mercoledì 7 ottobre 2009

DEAD MAN'S BONES - s/t

Ma voi ce lo mandereste vostro figlio a cantare in un coro per accompagnare uno sconosciutissimo gruppo indie che si fa chiamare “le ossa dell’uomo morto”?!?!?!? Beh, negli States succede, in Italia… mmm…. vediamo: ho portato mio figlio di 8 anni a lezioni di chitarra. Dopo la prima disastrosa giornata, fatta di conoscenza delle note e del loro corretto riporto in un disegno, ho detto alla responsabile (donnatuttadunpezzo, lunga militanza in conservatorio, spalle dritte, volto deturpato da cosmetici strappa peli, sguardo da Crudelia De Mon e il fumetto sulla sua testa che la segue come la nuvoletta di Fantozzi con dentro scritto “bello mio qua se fa come dico io oppure vedi de annàaff**”) che il bambino ha una concezione della musica del tipo “l’ultima volta che siamo passati in macchina vicino la chiesa di quartiere stava cantando a squarcia gola Highway To Hell degli ACDC”. A quel punto la gentile signora pur di ingoiare il rospo e intascare il mensile ha fatto un’espressione da pesce palla che diceva “mostro di un genitore!”. Questa lunga divagazione per presentarvi i Dead Man’s Bones, duo californiano (pare siano 2 attori prestati alla musica). Non si conosce bene le genesi di questo album che sembra in origine dovesse essere la colonna sonora di un opera teatrale non andata a buon fine. Sta di fatto, che poi, con l’aiuto del Coro dei ragazzi del Conservatorio di Silverlake, che hanno accompagnato la mini-band in gran parte delle canzoni, ne è venuto fuori un sorprendente album di melodie gotiche che dirvi non so. Ma ascoltare questo tappeto noir di musiche che sembrano venir fuori da un film di Tim Burton non mancherà di soddisfare il fine palato di chi è alla ricerca di qualcosa di diverso. Vi segnalo My Body's a Zombie For You, Pa Pa Power, Lose Your Soul, Flowers Grow Out Of My Grave. Gianni Ragno


Nuovo mese, nuova musica, nuove canzoni trovate nel pozzo senza fondo della rete. Tutte gratuite e tutte scaricabili cliccando su divshare. Enjoy!







video del mese: Glass Ghost - Like a Diamond

martedì 6 ottobre 2009

Copeland, dita legnose!!!!
[beh, ci stiamo prendendo gusto. Questo mese esce un libro retrospettiva sui Police curato dal batterista Copeland e così facciamo un bel ripasso sulla storica band con ricordi, concerti e recensioni. Del tutto se ne occuperà il grande Giamp che apre le danze con un pizzico di fantasia. Enjoy!]
Tum tam parapum splash bum bum cha cha!!!! Questo era il fastidioso rumore che ogni mattina dovevamo sorbirci a scuola. Il mio vicino e compagno di banco un tale Copeland, fortemente attratto da tutto ciò che si poteva percuotere e con quelle dita a bacchetta che si ritrovava, attirava a se le ire furibonde degli insegnanti ma anche dei compagni di scuola. A me no.
A me piaceva quell’ insistente ticchettare che riproduceva un piacevole suono legnoso e ritmato.
Ma l’insegnante, fermo e ringhioso, di seguito all’insistenza dei quel ticchettare rincorreva attorno alla cattedra e ai banchi l’allampanato Copeland. E neppure l’abuso di mezzi correttivi che i genitori, su monito della scuola, adottavano, riusciva a fargli passare quella stramaledetta passione. Dunque Copeland crebbe con il ritmo nel sangue e nelle sue nervose dita affusolate - e per l’intera sua pubertà, qualunque superficie orizzontale (idonea) risuonava del suono secco e legnoso delle sue dita assottigliate. Arrivato a 15 anni chiese in regalo una batteria ma si sa non è che le famiglie di quel paese con le pezze al culo navigassero nell’oro. Non era mica Paperopoli e di banchieri disposti a farti credito nemmeno l’ombra. Ma la tenacia di Copeland non conosce soste e si mise a lavorare come sguattero, cameriere, e cresta oggi , cresta domani racimolò i soldi necessari per la sua prima batteria. Quando ci regalò la sua prima performance convenimmo che per essere uno che non aveva mai pestato sulle pelli di una batteria , ci sapeva proprio fare. Nella città dalle pezze al culo di gruppi ce n’erano tanti ma di batterie poche, e siccome a voler imitare i Neri per Caso erano in tanti , quando giunse la voce che una batteria nuova era arrivata in paese, le band cominciarono a gareggiare per accaparrarselo e magari tentare di essere The Cure. Chi se lo aggiudicò ebbe più che una botta di culo. Ne ebbe tre.
Una perché avevano la batteria, due perché per le prove potevano usufruire del garage di proprietà dei genitori di Copeland e tre perché avevano anche il Treruote Ape 600 giallo cachi con cui affrontare un eventuale tour. Il primo gruppo , me lo ricordo benissimo , ribattezzato i Fetori Malefici, emanavano alla fine delle prove un olezzo misto di cannabis, vino, sudore ascellare rappreso , capelli unti di olio rifritto, tanto che nessun intruglio chimico in commercio era in grado di alleviarne il tanfo. Ancora me li ricordo, nei pomeriggi di primavera, deformare a manetta Pink Floyd, Frank Zappa e Led Zeppelin. E ricordo anche la vecchietta di sopra la quale non riusciva più nemmeno a rifiatare, tanto che, tempo dopo, la trovarono stecchita incomprensibilmente. I primi ingaggi arrivarono ed io forte della grande amicizia con Copeland, mi prodigavo a smontare e montare la sua batteria. Chissà che un giorno quando Copeland fosse stato ingaggiato da una band con i contro-cazzi io non diventassi il suo manager o addirittura il suo roadie personale. Stava andando tutto bene fino a quando non decisero di cambiare sala prove, ma questo scatenò le ire dei vicini che aizzarono Carabinieri, Vigili e Guardia Costiera. Il risultato fu che nel tentativo di trovare altre locations la band si sciolse. Copeland decise di andare a studiare , ma non si portò dietro la batteria che ancora giace in una cantina ad arrugginire le meccaniche e deformare i tamburi. La mitica Premier nera testimone delle sue gesta era sconfitta. Ora quando sento un ticchettare , seppure fastidioso, il cuore si riempie di gioia immensa ed il ricordo di Copeland e delle sue dita affusolate e legnose riaffiora mentre una lacrima delinea i tratti del viso segnato dal tempo.
Giamp

mercoledì 30 settembre 2009

WILD BEASTS - Two Dancers
Una cosa è certa nell’ascolto di Two Dancer - secondo episodio della epopea Wild Beasts-:
“Jimmy Sommerville è vivo e vegeto”, continua a mietere il grano e magari qualche lezione di canto a Thorpe ( non il campione di nuoto Ian) l’ avrà di sicuro data. Così come il bassista Fleming ( non quello della penicillina) di nascosto avrà incontrato Guy Garvey degli Elbow.
Un disco questo Two Dancers che si maschera di richiami New Wave, un disco che gioca sulla possibilità di far convergere dimensioni sonore levigate, glabre, con un contenuto lirico aggressivo e penetrante., quasi un manifesto della nuova gioventù britannica , inappagata e volta al teppismo. Elementi musicali che contornati da chitarre che limano i dettagli, costruiscono riff centrali ricamano trame inconsuete e piene di mille sfaccettature . E come se all’interno dello stesso disco convivessero molteplici anime. Editors, Duran Duran, Roxy Music, Stranglers ( a quando un pezzo su di loro?) Elbow, Bee Gees e Antony & the Johnsons.
Tutto elegantemente piallato ed assemblato pronto per essere montato come quei mobili di una nota catena sedese. Ci si augura che i ventenni ( Wild Beasts ) di oggi abbiano lunga vita.
Si sa che i falsetti e gli orpelli non hanno il dono della bellezza universalmente riconosciuta.
Non durano per sempre. Per ora ci resta la voglia ( seguendo le leggi del diletto) di beneficiare di questo disco. Buon ascolto
Giamp

PEARL JAM - Backspacer
(la recensione)

Strana sensazione la mia dopo un primo rapido ascolto di Backspacer. Disco che trovo di primo impatto compatto nel complesso, di buon andamento, qualche accellerata presente qua e la, alcune ballate, rimasugli di periodo andati e la voglia di catturare coloro i quali erano spaventati dall'aggressività con cui si rendevano famosi i Pearl Jam, viste le tinte pop di cui sono intrisi alcuni brani e vista la breve durata dell'intero lavoro ( appena 36 minuti). Ma ritorniamo a noi. Parlavamo di strane sensazioni. Nessuno stato d'ansia mi ha colto nell'attesa che da mesi annunciava il nuovo lavoro. Nessun attacco di panico , visto che nulla di più mi aspettavo da loro dopo l'omonimo disco passato inosservato ( ribattezzato Avocado ). Eppure gli addetti ai lavori sono stati catastrofici nel descriverlo. Senza contare gli analogismi in termini negativi fatti con altri dinosauri del panorama rock. Io ho semplicemente atteso. D'altronde il mio rapporto con questa band è stato lo stesso , teoricamente, che hai con la donna della tua vita. Quel rapporto che ti folgora al'inizio, che ti strazia di passione, che ti fa gioire e che ti fa soffrire ti travolge e ti rende insano nei modi e nei comportamenti e che ti libera da ogni inibizione. Quando incontri la donna della tua vita e ci stai assieme per anni e sai che ci dovrai invecchiare insieme, sei contento malgrado i segni sul viso lasciati dal tempo e qualche chilo di troppo nei punti giusti. No, non sarà ci certo questo a fartela amare di meno. Una passione quella metaforicamente sopra descritta che mi lega da ben 20anni alla rock band che mi ha folgorato con il suo esordio esplosivo e con l'immediato seguito. Il trittico iniziale – Gonna see my Friend-Got some- the Fixer-non lascia dubbi sull'energia presente nella band, malgrado i temi siano cambiati. Nessuna condotta socio- politica su cui inveire ( forse perchè ora c'è Obahma e non più Bush ). Piuttosto temi toccanti come l'amicizia, le relazioni di tutti i giorni e la morte e l'amore che si contendono il ruolo di prim'attori ( provate a leggere il testo di The End, qualcosa che fà rabbrividire solo a leggerlo-immaginate cantato dal vivo con 30 mila accendini che vi fanno da cornice-). Le ballate presenti nel disco – Just breathe e The End appunto-, come molti hanno compreso, sembrano uscite dai Bside del lavoro solista Into the Wild, ma va bene così. Ho apprezzato quel lavoro come potrei esserne distante. Poi alcuni mid tempo cari ai Pearl Jam – Amongst the Waves e Unthought Known ( che dall'incipit ci rimanda a Wishlist di Yeldiana memoria ). Supersonic trae in inganno gli amanti dei Ramones ma anche per un inizio simile a a Spin the black Circle, forse questo brano insieme alla seguente Speed of Sound è l'unica nota dolente palese del disco che per fortuna ci regala ancora un brano come Force of Nature che sarà difficile nei concerti non conivolga i presenti. Non sarà quindi un disco sotto stimato a farmeli amare di meno. Sarà perchè al cuore non si comanda, nemmeno se poi ti accorgi che potevano fare di più. Ad ogni modo il cd gira nei miei lettori da una settimana o poco più e penso sempre che non sia nulla di trascendentale. Nessun colpo di coda , ma genuino quanto basta a renderlo piacevole nell'ascolto. Buon ascolto.
Giamp

lunedì 28 settembre 2009

THE ALMIGHTY DEFENDERS - (ST)
Sembrava essersi chetata la sfornata di grande musica del 2009 e invece le belle uscite continuano a proliferare; in questo caso però è davvero un’ottima uscita. Si tratta della prima degli Almighty Defenders, statunitensi della California. La prima cosa che mi fanno venire in mente sono i Megapuss di Banhart, sia per il fatto di aver unito le forze di progetti diversi (questo comprende i Black Lips, King Khan e Mark Sultan) sia per le sonorità presenti nell’album soventi tendente al cazzeggio. Ma la maestria messa in campo dagli Almighty li mette un paio di gradini sopra ai Megapuss, perché dalle canzoni viene fuori un’anima nera primordiale che non si scorge granchè nella band di Banhart. Si prendano ad esempio i rockabilly gospel dell’iniziale All My Loving e di She came Before Me (chissà di cosa parla il testo … mmm … ). La successiva The Ghost With The Most che sembra uscita dalle Iene di Tarantino; la distorta e beatelsiana Bow Down And Die seguita da una Jihad Blues … da pupille dilatate … C’è il fantasma di Isaac Hayes che aleggia in I’m Coming Home. E la conclusiva preghiera The Great Defender assolutamente indicata per il giorno del giudizio universale: 5 minuti di pura estasi psichedelica. In definitiva un più che lusinghiero esordio, nel quale Jon Spencer (quello con la Blues Explosion in coda) incontra James Brown nel tentativo (ancora una volta) di sradicare il blues, il soul e il funky dal terreno, per rimpiantarli con innesti di ottimo peyote. Un viaggio … anzi un trip. Se ne esce disturbati e soddisfatti.
Gianni Ragno

venerdì 25 settembre 2009

TALKING HEADS - Remain in Light
Una volta (ancora) nella mia vita!!!!
(omaggio a Roberto)

Domenica. Resto per un istante a fissare la parete al di sopra della postazione domestica dove alberga il mio PC , fonte inesauribile di pensieri, musica e quant’altro. Mi accorgo che le 4 maschere al di sopra ( si, di quelle maschere che in estate si vedono sulle bancherelle di tanti venditori sul lungomare ) somigliano molto alle 4 facce mascherate della copertina di Remain in Light, pietra miliare oltre che per gli annali di musica, per chissà quanta gente e non ultima per il sottoscritto Pietra miliare appunto sin dalla copertina, che non fu indiscutibilmente una scelta casuale, ma uno studio ben preciso. Oggi con la scienza tecnologica a disposizione anche un bambino di 5 anni riuscirebbe a realizzare qualcosa del genere, ma all’epoca ( parliamo del 1980) solo grandi photo-designer o art-designer affermati potevano azzardare tanto. Di fatti la copertina, che per un disco è l’immagine chiave in grado di trasmetterne la grandezza ed il contenuto, doveva essere studiata nei particolari. E così fu per Remain in Light. Impatto decisivo : quattro cyber-stregoni africani che ti fissano. In grado ognuno di regalarti sguardi incazzati, tenebrosi o dolci sorrisi. Il retro della copertina poi, ancor di più lascia confusi.
Uno stormo di caccia americani . Cinque di essi scompariranno poco dopo essere stati ritratti in quella foto , nel famigerato Triangolo delle Bermuda. A dir poco inquietante. Così come lo sono i suoni del quasi 30enne disco a marchio Talking Heads, i quali già forti dei lavori precedenti, sciorinano una gran genialità che li porta con questo disco, ma in particolare con il brano Once in a Lifetime, a ricoprire la cattedra di predicatori Funk in chiave post-industriale. Un suono quello custodito al suo interno, che ritrae le nevrosi occidentali, e la primordialità tribale. Uno scrigno inespugnabile ricolmo di sonorità variegate orientate al futuro. Una espressione delle percussioni e delle chitarre che delinea un nuovo modo ( già assaporato con l’ottimo Fear of Music – per me un gradino sopra ) di concepire il funk. Orientato al futuro. Qualcosa che può far sbavare i Red Hot Chili Peppers dei vecchi tempi, o ancora i precursori di una certa House e gli amanti di un certo filone Rap. E poi quella voce da predicatore del terzo millennio non può che impreziosire. Per alcuni brani le parole scorrono veloci, senza un senso ben definito. Una sorta di “glossolalia” che porta Byrne a declamare quasi fosse posseduto da uno spirito malefico. In altri brani il cantato- che è quasi un parlato- si presenta funereo ed incute timore. Insomma mettiamola come ci pare, rimane questo disco un capolavoro nell’accezione più elevata che si possa concepire. Dopo l’ascolto ci si ritrova nudi e sudati, con il fiato in gola e la voglia di ballo tribale ci pervade portandoci per le strade della nostra città in cerca di quei segni di primitività che la vita d’ufficio ci ha nascosto per anni, lasciandoci una riflessione scontata ma quanto mai giusta : “Dove siamo finiti per colpa del progresso???" Ma si sa domani sviliti e con la compostezza di sempre, crudelmente riprenderemo ancora una volta la nostra vita lavorativa.
Buon ascolto.
Giamp

Ricordi di Gioventù
(un augurio per un romantico week-end)

Qualche giorno fa , io e mio marito abbiamo festeggiato 10 anni di matrimonio e mi sono tornate alla mente le nostre serate da fidanzati, quando ci incontravamo a casa sua e dopo che lo avevo stracciato al Trivial o a Mastermind, o peggio, dopo che lui aveva stracciato me ( lo ammetto non so perdere ! ), per stemperare la delusione da sconfitta, lui apriva la vetrina in cui teneva lo stereo e metteva su il cd dei CAKE “ FASHION NUGGET “ ed in particolare la canzone Perhaps, Perhaps, Perhaps e mi invitava a ballare…
Elvira

giovedì 24 settembre 2009

PEARL JAM - bACKsPACER
(preliminari di recensione)
Qual è stato l’ultimo album veramente bello dei Pearl Jam? Non ho dubbi: la colonna sonora Into The Wild! … ops! … Beh un peccato davvero che quell’album non sia uscito a loro nome. Ormai è diventato appuntamento fisso per me, anticipare l’uscita del nuovo album della band famosa di turno, con il chiedermi come si fa dopo tanti anni di carriera a trovare nuovi spunti, nuove idee, nuovi modi fare musica senza scadere nel patetico e nello scontato?! La mente corre veloce al parallelo con gli U2. Ma i Pearl Jam sono qualitativamente e in tutta onestà un gradino sopra gli U2. Potevano ripetere Ten e invece hanno fatto un incazzatissimo Versus. Gli scazzi con Cobain e la sua successiva morte (in una recente intervista Vedder rimpiange di non essere riuscito a chiarirsi con il frontman dei Nirvana); il quasi scioglimento della band, la malattia di Mcready, e poi Vitalogy pregno com’era fino al midollo degli umori del momento, aspro e spigoloso e così grande nel risultato (per me resta il migliore). Il tentativo di ripresa e di non farsi catalogare come “quelli di Ten” facendo uscire un controverso No Code. Poi sprazzi qua e la di buona vena in alcune tracce di Yeld, un quasi passabile Binaural, il colpo di coda di Riot Act, politico e intimo (Bush e i ragazzi morti nel concerto di Roskilde) e finalmente si torna a colpire allo stomaco. Il penultimo e omonimo capitolo, ribattezzato Avocado, ci restituisce una band matura, consapevole dei propri mezzi tecnici che si diverte e fa divertire ai loro concerti (l’unica band che a ogni serata cambia 10-15 canzoni della setlist, senza peraltro dimenticare l’omaggio ai propri mentori, che si chiamino Who, Ramones, Beatles), ma che non lascia intravedere scenari di possibili cambiamenti artistici. Ma, sinceramente, non so a quanti di tutti noi, fanatici della band, alla fin fine, interesserebbe davvero uno stravolgimento della messa in scena. In mezzo a tutto questo non dimentichiamo Mirror Ball con Neil Young, le collaborazioni di Vedder con Nusrat Fateh Ali Khan , le colonne sonore, i progetti paralleli dei singoli componenti con altrettante band, l’immancabile quanto dovuto appoggio ad associazioni umanitarie e il doppio cd acustico dal vivo e chissà quanto altro ancora al momento il cervello si rifiuta di suggerirmi. I 36 minuti del nuovo album, Backspacer si possono riassumere così: i pezzi più duri nel classico rock/punk/grunge (il trittico iniziale e Supersonic); quelli mid tempo con qualche spruzzata di anni ’80 e più radiofonici (su tutti Force of Nature) e le 2 ballate che sono anche le più belle dell’intero lavoro, Just Breathe e The End, con un sempre più evocativo Vedder: due canzoni figlie illegittime quanto naturali di Into the Wild … appunto, e tirate fuori al momento giusto, che valgono il prezzo del cd. Nulla di stravolgente ma a me vanno ancora bene così … amongst the waves.
Gianni Ragno

martedì 22 settembre 2009


U2 - 22 settembre: calma piatta

Davvero a volte basta poco per schiarirsi le idee. E' evidente che quello che pensavo e che ho riportato in una riflessione pre-album non era solo una mia fissazione sui cambiamenti a cui avrebbero potuto andare incontro gli U2 per rinfrescare la loro immagine (ormai) stantìa quasi quanto la loro musica stagnante. Così ho trovato che anche Bob Lefsetz, (grazie a cabal) nel suo report settimanale delle vendite degli album USA, (così come probabilmente altre decine di [ex]fans) viaggia sulla mia stessa lunghezza d'onda e non le manda a dire sullo stato delle cose dei dubliners.
(prossimamente alla gogna i Pearl Jam nda)

"Nessuno degli U2 ha sentito cambiare il vento. La loro unica speranza era di cercare una via underground, fare in modo che comprare il loro fosse qualcosa di figo, che il passaparola si diffondesse naturalmente. Mi piace l'album, è meglio dei due precedenti, ma non ne posso parlare con nessuno. C'è un immenso fetore appiccicato a No Line on the Horizon.E' ora che gli U2 facciano una bravata, un'acrobazia. Distribuite un concerto gratis su Internet. Lasciate perdere il Saturday Night Live e fate uno show live su YouTube. Siate i primi in qualcosa, fate in modo che la gente si volti verso di voi. Smettetela di essere disperati e iniziate a essere innovativi. Suonate un house concert in ogni città in cui fa tappa il tour negli stadi. Salite sul palco con strumenti acustici e implorate il pubblico di registrarvi e caricare i video sul Web. Aprite a sorpresa un concerto di Kenny Chesney. Della Dave Matthews Band. O persino dei Jonas Brothers. Siate irriverenti. Sconvolgeteci. Costringeteci a occuparci di nuovo di voi".
... viene spontaneo quindi chiedersi ... how long we'll sing this song ...