Succede tutti gli anni. Nel primo giorno di caldo sentito, primaverile. Esco di casa, scruto il cielo, lo ringrazio, mi lascio scaldare per bene dai raggi ultravioletti e, quando il corpo ormai sazio dei benefici ad esso apportati mi da il la, nella mia testa parte il giro iniziale di chitarra di Elevate Myself dei Grandaddy. E' successo anche nei giorni scorsi. Così non mi sono lasciato sfuggire l'occasione per raccontarvelo. Non è che stravedevo per i Grandaddy; Under the Western Freeway sì, un lusinghiero esordio con 2 mirabili canzoncine super accattivanti, A.M. 180 e Summer Here Kids e anche una bellissima copertina (chissà se piace anche a Lucien). Il seguito è stato di altri 3 album che hanno lasciato ben poca traccia e qualche bella canzone. Elevate Myself, una di quelle appunto, tratta dal loro canto del cigno del 2006 Just Like The Family Cat. A qualcuno mancheranno, a me no. Adesso però mi rimetto gli occhiali da sole e mi elevo anch'io tra le nuvole insieme ai nonnetti.
mercoledì 12 maggio 2010
LAURA MARLING - I Speak Because I Can
Una luce mi apparve tra le ombre dei pini, era la luce che emanavano gli occhi della Grazia fattasi musa ispiratrice. Una luce velata e soave, tenera, affettuosa. Una luce che mandava via ogni preoccupazione sino ad allora viva in me. Nulla più poteva spaventarmi se non la sua immensa aura di delizia. Nulla poteva schiodarmi e rendermi libero da quelle parole sussurrate che non invocavano niente, nient’altro che solo di essere sognate, gridate al mondo, nient’altro che di essere assaporate così come quando si coglie un frutto succulento. Ed io penitente di fronte a siffatta “beltade” mi cosparsi di rugiada il viso e mi lasciai sprofondare nelle sue dolci labbra, labbra tenere e scarlatte come il fuoco, labbra capaci di ammaliare con il loro movimento, labbra che proferivano parole dall’effetto inebriante. Mi distesi sul prato e mi lasciai indurre al sonno tra le braccia di Morfeo. Lei poteva tutto, figurarsi se non poteva parlarmi, lei poteva parlarmi di speranza e di oscurità di frutti preziosi e di donne servili e pazienti di demoni e di addii alla propria patria, di tenebre e di Mitologia. Questo era quello che in fondo io volevo, ascoltare !!!!! Buon ascolto.
Giamp
WOVEN BONES - In And Out And Back Again -
Non è il Texas di Willie Nelson, Lightnin' Hopkins, Buddy Holly, Roy Orbison, T-Bone Burnett, Johnny Winter, Stevie Ray Vaughan, Townes Van Zandt, Janis Joplin, ZZ Top (doverosi omaggi) ma degli Woven Bones, che si uniscono, con questo album d'esordio, alla lunga lista delle band newyorkesi che nel 2009 hanno ingolfato la scena. In & Out & Back Again, anche se non completamente immune da scrupoli di originalità, sembra voler aspirare a qualcosa di più profondo della superficialità di gruppi moderni lo-fi più in voga, tentando di raggiungere le influenze gotiche degli anni '80 e '70 glam fin quì non ancora sentite. Andy Burr canta come un incrocio tra Marc Bolan e Ian Curtis ed è forse la cosa migliore del disco, oltre al fatto che dura 26 minuti. Altre influenze piuttosto evidenti - Spacemen 3, Troggs, e qualcosa dei Ramones. Vi posto lo streaming dell'intero album. Buon ascolto.
Marlene Kuntz - Musa
Stamattina sono uscito presto e non ho potuto salutarLa a dovere. Questa è per te.
E' una questione di qualità: la tua presenza rassicurante e ipnotica mi affascina e gioca col mio senno e ne lascia ben poche briciole.
E io amo darlo a te, o amabile custode degli sguardi che ti dedico fra lo sragionamento e l'estasi degli amplessi magnifici,
perchè tu sai come farmi uscire da me, dalla gabbia dorata della mia lucidità; e non voglio sapere quando, come e perchè questa meraviglia alla sua fine arriverà.
Musa: ispirami Musa: proteggimi Ogni ora
mi strega e mi rapisce la tua giovane saggezza incomparabile (che ossequio) e l'eleganza di ogni tua intenzione è incantevole.
e quando ti congiungi a me sai essere deliziosamente spinta e indocile, coltivando le tue bramosie sulle mie avidità.
tu sai come farmi uscire da me, dalla gabbia dorata della mia lucidità; e non voglio sapere quando, come e perchè questa meraviglia alla sua fine arriverà. e sai come prenderti il bello di me mettendo a riposo la mia irritabilità; e non voglio sapere come riesci e perchè:è una meraviglia, e finchè dura ne godremo insieme.
Musa: ispirami Musa: proteggimi Musa: conducimi Musa: adorami Musa: noi ne godremo insieme
voglio aver bisogno di te: come di acqua confortevole. vuoi aver bisogno di me? troverai terreno fertile.
lunedì 10 maggio 2010
All Kinds of People ~ Love Burt Bacharach
Splendido tributo a Bacharach. Altro non è che una raccolta di grandi classici di BB eseguiti da una serie di (per lo scrivente ) sconosciuti giovani artisti giapponesi i quali in fondo si ispirano da sempre alle melodie pop orchestrali anni 60-70. Bacharach d’altronde sempre più diventa figura guida delle nuove generazioni musicali (She and Him - Naked Eyes - Sondre Lerche - Rufus Wainright per non dimenticare i veterani Costello e Stereolab ) ma anche da parte di artisti della scena indie americana. Il ruolo di produttore di Jim O’Rourke (sotto il cui nome viene pubblicato il disco) si fa sentire in questo caso. Ed ecco allora giustificata la presenza di Thurston Moore dei Sonic Youth e Glenn Kotche, batterista dei Wilco (di cui ha prodotto A Ghost is Born, ricordate??). Ma la stranezza del disco non è di per se la musica in esso contenuto.
Nulla di differente dallo stile di O’Rourke, ne tantomeno il titolo esplicativo delle passioni della gente. La cosa che colpisce è che sarà per ora pubblicato solo in Giappone escludendo audience occidentali.
Forse da qui la presenza di nomi più o meno conosciuti della scena musicale giapponese (Yoshimi, Kahimi Karie, Akira Sakata...). Avrei, per quel che conta il mio parere, preferito la partecipazione di un numero maggiore di band occidentali ed è per questo che vi lascio pertanto l’ascolto di “(There’s) Always Something There To Remind Me” eseguita da Thurston Moore (Sonic Youth) e Glenn Kotche (Wilco), che vi metto qui sotto. Buon ascolto. Giamp
venerdì 7 maggio 2010
TOM PETTY & THE HEARTBREAKERS
# Live @ Rockpalast Hamburg - 23/04/1999 #
Ho un bel ricordo di questo doppio bootleg, ovvero l'espressione del mio amico Giamp che entra nella mia camera mentre ascoltavo Breakdown: letteralmente fulminato dai decibel emessi dalle casse. Concerti che ti prendono e ti rivoltano come un calzino (sempre beati i presenti). Più di due ore e mezza di sano rock. Se volevate un week-end alternativo, eccovi serviti. Commenti?
CD 1
1. Around Around – 2. Jammin’ Me – 3. Running Down a Dream – 4. Breakdown – 5. Call Me The Breeze – 6. Swingin’ – 7. Don’t Do Me Like That – 8. Diamond Head – 9. Mary Jane’s Last Dance – 10. I Won’t Back Down – 11. Listen To Her Heart – 12. Green Onions – 13. It’s Good To Be King – 14. Lucille
CD 2
1.Little Maggie – 2. Lay Down That Old Guitar – 3. Walls – 4. Angel Dream – 5. For What It’s Worth – 6. Room At The Top – 7. Guitar Boogie Shuffle – 8. American Girl – 9. Honey Bee – 10. I Don’t Wanna Fight – 11. You Wreck Me Baby – 12. Free Girl Now – 13. Free Fallin’ – 14. Gloria – 15. Learning To Fly
giovedì 6 maggio 2010
ERLAND & THE CARNIVAL - [ST] (2010)
Mi avevano a suo tempo sorpreso The Bad The Good and The Queen, con le loro sonorità molto britanniche. Sonorità che conciliano molto con il clima in cui si svolge il progetto, la Gran Bretagna. Melodie che invitano alla pacatezza e ti conducono verso il desiderio di adagiarsi sul divano a gustare la lettura di un libro. Il loro disco così come si preannunciava, è rimasto per ora unico almeno sotto quel nome. Ma non è di loro che voglio parlarvi, ma di altre sonorità (per certi versi simili ai suddetti), che giungono alle mie orecchie in questo periodo del 2010 e che vanno sotto il nome di Erland and the Carnival. Non un super gruppo, ma un gruppo che come i primi si fregia di avere nella line-up lo stesso chitarrista, Simon Tong, dei succitati, ma anche David Nock (ex Cult e Orb e Fireman ) e come mentore Gawain Erland Cooper,appunto, chitarrista e cantante folk norvegese. E poi l’aver registrato il disco negli studi di Damon Albarn (che gran da fare che ha ‘sto uomo!!!) non è elemento da sottovalutare. Il tutto ad equilibrare appunto i gusti di chi affine proprio non è con la musica folk ne tantomeno a quella di origine degli altri elementi della band. Forse il pregio maggiore degli ET&C sta proprio nell’aver messo insieme bene gli ingranaggi di questa macchina per dare alla vita melodie adatte alle platee moderne. Una sorta di re- packaging di ciò che fù il folk o ancora la rievocazione della musica dei Blur, dei Verve o dei Cult. Operazione non facile. Il nome, poi, prende spunto da un brano, qui magistralmente coverizzato, di Jackson C Frank, My Name Is Carnival. A tratti quest’album appare come una colonna sonora suonata dai Doors o dai Cream in tempi attuali con il bisogno di mutare la loro primitiva ed istintiva ispirazione per condurla in un Luna Park da sogno. La voce suona profonda, molto simile a tratti a quella di un predicatore come Leonard Cohen. Le sonorità spaziano dai Decemberists fino alle radici del folk, scomodando Pentagle, Fairport Convention o ancora Tudor Lodge. E poi in un periodo così affollato da band (Fleet Floxes - Shearwater - Beach House) che rivisitano il folk e le sue innumerevoli sfaccettature, a me pare che loro lo eseguano in maniera egregia e non da meno dai loro diretti concorrenti. Se di questi tempi allora la meteorologia ci gioca brutti scherzi con improvvisi acquazzoni e cambi di temperatura non lasciatevi intimorire, copritevi, mettetevi comodi e premete play con gli Erland and C. inseriti nel lettore e auspicatevi di non raffredarvi, pena un sonoro ETC…iùùùùù !!! Buon ascolto. Giamp
Erland and the Carnival - My name is Carnival
mercoledì 5 maggio 2010
WOLF PARADE- Esposizione in anteprima
Li ho decisamente snobati con i primi due dischi, così li ho riascoltati e snobati di nuovo. Ma le due canzoni che anticipano il nuovo album, Expo 86, (a poco meno di 2 anni dall'uscita del precedente At Mount Zoomer e che troveremo nei negozi il 29 giugno) mi piacciono davvero tanto. Curiosamente in attesa, di ascoltarne il resto vi lascio le due canzoni in streaming, eventualmente (per chi volesse) dovreste trovarle anche da scaricare gratuitamente sul sito di Pitchfork. Buon ascolto.
Wolf Parade – Ghost Pressure
Wolf Parade – What Did My Lover Say (It Always Had To Go This Way)
martedì 4 maggio 2010
THE DEAD WEATHER - Die bye the Drop (mala tempora currunt)
Si scrive Jack White, si legge White Stripes (dei quali ho apprezzato White Blood Cell), si copiaEincolla Raconteurs e Dead Weather. Degli spin-off di Jack, invece, non nego di aver consumato il primo dei Raconteurs, mentre i Dead Weather non mi vanno proprio giù. Complice anche quell'orribile quanto inutile secondo video (treat me like your mother) tratto dal loro primo album. Sinceramente non ho ben capito quali direzioni stia prendendo la vita artistica di Jack (e neanche me ne frega una beneamata sia chiaro). L'unica cosa che sembra chiara è la sua voglia di suonare (o necessità) in una band più allargata, vista la notevole produzione musicale degli ultimi anni, che ha preferito a quella con la sorellina Meg. Invero devo ammettere che non ho ancora ascoltato l'intero nuovo album, Sea of Cowardsavailable a giorni, ma la canzone che lo preannuncia sembra la continua del precedente album, ovvero una versione più gotica dei Raconteurs e dei White Stripes. Il video, però, stavolta mi è prorpio piaciuto.
GNAM, DO RE MI FA SOL , BUUURP!
Questo in sintesi. Poi Giamp ha voluto il resoconto completo e allora eccolo: mattina in chiesa per il primo round a testimoniare. Round, sì: eravamo schierati a sinistra io e mia moglie Elvira, quali testimoni della sposa, più parenti affini, a destra gli altri due testimoni: Lei in particolare era una sorta di meravigliosa quanto spaventosa Clarabella in abiti andalusi e cappello nero a falde larghe che le ombravano il viso già devastato dal pesantissimo trucco nero. Il momento topico è stato, quello dell’eucarestia. Tra lo scontatissimo mormorio generale, io, Elvira e mia suocera siamo rimasti a “bocca asciutta”, in quanto sconfessati, mentre mio suocero, bigotto in attesa di beatificazione e volto trasfigurato dall’incresciosa situazione, si prendeva carico dei nostri peccati e si pappava 3 porzioni di sacre ostie (3 no, ma il resto è vero). Al ristorante: alle 14,30 parte la maratona. All’esterno della sala ricevimenti, i “concorrenti”, giunti affamati dopo le fatiche iniziali della giornata, scalpitano come cavalli alla partenza per ingozzare i primi spuntini, alternando sguardi di prenotazione virtuale del tavolo da aggredire e sguardi cagneschi verso i possibili avversari, cercando di fare terra bruciata. Tutto inutile: dopo aver ricevuto il via dal brindisi degli sposini, tutti i partecipanti, ma proprio tutti, si lanciano (o vengono lanciati dai propri parenti a seconda dei casi) per l’assalto agli aperitivi, che in breve terminano la loro esistenza terrena. Placata l’ira degli estremisti filo intestinali si procede all’esecuzione dell’altro rituale previsto, ovvero delle foto di amici e parenti con gli sposi: un bel vedere, non c’è che dire tra gente che passava la lingua per pulirsi i denti e coppie di anziani, un tempo 2 cuori e una capanna, ora 2 bocche e un solo impianto dentistico cosiddetto ‘a riassunto’ per via della scarsa presenza di denti nel cavo orale. Fatta anche questa, si passa al clou della giornata e si entra in sala. Via le giacche, i giubbotti, le cravatte, i tacchi dalle scarpe … e il cappello di Clarabella, le successive 9 ore trascorrono all’insegna del consueto caos sonoro-culinario: portate dei piatti dai nomi altisonanti e relativa presentazione scenografica (che alla fine si sono rivelate il solito “trionfo di normalità gastronomica immerso nel fiume delle cantine viti vinicole della zona”); figli alle prese con il pasticcio del giorno (che so acqua-aranciata-coca o patatine con ketch-up e maionese <> ); canzoni italiane bruttissime (me ne viene in mente una di D’Alessio), che venivano maltrattate e torturate al punto da essere trasformate in bellissime cover trash-punk; gente tarantolata che ballava e continuava a gridare, forse in segno di gratitudine “evviva gli sposi!!, e per gli sposi hip hip hip hurrààà” … questo all’inizio, mentre alla fine della 5^ bottiglia è cambiata la dizione diventando “evviva gli spoouuussiii !!! e per gli spoouuusssiii etc…”; e ancora l’ottimismo di uomini e donne pressati nei loro abiti che non mettevano da anni (tranne quello di Clarabella, of course), mentre il seno di una signora, diventato violaceo a causa delle restrizioni del 41bis inflittole, guardava negli occhi la padroncina e la implorava di farle uscire fuori per buona condotta, o quanto meno, concedere loro una più che meritata ora d’aria. Immancabili, come preannunciato, il trenino Bardot-Peugeot e Io Vagabondo e un tristissimo finale a cura del trio animatore della giornata con un 1-2 da ko (che ad oggi non ho ben capito se dedicato in particolare allo sposo e al suo passato …) All By My Self e Uomini Soli … mancava sola la lettura di un brano tratto da Cent’Anni di Solitudine di Marquez e il quadro sarebbe stato completo. Ah dimenticavo: alla fine la vera trionfatrice della giornata è stata, come sempre, la mia vescica bionica: 11 ore filate senza fare pipì, non so che farci, me ne dimentico. That’s all. Evviva gli sposi!! Anzi, gli SPOOUUUSIII !!!