Garland Jeffreys - Hail Hail Rock'n'Roll ...




Per concludere, giusto un ultimo accenno ad alcuni brani  che mi sono tornati alla mente e sempre di stampo americano, che in quegli anni fecero la felicità delle radio di mezzo mondo

Cracker – Get Off This

Hootie& the Blowfish – Hold my Hand

Live – Iris

Tanta carne al fuoco, ma il barbecue è venuto fuori una meraviglia!


KULA SHAKER - K (1996)  [la recensione]

Estate 1996. Lavoravo in un posto dove la buona musica non mancava. L'ambiente ideale per affrontare la serata lavorativa con allegria e spensieratezza.
E proprio durante una serata di lavoro un caro amico, di passaggio per una birra, mi allungò un nastro (eh si, a quel tempo si usavano ancora…) che conteneva da un lato i Pearl Jam di No Code e dall’altro i KULA SHAKER di "K".
KULA SHAKER: gli ideatori di questo gruppo , Crispian Mills e Alonza Bevan , già reduci dall’esperienza “The Keys” con due EP all’attivo e riscontro di pubblico deludente, decidono di fare sul serio nel 1995 trasformando il nome della band proprio in KULA SHAKER.
Mills, in particolar modo, profondamente cambiato dopo le esperienze di viaggio in India, sentiva la necessità di tradurre in musica le nuove conoscenze .
Le influenze psichedeliche già divorate con i Keys prendevano ora forma dando vita ad un filone che potremmo incorniciare come una sorta di Brit-pop psichedelico.
I suoni del disco rievocano le sonorità anni ’70 impregnate di sitar di tabla e di misticismo indiano. Odore di incenso che si riversa con impeto dappertutto, innesti alla G. Harrison e linee melodiche contagiose ed accattivanti di una chitarra funky semidistorta.
Un mix perfetto per fare breccia nella audience britannica e non solo (alzi la mano chi almeno per una volta non ha SHAKERato il fondoschiena al suono di Tattva o di Govinda! )
La qualità delle canzoni mantiene un livello omogeneo che rende il disco godibilissimo, capace di catturare i palati più fini e soddisfare anche chi ha l’esigenza (?!) di un disco easy listening .
Audace il tentativo di catturare fette di pubblico più ampie inserendo cerimoniali (Grateful when you’re dead - Jerry was there) per J.Garcia dei compianti Grateful Dead appena sciolti a causa della scomparsa del loro leader.
Il tentativo poi di farla passare per musica colta o di nicchia (accostamenti a King Crimson oBeatles) e l’etichetta di gruppo di culto non portò di seguito molti frutti (album disattesi) .
In verità Mills , con tutto il rispetto, non è Fripp figuriamoci provare ad impersonare Lennon !!!
Non furono sufficienti suggestioni indiane ed arrangiamenti ben prodotti per camuffare mancanze strutturali e approssimazione nell’inventiva. Questo portò a non essere i KULA SHAKER un gruppo consolidato nel tempo.
Avevo comunque voglia di riascoltarli e di cantare ("gooovinda jaja, jaja, gopala jaja, jaja, radaha mana ha-ari, gooovinda jaia, jaia" scritta come la sento pronunciata) e a distanza di anni ri-scopro come "K" fosse un ottimo disco di esordio per una band che si è bruciata troppo in fretta.

Giamp

martedì 22 marzo 2011

THE HAVALINAS - ST [1990]



Un altro disco di quelli comprati sulle ali dell’entusiasmo e provocato dalla lettura di una bella recensione che fu. E anche dalla copertina, non lo nego. Riuscirono ad essermi simpatici da subito, con questo look da “finti” banditi che cercavano di trasmettere. Mi riferisco alla prima e unica esperienza discografica di questo combo statunitense che prende il nome da un cinghiale selvatico, gli Havalinas. L’album uscì nel 1990 e l’ho volutamente lasciato fuori dal resoconto di qualche post fa, che feci di quell’anno, proprio per dedicargli un capitolo a parte. Non di capolavoro si tratta (non in senso assoluto, almeno) ma inteso quale puro intrattenimento, assolutamente sì. Sospinti dalla sezione ritmica di Chalo Quintana alla batteria e da Smutty Smith (prevalentemente) al contrabbasso, e sostenuti dal polistrumentista e cantante Tim Scott, gli Havalinas riuscirono a (ri)dare un certo lustro (e nuove speranze) a quel filone roots-rock ( in quel periodo in fase calante), che band più in auge, quali Stray Cats, Blasters, Los Lobos, John Cougar ne divulgarono il verbo, mietendo e raccogliendo consensi soprattutto negli States. Non so dirvi quanto, ma davvero per molti giorni il mio bell’impianto Metz, fece da amplificatore a Sticks & Stones, High Hopes, Inexperienced, Not a lot to Ask For, Fill 'Em Up, There Was This Mother, Jesus and Johnny. Lo scorso anno, dopo un lungo peregrinare su vari siti di negozi musicali on line, sono riuscito finalmente a trovare su ibeeeey la copia in cd dell'album, anche se custodisco gelosamente il mio bel vinile che mi feci recapitare dall'amico Max, a quei tempi, universitario a Pescara (io invece avevo già piantato, a mo’ di ombrellino da cocktail, una bella bandierina bianca sul tomo di Diritto Privato). Ancora oggi, come 20 anni fa, resta un disco che sa come trattare i miei pessimi stati d’animo. Buon ascolto.

venerdì 15 ottobre 2010

THE WAR ON DRUGS - Future Weather


Un'altra band interessante da esplorare sono questi ragazzi di casa in quel di Philadelphia che si fanno chiamare The War On Drugs. Nome inquietante e al limite della censura italiana ma che grazie alla loro musica si scorda in fretta. Molto bravi a reinterpretare i canoni della tradizione musicale americana, mischiano sapientemente la west coast, Dylan e Springsteen, My Bloody Valentine e i Sonic Youth e riuscendo nell'impresa di essere "originali". Con il loro primo album del 2008 dal titolo Wagonwheel Blues i War on Drugs avevano già lasciato il segno di una band unica nel panorama indie di questi ultimi anni. Il 26 ottobre, invece, esce il loro secondo lavoro che si chiama Future Weather, a "soli" due anni dal precedente, dando così l'impressione di avere, oltre alle già ottime qualità compositive, anche un sviluppata vena creativa. Mi aspetto cose buone dalle loro menti. Intanto vi posto 3 canzoni (alway free). La prima Taking the Farm del precdente album (giusto per farvi un'idea) e le altre due in anteprima del nuovo lavoro. Buon ascolto.

The War on Drugs - Taking the Farm

The War on Drugs – Comin’ Through


The War on Drugs – The History of Plastic

martedì 5 ottobre 2010

ROBBIE ROBERTSON - ST - [1987]
Il primo valtzer del sig. Robertson


Piacevole e appagante è il condividere delle novità musicali. Ma quando mi trovo a rispolverare un vecchio disco starei volentieri seduto insieme ai miei amici a parlarne per ore: "oh ma te la ricordi quella canzone?!" ... "e l'attacco di chitarra di quell'altra?" Lo farei di buon grado anche per questo album del lontano 1987. Robbie Robertson, ex The Band, ritorna sulle scene con il suo primo lavoro omonimo da solista. Quelli erano gli anni in cui Daniel Lanois aveva la bacchetta magica e produceva The Unforgettable Fire e aiutava Eno in The Joshua Tree, di lì a poco siedeva dietro la consolle di Yellow Moon dei Neville Brothers e Oh Mercy di Dylan (album che meriterebbero ricordi più approfonditi). Anni in cui Bono era in piena fase mistica, gli U2 sfornavano capolavori unodietrolaltro e Peter Gabriel era al top della sua carriera solitaria. Robertson, dunque, fiutato l'"affare", se ne va in giro con Lanois a ingravidare artisti per partorire collaborazioni, che puntualmente arrivano. Nascono così le scritture di Sweet Fire of Love a quattro mani con gli U2 e più in generale le ottime partecipazioni di strumentisti di alto bordo quali Manu Katchè e Toni Levin (a quei tempi entrambi in forza al Peter Gabriel team) che con la loro sezione ritmica, donano alle canzoni un'atmosfera low-fi e mistica, ideale per evocare gli spiriti del grande Manitù. (Forse non tutti sanno che) Robertson, di madre indiana, non ha mai dimenticato le sue ceneri natìe, (tanto da realizzare nel '94 un album dal titolo Music for the Native Americans ), così che le sonorità presenti nelle 9 tracce dell'album, pure grazie alla sua voce, a volte sembrano voler evocare i sacri spiriti delle terre indiane. Da ascoltare e riascoltare, dunque, l'iniziale Fallen Angel e Broken Arrow con Peter Gabriel ai cori e alle tastiere, il singolo Showdown at Big Sky (che Robertson presentò anche a Sanremo di quell'anno) il talkingblues di Somewhere Down The Crazy River e il rock sotterraneo di stampo Cougar di Hell's Half Acre Tutte canzoni, queste, che girano nel mio lettore ancora con stupore e meraviglia e che conservo con devota gelosia. Ricordando e godendo.





giovedì 16 settembre 2010

THE DO - A Mouthful


Adesso mi trovo in difficoltà: On my Shoulder l'ho già ascoltata una miriade di volte? o è possibile, visto che ho scoperto i The Dø solo adesso, che la canzone mi si è appiccicata addosso a tal punto dopo solo 2 ascolti? E' assolutamente accattivante e farebbe la felicità delle radio, o l'hanno già fatta? Sono in crisi. Leggevo, dunque, e scopro solo adesso questo duo franco/finlandese composto dalla cantante/chitarrista Olivia Merilahti e del polistrumentista Dan Levy, grazie alla ristampa, a distanza di due anni dell'album A Mouthful, infarcita di 3 brani inediti per spillare qualche soldino in più, ma resasi necessaria per l'aumento crescente e costante d'interesse per la loro musica, che hanno avuto grazie alle ottime performance dal vivo che ne hanno creato un caso. Ascoltata la canzoncina mi sembrava un po' esagerato tutto questo dire, così approfondendo l'intero album ne ho scoperto almeno altre 4 ( the bridge is broken, unissasi laulelet, queen dot kong, e searching gold)che meritano invero tutto il bene innanzi detto. Complessivamente un buon album di indie rock folk, hip hop, musica sperimentale e tracce di soul che fanno scorrere i 45 minuti in maniera spensierata e certi di aver scoperto una possibile "nuova grande cosa" futura. Qualcuno però mi dica se On My Shoulder l'hanno passata in radio 2 anni fa sennò impazzisco.

The Do - Tammie


mercoledì 3 marzo 2010

FANFARLO - Reservoir
Cosaaaaaaaaaaaa??? Non ancora abbiamo detto nulla sui Fanfarlo in questo blog !!!! Vabbè credo di essere in tempo visto che non è trascorso molto tempo dall’inizio del 2010 seppure a questo punto non credo aggiungerò nulla di nuovo se non la possibilità di riascoltarlo ancora. L’ascolto del disco regala quel senso di svago necessario in certi momenti della giornata. Primo brano I’m a Pilot: andamento burlesco, scanzonato un po’ come se in scena entrasse una sorta di Armata Brancaleone scalcagnata ed irriguardosa. Eppure non è che provengano da terre sudamericane, anzi……Ma dai? Sì, proprio così, avete capito benissimo, vengono da Londra che di certo non passa per siffatto tipo di musica. Eppoi: ‘stiqatsi (o mekolijoni) dinanzi alla sfrontatezza di rifutare produzioni osannate e dirigersi nell’assoluta autonomia ( argine ciò all’appiattimento di stile) garantendo un disco che magari non saprà di NextBigThing ma ci è andato comunque molto vicino. E poi sarà anche il nome Fanfarlo che mi ha incuriosito (scelto da una novella di Baudelaire -La Fanfarlo- une danseuse aussi bete que belle). Ma non vi ho ancora svelato un altro piccolo segreto. Come? No, non ci credo !!! Si, si hai capito benissimo, lui è svedese trapiantato a Londra, tant’è che con ‘sta confusione di geografie musicali uno non può minimamente azzardare ipotesi. E vabbè, lo so che sa di dejà ecoutè - Clap Your hand Say Yeah ( ma no, non dicevo di farlo alludevo ad una delle possibili variabili ) Arcade Fire ( ancora loro a dominare!!! ) Okkerville River ( che sempre da quei paraggi si va a parare!!) Beirut ( e vi pare poco!!!) The Cure ( quelli più sorridenti). A me inoltre ricordano poi una certa affinità con i Talking Heads di Little Creatures, sarà quel modo di cantare di Simon Balthazar leader della band. Ah non ci credete? Ascoltate Finish Line e vi ricrederete. Altri brani che non possono non essere fonte di rimandi sono: Comets ( il momento più avvolgente) Fire Escape ( CYHSY a tutto spiano) -Drowning man ( sentori wave). Ma vi posso garantire che il registro di questa formazione è tutt’altro che un copia e incolla. Insomma brani che si attaccano all’epidermide in men che non si dica e vi trascinano giù senza lasciarvi il tempo di realizzare che siete al centro di una contaminazione musicale che ha annullato tutti i confini spazio/temporali. Di fronte ad un Tendone Circense tutti per una volta ci siamo fermati attratti da cosa all’interno potesse celarsi. Venghino siori e siori lo spettacolo continua……
Giamp

mercoledì 13 gennaio 2010

THE MACCABEES - Wall of Arms

Ammappete ragazzi e quanto mi attizza questo nuovo disco dei Maccabees. Sempre più convinto che i ragazzi di Brighton sappiano dove vogliano dirigersi. Colour It In del 2007 ha lasciato un brillante sapore seppure non si trovino in esso sonorità particolarmente pastose o dense di tensione emotiva, quanto più facilmente una musica immediata aspra e spontanea. A dimostrazione delle loro indubbie capacità a distanza di due anni danno alla luce Wall of Arms, in cui prendono le redini della loro musica e la conducono in quei paesaggi che tanto ci stanno sbalordendo e che fanno capo a Arcade Fire, Okkervill River e compagnia bella. Disco provvisto di orchestrazioni elaborate non privo dell’immediatezza del primo disco che li ha contraddistinti nel 2007 e che sposta l’asse del potere musicale dei Maccabees inevitabilmente verso il Canada, probabile nuovo Eldorado musicale, ne è dimostrazione lampante la virata di produzione dell’album in cui è stato coinvolto Markus Dravis che già ricordiamo per il brillante consenso di pubblico con Neon Bible degli Arcade, appunto.  La band gode, per sua fortuna, dell’ indifferenza della critica in patria ( la quale è presa da tutt’altro ) e questo piuttosto che essere una barriera risulta invece essere un vantaggio lasciando limiti ampi di sperimentazione e ricerca stilistica e in senso generale lasciano intendere che la miscela istintiva, impetuosa e nervosa precedente, magistralmente abbinata ad una scrittura di assetto wave non ci lascia rimpianti su quanto precedentemente sentito per mano di Futurheads, Bloc Party ( in tempi recenti) Xtc, Sound, Talking Heads ( pensando a quanto è stato). Sarà inoltre, che non ho nutrito sin dagli esordi la contrapposizione tra Maccabees e White Lies che seppure viaggino su territori diametralmente opposti non dovrebbero lasciar dubbi sulla autenticità dei primi a discapito dei secondi; trovo che questo nuovo disco porti ulteriormente i primi su un gradino più alto in termini di innovazione nel territorio britannico.
Il disco nel complesso sembra essere non una semplice raccolta di brani e tanto meno un imitazione di Neon Bible degli Arcade Fire ( sebbene l’influenza sia tangibile ), ma piuttosto l’animoso esperimento di galleggiare nel pantano della massificazione indies che assilla gran parte delle cose uscite dalla terra di Alba, Albione, Britannia (o come meglio vi aggrada), ultimamente. E i White Lies ,come anzidetto, ne sono un esempio lampante. In sintesi i brani di cui non potremmo fare a meno: One Hand Holding, Young Lions, No Kind Words, Dinosaurs, Kiss and Resolve, Seventeen Hands. La domanda è legittima e la risposta la darà il tempo. Riusciranno i nostri eroi a raccogliere il frutto di tanta passione?
Buon Ascolto
Giamp
p.s. E chi l’ha detto che solo le band che hanno più passaggi radiofonici, o quelle che godono del privilegio di vedere arrivare un loro brano per qualche pubblicità televisiva, o quelle che le vendite sono pompate a dismisura debbano essere reputate portatrici di buone cose ed essere considerate Next big thing?

venerdì 11 dicembre 2009

EDITORS - In This Light And On This Evening


[ con la recensione degli Editors si chiude ufficialmente il 2009 per il quale la settimana prossima verranno riportati gli ascolti e le sensazioni dei curatori di questo blog, Gianni e Giamp ]

C’è di che discutere sul terzo atteso lavoro degli Editors. C’è chi lo definisce disco della crescita , altri pensano invece, come tanti altri gruppi hanno già fatto, che vivano di scopiazzature. Altri poi non ancora capiscono la direzione che vogliono intraprendere e patapim e patapam ( direbbe Alex Drastico alias A. Albanese)…. E questo è quello che gli altri dicono a riguardo. Il sottoscritto ( che il dono della schiettezza di certo possiede !!!) parlando con il cuore non può che attestare dopo un periodo di ascolto, che il disco seppure si trascini su temi cupi e melodie intimiste , lascia un buon sapore in bocca, e a parte la danzereccia Papillon i brani proposti nel loro nuovo lavoro vedono si l’uso dei synth (che soppianta le chitarre) e l’approccio con l’elettronica, ma come qualcosa di necessario e non unicamente come logica legata a interessi commerciali. Giro di boa obbligato e coraggioso così come altre band hanno già dimostrato di dover fare e pensiamo a chi invece questo bagaglio non ha voluto portare, ed oggi magari è obbligato a sciogliersi come neve al sole (vedi Oasis ). Tra l’altro il primo lavoro aveva entusiasmato, avendo spazianto in territori vicini ai primissimi U2 , mentre elogi e conferma di qualità vengono con il secondo lavoro in cui imboccano la strada che fu appunto dei Joy Division ( band a cui abbiamo dedicato a GIUGNO considerazioni più che soddisfacenti). Strada successivamente intrapresa da molti altri (si pensi ad Interpol e compagnia bella) e che genera competitività. Ma torniamo a bomba a parlare del disco senza tirarci per le lunghe. Disco affascinante e quanto mai profondo all’ascolto. Venato di sfumature industrial e dark, tanto da renderlo di effetto oscuro ed intimista. Si spazia da The Cure a Depeche Mode, New Order e udite udite Radiohead. Le tracce da non farsi mancare: The Big Exit in cui il cantato emula per l’appunto Tom York, The Boxer freddo e gelido incedere della pioggia, Walk e le sue atmosfere nebbiose, l’oscura Eat raw…. , e l’inquietante In This Light And On This Evening. Mi piace inoltre pensare, mentre il disco gira nel lettore, come sarebbe l’ascolto se il disco fosse stato concepito dai Joy Division .  E davvero per poco, chiudendo gli occhi, si è portati a pensare che il cantante con quella voce, non fosse per questo, rappresenti la reincarnazione di J Curtis.
Giamp