lunedì 2 febbraio 2009

U2 NO LINE ON THE HORIZON _ ANTEFATTO
(ANCORA) ARTISTI O SOLO MESTIERANTI?


Questa premessa al nuovo lavoro degli U2 che uscirà a marzo, credo, si rende doverosa. Sento di dover fare qualche riflessione prima, perché ne potrebbe condizionare la recensione dell’album. Innanzitutto è impossibile cominciare a parlare di Bono e soci senza scomodare il loro gloriosissimo passato. Sono stati la più grande rock band degli anni ’80 e per buona parte degli anni ’90, e forse, per alcuni aspetti lo sono tutt’ora. Unforgettable Fire e Joshua Tree li hanno portati praticamente a un passo dalla santificazione, ma per davvero, considerato che ai tempi di Joshua Tree c’era gente che andava a bussare alla porta di Bono per avere conforto spirituale. Poi, da Ratte and Hum, è stato un continuo cercare qualcosa di diverso, e in questo senso I Still Haven’t Found è stato profetico. Hanno conosciuto i grandi della musica americana, da Dylan a BB King ed Elvis. Poi hanno svoltato bruscamente verso l’Europa più fredda delle traband di Achtung Baby, forse l’ultimo capolavoro griffato U2. Fino ad arrivare agli ultimi e pluridiscussi All That You Can’t Leave Behind e How To Dismantle An Atomic Bomb. Non riuscivo a capire le ragioni di tanto accanimento al negativo, della maggior parte della critica mondiale. Poi, pensandoci un po’ su, sono giunto alla conclusione che gli U2 negli ultimi 10 anni di carriera avrebbero dovuto fare qualche scelta drastica, del tipo sciogliersi per un po’. Perché no? Non sarebbe stata affatto una cattiva idea. Come quella di partecipare a progetti paralleli (vedi i membri dei Pearl Jam che hanno una band alternativa per ogni componente), per far confluire, poi, nuove sonorità all’interno della band principale.
Sono sicuramente la rock band più famosa del mondo, che ha scritto le pagine della storia della musica, ma è evidente che le aspettative nei loro confronti sono sempre superiori alle loro attuali possibilità. Bisogna prenderli per quello che riescono a darci oggi, e non per quello che potrebbero dare basandoci sul loro passato. Ritengo infatti, che, benché gli ultimi due album non stravolgano nulla di quanto da loro già scritto e cantato, contengano in ognuno di essi quei 4-5 brani buoni da conservare nella memoria. Voglio dire, quante Next Big Thing ci sono in circolazione o che sono uscite negli anni addietro, e che sono rimaste tali? Una marea!
Ma un altro aspetto che io credo sia di fondamentale importanza, è quello della continua e ostinata ricerca di riproporre il binomio collaboratile con Brian Eno. Mi chiedo perche? Ormai anche lui ha dato…tantissimo certo, ma credo che quando entrino in sala d’incisione, gli U2 si aspettino di sentirsi dare gli stessi consigli di sempre e che, Brian Eno, dia a loro le stesse idee di sempre che forse non funzionano più tanto come una volta. L’età passa per tutti e la spinta innovativa che ha dato a gruppi come i Talking Heads e agli stessi U2 è probabile che sia giunta al capolinea. Prendete ad esempio anche l’ultimo dei Coldplay, che magari si aspettavano chissà cosa (e con loro anche noi esigenti fruitori di ottima musica). Sembra si riscontrino all’interno degli ultimi lavori prodotti da Eno gli stessi suoni e le stesse alchimie da 10 anni a questa parte. È ovvio che quanto detto fino ad ora, spero vivamente possa venire completamente ribaltato dall’album in uscita il 2 marzo. La porta della speranza di un grande album è sempre aperta, in me, vecchio (!?!?) e immarcescibile fan che prova ancora emozioni nell’ascoltare canzoni come A Sort Of Homecoming.
Gianni Ragno

U2 - GET ON YOUR BOOTS