Ma voi ce lo mandereste vostro figlio a cantare in un coro per accompagnare uno sconosciutissimo gruppo indie che si fa chiamare “le ossa dell’uomo morto”?!?!?!? Beh, negli States succede, in Italia… mmm…. vediamo: ho portato mio figlio di 8 anni a lezioni di chitarra. Dopo la prima disastrosa giornata, fatta di conoscenza delle note e del loro corretto riporto in un disegno, ho detto alla responsabile (donnatuttadunpezzo, lunga militanza in conservatorio, spalle dritte, volto deturpato da cosmetici strappa peli, sguardo da Crudelia De Mon e il fumetto sulla sua testa che la segue come la nuvoletta di Fantozzi con dentro scritto “bello mio qua se fa come dico io oppure vedi de annàaff**”) che il bambino ha una concezione della musica del tipo “l’ultima volta che siamo passati in macchina vicino la chiesa di quartiere stava cantando a squarcia gola Highway To Hell degli ACDC”. A quel punto la gentile signora pur di ingoiare il rospo e intascare il mensile ha fatto un’espressione da pesce palla che diceva “mostro di un genitore!”. Questa lunga divagazione per presentarvi i Dead Man’s Bones, duo californiano (pare siano 2 attori prestati alla musica). Non si conosce bene le genesi di questo album che sembra in origine dovesse essere la colonna sonora di un opera teatrale non andata a buon fine. Sta di fatto, che poi, con l’aiuto del Coro dei ragazzi del Conservatorio di Silverlake, che hanno accompagnato la mini-band in gran parte delle canzoni, ne è venuto fuori un sorprendente album di melodie gotiche che dirvi non so. Ma ascoltare questo tappeto noir di musiche che sembrano venir fuori da un film di Tim Burton non mancherà di soddisfare il fine palato di chi è alla ricerca di qualcosa di diverso. Vi segnalo My Body's a Zombie For You, Pa Pa Power, Lose Your Soul, Flowers Grow Out Of My Grave. Gianni Ragnomercoledì 7 ottobre 2009
Ma voi ce lo mandereste vostro figlio a cantare in un coro per accompagnare uno sconosciutissimo gruppo indie che si fa chiamare “le ossa dell’uomo morto”?!?!?!? Beh, negli States succede, in Italia… mmm…. vediamo: ho portato mio figlio di 8 anni a lezioni di chitarra. Dopo la prima disastrosa giornata, fatta di conoscenza delle note e del loro corretto riporto in un disegno, ho detto alla responsabile (donnatuttadunpezzo, lunga militanza in conservatorio, spalle dritte, volto deturpato da cosmetici strappa peli, sguardo da Crudelia De Mon e il fumetto sulla sua testa che la segue come la nuvoletta di Fantozzi con dentro scritto “bello mio qua se fa come dico io oppure vedi de annàaff**”) che il bambino ha una concezione della musica del tipo “l’ultima volta che siamo passati in macchina vicino la chiesa di quartiere stava cantando a squarcia gola Highway To Hell degli ACDC”. A quel punto la gentile signora pur di ingoiare il rospo e intascare il mensile ha fatto un’espressione da pesce palla che diceva “mostro di un genitore!”. Questa lunga divagazione per presentarvi i Dead Man’s Bones, duo californiano (pare siano 2 attori prestati alla musica). Non si conosce bene le genesi di questo album che sembra in origine dovesse essere la colonna sonora di un opera teatrale non andata a buon fine. Sta di fatto, che poi, con l’aiuto del Coro dei ragazzi del Conservatorio di Silverlake, che hanno accompagnato la mini-band in gran parte delle canzoni, ne è venuto fuori un sorprendente album di melodie gotiche che dirvi non so. Ma ascoltare questo tappeto noir di musiche che sembrano venir fuori da un film di Tim Burton non mancherà di soddisfare il fine palato di chi è alla ricerca di qualcosa di diverso. Vi segnalo My Body's a Zombie For You, Pa Pa Power, Lose Your Soul, Flowers Grow Out Of My Grave. Gianni Ragnomartedì 6 ottobre 2009
A me piaceva quell’ insistente ticchettare che riproduceva un piacevole suono legnoso e ritmato.
Ma l’insegnante, fermo e ringhioso, di seguito all’insistenza dei quel ticchettare rincorreva attorno alla cattedra e ai banchi l’allampanato Copeland. E neppure l’abuso di mezzi correttivi che i genitori, su monito della scuola, adottavano, riusciva a fargli passare quella stramaledetta passione. Dunque Copeland crebbe con il ritmo nel sangue e nelle sue nervose dita affusolate - e per l’intera sua pubertà, qualunque superficie orizzontale (idonea) risuonava del suono secco e legnoso delle sue dita assottigliate. Arrivato a 15 anni chiese in regalo una batteria ma si sa non è che le famiglie di quel paese con le pezze al culo navigassero nell’oro. Non era mica Paperopoli e di banchieri disposti a farti credito nemmeno l’ombra. Ma la tenacia di Copeland non conosce soste e si mise a lavorare come sguattero, cameriere, e cresta oggi , cresta domani racimolò i soldi necessari per la sua prima batteria. Quando ci regalò la sua prima performance convenimmo che per essere uno che non aveva mai pestato sulle pelli di una batteria , ci sapeva proprio fare. Nella città dalle pezze al culo di gruppi ce n’erano tanti ma di batterie poche, e siccome a voler imitare i Neri per Caso erano in tanti , quando giunse la voce che una batteria nuova era arrivata in paese, le band cominciarono a gareggiare per accaparrarselo e magari tentare di essere The Cure. Chi se lo aggiudicò ebbe più che una botta di culo. Ne ebbe tre.
Una perché avevano la batteria, due perché per le prove potevano usufruire del garage di proprietà dei genitori di Copeland e tre perché avevano anche il Treruote Ape 600 giallo cachi con cui affrontare un eventuale tour. Il primo gruppo , me lo ricordo benissimo , ribattezzato i Fetori Malefici, emanavano alla fine delle prove un olezzo misto di cannabis, vino, sudore ascellare rappreso , capelli unti di olio rifritto, tanto che nessun intruglio chimico in commercio era in grado di alleviarne il tanfo. Ancora me li ricordo, nei pomeriggi di primavera, deformare a manetta Pink Floyd, Frank Zappa e Led Zeppelin. E ricordo anche la vecchietta di sopra la quale non riusciva più nemmeno a rifiatare, tanto che, tempo dopo, la trovarono stecchita incomprensibilmente. I primi ingaggi arrivarono ed io forte della grande amicizia con Copeland, mi prodigavo a smontare e montare la sua batteria. Chissà che un giorno quando Copeland fosse stato ingaggiato da una band con i contro-cazzi io non diventassi il suo manager o addirittura il suo roadie personale. Stava andando tutto bene fino a quando non decisero di cambiare sala prove, ma questo scatenò le ire dei vicini che aizzarono Carabinieri, Vigili e Guardia Costiera. Il risultato fu che nel tentativo di trovare altre locations la band si sciolse. Copeland decise di andare a studiare , ma non si portò dietro la batteria che ancora giace in una cantina ad arrugginire le meccaniche e deformare i tamburi. La mitica Premier nera testimone delle sue gesta era sconfitta. Ora quando sento un ticchettare , seppure fastidioso, il cuore si riempie di gioia immensa ed il ricordo di Copeland e delle sue dita affusolate e legnose riaffiora mentre una lacrima delinea i tratti del viso segnato dal tempo.
Giamp
mercoledì 30 settembre 2009
“Jimmy Sommerville è vivo e vegeto”, continua a mietere il grano e magari qualche lezione di canto a Thorpe ( non il campione di nuoto Ian) l’ avrà di sicuro data. Così come il bassista Fleming ( non quello della penicillina) di nascosto avrà incontrato Guy Garvey degli Elbow.
Un disco questo Two Dancers che si maschera di richiami New Wave, un disco che gioca sulla possibilità di far convergere dimensioni sonore levigate, glabre, con un contenuto lirico aggressivo e penetrante., quasi un manifesto della nuova gioventù britannica , inappagata e volta al teppismo. Elementi musicali che contornati da chitarre che limano i dettagli, costruiscono riff centrali ricamano trame inconsuete e piene di mille sfaccettature . E come se all’interno dello stesso disco convivessero molteplici anime. Editors, Duran Duran, Roxy Music, Stranglers ( a quando un pezzo su di loro?) Elbow, Bee Gees e Antony & the Johnsons.
Tutto elegantemente piallato ed assemblato pronto per essere montato come quei mobili di una nota catena sedese. Ci si augura che i ventenni ( Wild Beasts ) di oggi abbiano lunga vita.
Si sa che i falsetti e gli orpelli non hanno il dono della bellezza universalmente riconosciuta.
Non durano per sempre. Per ora ci resta la voglia ( seguendo le leggi del diletto) di beneficiare di questo disco. Buon ascolto
Giamp
Strana sensazione la mia dopo un primo rapido ascolto di Backspacer. Disco che trovo di primo impatto compatto nel complesso, di buon andamento, qualche accellerata presente qua e la, alcune ballate, ri
masugli di periodo andati e la voglia di catturare coloro i quali erano spaventati dall'aggressività con cui si rendevano famosi i Pearl Jam, viste le tinte pop di cui sono intrisi alcuni brani e vista la breve durata dell'intero lavo
ro ( appena 36 minuti). Ma ritorniamo a noi. Parlavamo di strane sensazioni. Nessuno stato d'ansia mi ha colto nell'attesa che da mesi annunciava il nuovo lavoro. Nessun attacco di panico , visto che nulla di più mi aspettavo da loro dopo l'omonimo disco passato inosservato ( ribattezzato Avocado ). Eppure gli addetti ai lavori sono stati catastrofici nel descriverlo. Senza contare gli analogismi in termini negativi fatti con altri dinosauri del panorama rock. Io ho semplicemente atteso. D'altronde il mio rapporto con questa band è stato lo stesso , teoricamente, che hai con la donna della tua vita. Quel rapporto che ti folgora al'inizio, che ti strazia di passione, che ti fa gioire e che ti fa soffrire ti travolge e ti rende insano nei modi e nei comportamenti e che ti libera da ogni inibizione. Quando incontri la donna della tua vita e ci stai assieme per
anni e sai che ci dovrai invecchiare insieme, sei contento malgrado i segni sul viso lasciati dal tempo e qualche chilo di troppo nei punti giusti. No, non sarà ci certo questo a fartela amare di meno. Una passione quella metaforicamente sopra descritta che mi lega da ben 20anni alla rock band che mi ha folgorato con il suo esordio esplosivo e con l'immediato seguito. Il trittico iniziale – Gonna see my Friend-Got some- the Fixer-non lascia dubbi sull'energia presente nella band, malgrado i temi siano cambiati. Nessuna condotta socio- politica su cui inveire ( forse perchè ora c'è Obahma e non più Bush ). Piuttosto temi toccanti come l'amicizia, le relazioni di tutti i giorni e la morte e l'amore che si contendono il ruolo di prim'attori ( provate a leggere il testo di The End, qualcosa che fà rabbrividire solo a leggerlo-immaginate cantato dal vivo con 30 mila accendini che vi fanno da cornice-). Le ballate presenti nel disco – Just breathe e The End appunto-, come molti hanno compreso, sembrano uscite dai Bside del lavoro solista Into the Wild, ma va bene così. Ho apprezzato quel lavoro come potrei esserne distante. Poi alcuni mid tempo cari ai Pearl Jam
– Amongst the Waves e Unthought Known ( che dall'incipit ci rimanda a Wishlist di Yeldiana memoria ). Supersonic trae in inganno gli amanti dei Ramones ma anche per un inizio simile a a Spin the black Circle, forse questo brano insieme alla seguente Speed of Sound è l'unica nota dolente palese del disco che per fortuna ci regala ancora un brano come Force of Nature che sarà difficile nei concerti non conivolga i presenti. Non sarà quindi un disco sotto stimato a farmeli amare di meno. Sarà perchè al cuore non si comanda, nemmeno se poi ti accorgi che potevano fare di più. Ad ogni modo il cd gira nei miei lettori da una settimana o poco più e penso sempre che non sia nulla di trascendentale. Nessun colpo di coda , ma genuino quanto basta a renderlo piacevole nell'ascolto. Buon ascolto.
Giamp
lunedì 28 settembre 2009

Gianni Ragno
venerdì 25 settembre 2009
Una volta (ancora) nella mia vita!!!!
(om
aggio a Roberto)Domenica. Resto per un istante a fissare la parete al di sopra della postazione domestica dove alberga il mio PC , fonte inesauribile di pensieri, musica e quant’altro. Mi accorgo che le 4 maschere al di sopra ( si, di quelle maschere che in estate si vedono sulle bancherelle di tanti venditori sul lungomare ) somigliano molto alle 4 facce mascherate della copertina di Remain in Light, pietra miliare oltre che per gli annali di musica, per chissà quanta gente e non ultima per il sottoscritto Pietra miliare appunto sin dalla copertina, che non fu indiscutibilmente una scelta casuale, ma uno studio ben preciso. Oggi con la scienza tecnologica a disposizione anche un bambino di 5 anni riuscirebbe a realizzare qualcosa del genere, ma all’epoca ( parliamo del 1980) solo grandi photo-designer o art-designer affermati potevano azzardare tanto. Di fatti la copertina, che per un disco è l’immagine chiave in grado di trasmetterne la grandezza ed il contenuto, doveva essere studiata nei particolari. E così fu per Remain in Light. Impatto decisivo : quattro cyber-stregoni africani che ti fissano. In grado ognuno di re
galarti sguardi incazzati, tenebrosi o dolci sorrisi. Il retro della copertina poi, ancor di più lascia confusi.Uno stormo di caccia americani . Cinque di essi scompariranno poco dopo essere stati ritratti in quella foto , nel famigerato Triangolo delle Bermuda. A dir poco inquietante. Così come lo sono i suoni del quasi 30enne disco a marchio Talking Heads, i quali già forti dei lavori precedenti, sciorinano una gran genialità che li porta con questo disco, ma in particolare con il brano Once in a Lifetime, a ricoprire la cattedra di predicatori Funk in chiave post-industriale. Un suono quello custodito al suo interno, che ritrae le nevrosi occidentali, e la primordialità tribale. Uno scrigno inespugnabile ricolmo di sonorità variegate orientate al futuro. Una espressione delle percussioni e delle chitarre che delinea un nuovo modo ( già assaporato con l’ottimo Fear of Music – per me un gradino sopra ) di concepire il funk. Orientato al futuro. Qualcosa che può far sbavare i Red Hot Chili Peppers dei vecchi tempi, o ancora i precursori di una certa House e gli amanti di un certo filone Rap. E poi quella voce da predicatore del terzo millennio non può che impreziosire. Per alcuni brani le parole scorrono veloci, senza un senso ben definito. Una sorta di “glossolalia” che porta Byrne a declamare quasi fosse posseduto da uno spirito malefico. In altri brani il cantato- che è quasi un parlato- si presenta funereo ed incute timore. Insomma mettiamola come ci pare, rimane questo disco un capolavoro nell’accezione più elevata che si possa concepire. Dopo l’ascolto ci si ritrova nudi e sudati, con il fiato in gola e la voglia di ballo tribale ci pervade portandoci per le strade della nostra città in cerca di quei segni di primitività che la vita d’ufficio ci ha nascosto per anni, lasciandoci una riflessione scontata ma quanto mai giusta : “Dove siamo finiti per colpa del progresso???" Ma si sa domani sviliti e con la compostezza di sempre, crudelmente riprenderemo ancora una volta la nostra vita lavorativa.
Buon ascolto.
Giamp
(un augurio per un romantico week-end)
Qualche giorno fa , io e mio marito abbiamo festeggiato 10 anni di matrimonio e mi sono tornate alla mente le nostre serate da fidanzati, quando ci incontravamo a casa sua e dopo che lo avevo stracciato al Trivial o a Mastermind, o peggio, dopo che lui aveva stracciato me ( lo ammetto non so perdere ! ), per stemperare la delusione da sconfitta, lui apriva la vetrina in cui teneva lo stereo e metteva su il cd dei CAKE “ FASHION NUGGET “ ed in particolare la canzone Perhaps, Perhaps, Perhaps e mi invitava a ballare…
Elvira
giovedì 24 settembre 2009
Gianni Ragno
